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I luoghi dei limoni e delle arance

Giovanni Pellinghelli del Monticello

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«Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?/Nel verde fogliame splendono arance d’oro…»: questi versi, incipit della Mignon di Goethe potrebbero essere la sintesi del nuovo volume di Anna Ottani Cavina, Terre senz’ombra. Analisi per episodi prescelti dalla sensibilità avvertita dell’autrice «in una selezione che per comunanza di percezioni, atmosfere e stupori mi ha portato a preferire autori meno consueti come Thomas Jones, François-Marius Granet o Duclaux e, più tardi, Ruskin», come puntualizza ella stessa.

Il libro indaga la percezione e visione del paesaggio italiano nella pittura dall’esordio del Seicento al Neoclassico, con particolare attenzione agli artisti «nordici» che giungevano in Italia per il Grand Tour. Goethe scrisse i versi di Mignon proprio al ritorno dal suo viaggio in Italia e quelle parole sono divenute il simbolo dell’immagine dell’Italia ideale che rimaneva nel cuore degli stranieri più acculturati e sensibili: quella Sehnsucht che è qualcosa di più e diverso dalla semplice nostalgia e diviene rimpianto di una visione e di una sensibilità d’altrove. Per i pittori lo sconvolgimento dei sensi, non solo visivi, è ancor più fondo e vasto, perfino devastante. La campagna romana da covo di briganti e villici immemori d’ogni civiltà si epura e sublima nell’Arcadia rinnovata di Claude Lorrain e di Nicolas Poussin che plasmarono di sé il paesaggio pittorico per generazioni fino a Corot. E la rivelazione d’un paesaggio, in natura e non artificiosamente armonico, apre la via agli artisti nordici nutriti di Spleen e Sturm und Drang al turbamento estetico della scoperta delle Alpi e della «montagna», folgorazione tutta romantica dell’intimismo paesaggistico.

E non solo: soprattutto a quei valori spirituali, meditativi, di ritorno alla natura e alla purezza, memori di Rousseau, che trasformeranno nel primo Ottocento la visione paesaggistica del «paesaggio della natura» in «paesaggio dell’anima», in quell’immagine del sublime che viene a colmare il vuoto lasciato dall’oblio della pittura sacra dopo il putiferio rivoluzionario e napoleonico. E quindi ecco Friedrich con le figure solitarie di spalle a contemplare panorami di vastità vertiginosa di pensieri, Duclaux a ritrarre la solitudine dell’anima non banale di Hortense de Beahuarnais nella «banalità» d’una vita semplice e isolata dopo l’ebbrezza dei voli dell’aquila imperiale, ecco le nuvole veneziane di Turner (che trasforma Venezia, azzerando i vedutisti settecenteschi, in mistico luogo dell’anima) in cui Ruskin si eleva, s’immerge, si perde. Chiude il volume una raccolta di quelle che Anna Ottani, con elegante civetteria, chiama «Cartoline d’Autore»: rapidi schizzi e scorci per parole di quadri noti e meno noti ma tutti riuniti a esprimere i «visi» che il paesaggio offre attraverso il pittore che lo interpreta. E come sempre, per la consueta godibilità di lettura di Anna Ottani, non si può che citare Voltaire: «La scrittura è la pittura della voce». 

Terre senz’ombra
di Anna Ottani Cavina
472 pp., 300 colori ill.
Adelphi Editore, Milano 2015
€ 50,00


Giovanni Pellinghelli del Monticello, 05 marzo 2016 | © Riproduzione riservata

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