Veduta della mostra «Io sono una forza del passato: Adriano, i ritratti»

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Veduta della mostra «Io sono una forza del passato: Adriano, i ritratti»

Gli otto volti di Adriano a Tivoli

Nei Mouseia di Villa Adriana il potere dell’imperatore e la forza del passato. Visita della mostra in compagnia dell’archeologa Laura Buccino

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Redazione GDA

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Fino al 5 maggio i Mouseia di Villa Adriana ospitano la mostra dedicata ai ritratti dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.), secondo capitolo di un percorso iniziato con l’esposizione dedicata al giovane da lui amato e divinizzato («Antinoo disparu: memorie di un desiderio»). Il nuovo progetto scientifico è ideato e curato da Andrea Bruciati, direttore delle Villæ, che così sintetizza il concept della mostra, intitolata «Io sono una forza del passato: Adriano, i ritratti»: «In un gioco di specchi, il ritratto dell’imperatore, “una forza del Passato”, consente di aggiornare, problematicizzandolo, il ruolo della rappresentazione plastica del Potere».

Grazie anche a prestiti importanti dei Musei Capitolini e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, i visitatori di Villa Adriana hanno la possibilità di trovare raccolti al primo piano dei Mouseia ben otto ritratti dell’imperatore che edificò il complesso residenziale, ciascuno a rappresentanza degli altrettanti «tipi ritrattistici» che gli archeologi hanno riconosciuto nella formulazione dell’immagine ufficiale di Adriano e che, replicati in differenti «media», dalle monete alle sculture in marmo, erano diffusi capillarmente a Roma e nelle province dell’Impero. Infatti, sin dall’ascesa al potere nel 117 d.C., alla morte del predecessore Traiano, quando Adriano quarantunenne si trovava ad Antiochia al comando della spedizione partica, la creazione di un particolare tipo di ritratto scandisce e sottolinea momenti importanti del suo principato e contribuisce a veicolare messaggi ideologici in tutto l’impero.

L’autorappresentazione di Adriano mostra da subito la volontà di distinguersi dalla tradizione precedente: Adriano porta una barba piena, corta e curata, dopo secoli in cui presso i Romani predominava la moda di radersi, e ostenta grande raffinatezza nell’acconciatura dei capelli arricciati con il ferro («calamistrum») e sistemati in ciocche dalle estremità rialzate lungo il contorno del volto. I tipi ritrattistici che si succedono nel corso del principato cambiano nei dettagli, ma la pettinatura e la fisionomia dell’imperatore rimangono riconoscibili e inconfondibili e, nonostante il trascorrere del tempo, il volto appare poco toccato dai segni dell’età (solo il tipo cosiddetto «Rollockenfrisur», datato in occasione del terzo e ultimo consolato rivestito da Adriano nel 119 d.C., mostra un inedito realismo nelle fattezze e nell’espressione).
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Intorno al 130 d.C., poco dopo la creazione del tipo denominato convenzionalmente «Imperatori 32» dalla replica conservata nella Sala degli Imperatori ai Musei Capitolini (e qui rappresentato da un eccezionale ritratto realizzato in alabastro), che suggella l’adozione del titolo onorifico di «Pater Patriae» nel 128 d.C. (e di quello altrettanto celebrativo di «Olympios» nell’amata Grecia), si colloca l’introduzione di una novità tecnica nell’esecuzione delle sculture: i particolari interni dei globi oculari cominciano a essere indicati con il trapano, invece di essere affidati alla pittura come avveniva fino a quel momento (motivo per cui i marmi antecedenti a questa data, avendo perso la policromia originaria, hanno prevalentemente gli occhi lisci). La scelta di cambiare ben otto volte la propria immagine ufficiale conferma la versatilità della personalità di Adriano, che rimane contradditoria e per alcuni aspetti enigmatica nelle fonti antiche pervenuteci, «semper in omnibus varius», lo definisce l’autore della Historia Augusta.

Ma uno dei ritratti stupisce oltremodo l’osservatore moderno, così come doveva aver colpito gli antichi. Si tratta di una testa appartenente proprio alle collezioni dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, rinvenuta nel 1954 nel Canopo, che ci restituisce un’immagine giovanile, o meglio «ringiovanita» dell’imperatore, con il volto pateticamente inclinato di lato, una folta chioma di ricci chiaroscurati dal trapano e una barba che corre lungo le guance e sotto il mento. Gli archeologi hanno potuto appurare, sulla base delle testimonianze monetali, che si tratta di un ritratto giovanile, ripreso in età più avanzata dall’imperatore in una serie di emissioni d’oro e anche in sculture (sicure abbiamo solo tre repliche marmoree antiche, compresa quella in mostra). Il significato di questa operazione di idealizzazione rimane oscuro, e molto dibattuto. Si è pensato alla volontà di avvicinare, ringiovanendola, l’immagine dell’imperatore a quella degli eredi designati, al fine di agevolare la legittimità del sempre difficile passaggio della successione, e non è mancato chi ha pensato alla misteriosa morte di Antinoo nel Nilo durante il viaggio di Adriano in Egitto nel 130 d.C., e alle illazioni già degli antichi su un possibile sacrificio del giovane a favore della salute dell’imperatore.

La mostra dà quindi la possibilità esclusiva di guardare ben otto volte negli occhi, letteralmente, Adriano, sempre uguale e sempre vario nelle repliche marmoree che per sua scelta ne rappresentarono il potere negli anni del principato e che ancora oggi con la loro potenza evocatrice ci invitano a un dialogo vitale con il passato, insieme alle rovine della Villa, alle altre opere esposte nei Mouseia e alle suggestioni letterarie degli autori del passato e delle così avvincenti Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

Redazione GDA, 11 marzo 2024 | © Riproduzione riservata

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