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Un particolare del Cratere a calice attico a figure rosse con il trasporto del corpo di Sarpedonte firmato da «Euhpronio», oggi al Museo Nazionale Caerite di Cerveteri (Vt): nella collezione di monsignor Basso si troverebbe un esemplare con il medesimo, raro, tema iconografico

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Un particolare del Cratere a calice attico a figure rosse con il trasporto del corpo di Sarpedonte firmato da «Euhpronio», oggi al Museo Nazionale Caerite di Cerveteri (Vt): nella collezione di monsignor Basso si troverebbe un esemplare con il medesimo, raro, tema iconografico

I segreti di don Basso in trenta casse nascoste in Vaticano

Lo scomodo lascito del monsignore scomparso a inizio gennaio: 70 pezzi di provenienza ignota, con una «misteriosa» versione del Cratere di Eufronio

Fabio Isman

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Nei primi giorni dell’anno, nel suo appartamento in Vaticano, vicino alla Basilica di San Pietro, se ne è andato monsignor Michele Basso, 80 anni, di Vedelago, in provincia di Treviso. Lo avrebbero ritrovato alcuni sacerdoti, preoccupati perché, per tutta la giornata, non rispondeva al telefono. Verosimilmente, l’ha stroncato un attacco cardiaco; e, probabilmente, il monsignore ha portato con sé i segreti di cui la sua vita è stata ammantata. Don Basso, infatti, possedeva una collezione d’arte di circa 70 pezzi, dalla provenienza ignota, che la Santa Sede gli aveva a suo tempo sequestrato, ponendola in 30 casse ignifughe di legno, in un locale chiuso a chiave sotto la cupola di San Pietro, dopo un’inchiesta voluta due anni fa da Papa Francesco. Ci sarebbero anche tele della scuola di Mattia Preti, e bozzetti di Pietro da Cortona; una tavola attribuita (ma da chi?) a Guercino, sculture lignee del Seicento e una in marmo bianco che deriverebbe dai «Prigioni» di Michelangelo.

Il condizionale è d’obbligo: s’ignora, infatti, quali accertamenti siano stati compiuti, e tutto, a iniziare dal sequestro, è stato compiuto in Vaticano nel massimo riserbo, come oltretevere usa fare. Opere acquistate nel tempo, o ricevute in dono? Chissà: don Basso non ne ha mai voluto parlare. In Italia è stato inquisito due volte, e sempre prosciolto: nel 2000 per traffico illegale d’arte e nel 2012 coinvolto in un’indagine della Guardia di Finanza, che ha comportato anche un sequestro di oggetti, seguito però dalla loro restituzione. Nell’ambiente del traffico clandestino d'arte, e di chi indaga per contenerlo, si diceva che la collezione del monsignore fosse imbottita di pezzi non autentici.

Il mistero maggiore della raccolta, tuttavia, risiede nella sua parte archeologica, costituita da vari frammenti, e in particolare di un esemplare del celebre Cratere modellato da Euxitheos, sul quale il famoso ceramista Eufronio, verso il 513 avanti Cristo, ha dipinto la «Morte di Sarpedonte», un tema iconograficamente assai raro: qualcuno afferma che l’oggetto sarebbe addirittura precedente al ritrovamento dell’originale, scavato di frodo nel 1971 a Cerveteri, e assai presto illegittimamente acquistato dal Metropolitan Museum di New York. Nelle sue vetrine è stato esposto per oltre 30 anni, prima che Philippe de Montebello, che dirigeva il museo, dovesse restituirlo nel 2007, per lo scandalo e le scoperte del giudice Paolo Giorgio Ferri, sostituto procuratore a Roma. Ma di quel ritrovamento si sa tutto: chi l’ha compiuto, e quando; quanto è stato pagato al pugno di «tombaroli» che l’ha eseguito. Che ne esista un esemplare precedente, è da escludersi. La magistratura ha ricostruito anche l’iter del manufatto antico: giunge al trafficante Giacomo Medici, che lo cede allo studioso e mercante internazionale Robert Hecht, ed è l’ultima tappa del reperto prima del Met. Ora il Cratere è nel museo del luogo dove è stato scavato.

Chi si occupa delle vicende legate al commercio dei beni archeologici trafugati ricorda però che quel ritrovamento destò subito una grande sensazione per l’importanza dell’oggetto; e che, tanto a Cerveteri come nelle sue prossimità, ben presto fioccarono le riproduzioni (se preferite, chiamateli i falsi). «Io stesso ne ho avuti tra le mani almeno tre», dice qualcuno. Sono anche conosciuti, però non si possono certamente scrivere, i nomi di almeno cinque artigiani, chiamiamoli così, che si dedicavano anche, o magari si dedicano ancora, a oggetti di questo genere, e al loro lucroso commercio. Troppo facile ritenere che questa sia la genesi dell’esemplare del Cratere in possesso del monsignore defunto, anche se qualcuno afferma, chissà su quali basi, che la copia risalirebbe all’inizio del Novecento.

Servirebbero una perizia circostanziata, e delle indagini precise; ma non risulta che, su questo tema, il Vaticano abbia mai chiesto la collaborazione del Comando Carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale. E la collezione di monsignor Basso resta un mistero. Lui diceva di averla iniziata verso il 1990, e che tutto fosse regolare, ma s’ignora se l’abbia costituita attraverso doni dei fedeli o, invece, con acquisti sul mercato; il monsignore si limitava a pochissime parole: diceva che qualcosa gli era stato regalato ed altro era stato acquistato, ma non era mai voluto entrare nei dettagli.

Il Vaticano dovrà ora decidere che cosa fare di questo scomodo lascito, che comprende anche altre copie di vasi etruschi e romani. Dopo il sequestro, monsignor Basso, che già accusava gli acciacchi dell’età e qualche malanno, diceva di non sapere più nulla di quel suo «tesoretto»: «L’ho donato alla Fabbrica di San Pietro». Recentemente si sarebbe recato a visionarlo anche il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin.
 

Un particolare del Cratere a calice attico a figure rosse con il trasporto del corpo di Sarpedonte firmato da «Euhpronio», oggi al Museo Nazionale Caerite di Cerveteri (Vt): nella collezione di monsignor Basso si troverebbe un esemplare con il medesimo, raro, tema iconografico

Fabio Isman, 31 gennaio 2023 | © Riproduzione riservata

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