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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliBarcellona. «Vi diamo il benvenuto al nostro diario di clausura. A volte l’arte anticipa la vita e gli artisti della #ColleccióMACBA ci offrono esperienze di distanziamento dal mondo con una proposta d’azione implicita»: si apre così il sito lanciato dal Museu d’Art Contemporani de Barcelona (Macba) per nutrire di nuovi contenuti l’isolamento forzato dei suoi visitatori.
Musei, fondazioni e gallerie private hanno moltiplicato la loro presenza sul web, scoprendo molte potenzialità che avrebbero potuto adottare ben prima: podcast, conferenze e incontri in streaming, visite guidate a capolavori e mostre, attività per bambini e adolescenti e addirittura videogiochi, come quello sull’evoluzione dell’Istituto Catalano di Paleoecologia. Le gallerie già attive sul web per pubblicizzare le mostre e poco più, di colpo sembrano aver scoperto che c’è vita al di là dei social network, che comunque continuano a fare la parte del leone.
Da quando il 13 marzo le istituzioni culturali hanno chiuso, il web è diventato la nuova terra promessa. Nascono nuovi siti come quello dedicato all’architettura catalana del Collegio degli Architetti che con 1.679 edifici di 1.115 autori si propone come l’embrione di un futuro museo virtuale. Nonostante l’iperattività, il settore culturale (2,5% del Pil nazionale) era già in crisi e lo sarà molto di più quando l’emergenza sarà rientrata.
José Manuel Rodríguez Uribes, neoministro della Cultura, ha chiesto agli enti culturali una lista delle maggiori necessità, ma è sembrata una presa in giro considerando che gli ospedali mancano di tutto, dalle mascherine ai camici. La Generalitat, il Governo autonomo della Catalogna, ha annunciato 10 milioni per la cultura e il Comune di Barcellona 2 milioni, oltre a chiedere allo Stato di ridurre allo 0% un’Iva culturale che è tra le più alte d’Europa, il 21%.
La Fundación Miró ha licenziato tutti i 57 lavoratori e cancellato tutti servizi esterni, conservando solo le dotazioni minime per sicurezza e conservazione. Lo spettro della chiusura definitiva aleggia su molte istituzioni e dopo il primo boom di arte e cultura virtuale gratuita e in abbondanza, molti iniziano a parlare di nuove forme di guadagno e di nuovi modelli di consumo non solo legati all’emergenza. iI Padiglione Victoria Eugenia che doveva ospitare il prossimo ampliamento del Museo Nacional d’Art de Catalunya è diventato un rifugio per i senza tetto e un ospedale da campo per i malati di Covid-19.
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Lo conferma uno studio durato tre anni. L’edificio, costruito tra le montagne a circa 80 di km da Barcellona, reinterpreta i rifugi a punta dei Pirenei della fine dell’800 ed era destinato ad accogliere i lavoratori di una vicina miniera. L’architetto catalano non ne rivendicò mai pubblicamente la paternità perché l’opera non fu realizzata secondo il suo progetto
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