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Julia Bornefeld, «Jumping Carousel», 2005-06, installazione, Verona, Musei Civici-Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, comodato

© Doc Servizi

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Julia Bornefeld, «Jumping Carousel», 2005-06, installazione, Verona, Musei Civici-Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, comodato

© Doc Servizi

Verona, dopo anni di chiusura Palazzo Forti «deve tornare ai cittadini»

Sono d’accordo sia la Fondazione Cariverona, attuale proprietario, sia la nuova amministrazione del Comune che vendette l’edificio nel 2010, contro il lascito testamentario di Achille Forti

Camilla Bertoni

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Una congiuntura favorevole a Verona potrebbe riportare giustizia alla memoria di Achille Forti e al suo palazzo omonimo, quel Palazzo Forti che fu un tempo sede della Galleria d’Arte Moderna cittadina: lo scienziato e collezionista lo donò nel 1937 alla Città, insieme a molti alti beni, perché fosse appunto uno spazio pubblico dedicato all'arte moderna. Il palazzo è stato però venduto nel 2010, contrariamente alle sue volontà, ed è rimasto in abbandono per 15 anni dopo un paio di progetti falliti di recupero e ridestinazione. L’attuale congiuntura vede una convergenza di obiettivi tra i principali attori della storia: da una parte il nuovo proprietario, la Fondazione Cariverona, il cui attuale presidente, Bruno Giordano, ha dichiarato in più occasioni che «Palazzo Forti deve tornare alla città, indipendentemente da chi detenga la proprietà dei muri»; dall’altra l’ex proprietario, il Comune di Verona che, con l’amministrazione del sindaco Damiano Tommasi (in carica dal 2022)e l’assessora alla Cultura Marta Ugolini ha espresso un chiaro intento nell’impegno per la riapertura del palazzo e nella scelta come direttore dei Musei Civici di Lorenzo Balbi.

Torinese, una prima formazione alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo della sua città (ma anche collaboratore de «Il Giornale dell’Arte e «Il Giornale dell’Architettura»), Lorenzo Balbi viene da un’esperienza decennale a Bologna dove è stato responsabile dell’area moderna e contemporanea dei musei civici. «Sia la parte politica che la Fondazione Cariverona, dichiara Balbi, condividono l’intento di riportare Palazzo Forti a essere un luogo chiave nella mappa dell’arte moderna e contemporanea in Italia. Su questa base comune si è innestata una prima serie di aperture del palazzo, innanzitutto con lo scopo di rendere di nuovo accessibili i suoi spazi, dopo tanti anni di chiusura. Inutile negare che, grazie al mio profilo specificamente legato all’arte contemporanea, io sia stato ingaggiato proprio con questo obiettivo: fare leva sull’arte contemporanea come veicolo di produzione e promozione non solo di Palazzo Forti, ma di tutti i Musei Civici di Verona. Sappiamo che c’è un contratto in scadenza nel 2030 per l’utilizzo di Palazzo Forti, ma l’idea è di ragionare guardando oltre, pensando a qualcosa di più ampio, puntando a rendere Palazzo Forti un centro internazionale di riferimento per l’arte contemporanea».

Nel palazzo è conservata traccia della storia della città, dall’archeologia romana al Medioevo di Ezzelino da Romano fino al passaggio di Napoleone e poi di Radestzky, il memoriale dei caduti dalle guerre del Risorgimento in poi, il restauro di Libero Cecchini completato nel 2000, le opere inamovibili di Sol LeWitt, un dipinto murale e un monumento. Ma la storia che ha vissuto e subito Palazzo Forti, dal 1937 in poi, alterna episodi di fulgore ad altri di ingratitudine e profonda ingiustizia, fin dall’inaugurazione nel 1938 come Galleria d’Arte Moderna, quando il ritratto scultoreo di Achille Forti, ebreo, nell’androne del suo palazzo venne velato in obbedienza alle leggi razziali emanate proprio quell’anno. Poi la guerra costrinse alla chiusura del museo, mentre nel dopoguerra le volontà di Forti vissero alterne vicende. Infine, sotto la pressione di artisti e intellettuali, la riapertura come Gam avvenne nel 1982: non fu solo l’inizio di un percorso espositivo di successo sotto la direzione di Giorgio Cortenova, ma anche l’avvio di un restauro proseguito a stralci, a spese del Comune beneficiario, che ha visto la sua conclusione nel 2000, quando finalmente la Gam risultava attrezzata di uffici adeguati e di un deposito moderno e adeguato per la conservazione della sua collezione: catalogata negli anni ’90, contava un migliaio di opere ma fu progressivamente ampliata e aggiornata.

La doccia fredda avvenne una manciata di anni dopo, con la vendita nel 2010 da parte dell’amministrazione dell’allora sindaco Flavio Tosi a Fondazione Cariverona: a poco è valsa la battaglia legale di un gruppo di cittadini che ha potuto salvare solo la destinazione museale e la conservazione dell’utilizzo pubblico comunale fino al 2030. Di fatto Palazzo Forti, dopo il frettoloso, costoso e insensato trasferimento della Gam a Palazzo della Ragione, dopo un fallimentare esperimento come Museo della Lirica Amo e un affidamento per breve tempo a una società di organizzazione di eventi espositivi, resta abbandonato per 15 anni.

La rinascita inizia nell’ottobre del 2025: in concomitanza con ArtVerona, quando la direttrice artistica Laura Lamonea cura la mostra «The Then About As Until» che tiene aperto il Palazzo dal 9 al 26 ottobre. Da qui si sono susseguiti i progetti espositivi e di utilizzo culturale che hanno avuto una grande risposta di pubblico, un programma realizzato a cura di Patrizia Nuzzo, responsabile delle collezioni della Gam da poco in pensione, e Isabella Brezigar, che oggi è rimasta referente per la Gam. E questo nonostante il freddo pungente o il caldo torrido, dato che gli impianti si sono ammalorati e non sono più funzionanti a causa del prolungato disuso: sugli oneri del loro ripristino (si parla di cifre intorno al milione di euro, forse più), sono in corso confronti tra Fondazione Cariverona e Comune. Numerosi gli interventi attuati intanto dall’Edilizia Monumentale del Comune di Verona per giungere a questa riapertura: dal ripristino delle coperture sull’ala di Ezzelino alla sistemazione dell’impianto elettrico, allaff fornitura di soluzioni temporanee per la climatizzazione. Ancora in corso è la mostra «Ápeiron|Senza confini», a cura di Patrizia Nuzzo e Isabella Brezigar, mentre da ultimo sono stati resi di nuovo accessibili anche il terzo piano, destinato a progetti sperimentali, e l’area archeologica, recuperata grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Verona, Vicenza e Rovigo, dove a strade e domus di epoca romana si sovrappongono strutture medievali. Qui, fino al 31 ottobre, è ospitata la mostra «Affioramenti. I Basaldella tra segno, materia e spazio» realizzata in collaborazione con la Fondazione Cariverona, la Fondazione Archivio Afro e la Galleria dello Scudo, con sede proprio in città.

Da sinistra: Mirko Basaldella, «Maschera bifronte», 1962, e «Ruth», 1966, Fondazione Cariverona

Camilla Bertoni, 27 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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