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Bozza di copertina per la rivista «Dinamo», in seguito «1/2 Secolo», 1949

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Bozza di copertina per la rivista «Dinamo», in seguito «1/2 Secolo», 1949

Un nuovo volume su Ettore Sottsass grafico, «proteiforme e torinese»

Se c’è una cosa che il bel lavoro di Bulegato e Scotti dimostra è che l’interoperabilità tra giacimenti archivistici e tra approcci di ricerca può illuminare non solo zone d’ombra nella produzione e nella filosofia di un progettista così multisfaccettato, ma anche definire meglio il contesto in cui ha operato

Elena Dellapiana

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Ettore Sottsass Jr (1917-2007) è uno di quei mostri sacri della cultura del progetto italiana, e di conseguenza internazionale, che riempiono da anni interi scaffali. I suoi scritti (memorabile e istruttivo Scritto di notte, Adelphi 2010), cataloghi di mostre (l’ultima appena chiusa in Triennale a Milano è focalizzata sulla fotografia), ricerche dedicate a periodi specifici della sua attività (il gruppo Memphis, la direzione artistica di Poltronova) o a settori produttivi (Sottsass. Tutta la ceramica, di Fulvio Ferrari, Allemandi 1995; l’architettura, insieme al padre, di Gianni Pettena, Testo & Immagine 2001) o a veri e propri cataloghi ragionati di corpus archivistici (Csac Parma, di Francesca Zanella, Silvana Editoriale 2017), fino alla monumentale monografia «definitiva» (Philippe Thomé, Electa 2014). Per non parlare delle abbondantissime presenze in lavori su episodi collettivi e diffusi, in primis Italy the New Domestic Landscape (MoMA, New York, 1972, a cura di Emilio Ambasz) dove Sottsass porta i suoi moduli, neutri e respingenti, comprensibili solo nel quadro generale e nella visione della curatela, perché Sottsass è stato, prima di altro, un grande stimolatore di dibattito, un promotore di reti e un mentore che ha attraversato tutte le fasi del progetto italiano: dal periodo interbellico fino al nuovo millennio. 

Ammesso di riuscire a leggere e valutare tutto quanto, Sottsass rimane ancora piuttosto inafferrabile, proprio per il carattere proteiforme del suo operare e per la difficoltà (timore?) di affrontarne le sintesi. Un Proteo, come altri giganti della nostra epoca (il termine è stato efficacemente accostato a Lucio Fontana da Sharon Hecker, anche legato a «storie di traumi» che i due hanno in comune, ma potrebbe essere applicato a Bruno Munari, compagno di strada di Sottsass nella fase del MAC nonché sodale di Fontana), che continua a offrire, e chiedere, nuove piste narrative e interpretative. È quanto fanno Fiorella Bulegato e Marco Scotti nel loro volume che mette insieme una traiettoria, quella dell’attività di Sottsass nella grafica, e un corpus archivistico, quello depositato presso la Fondazione Cini di Venezia. Due sentieri che offrono la possibilità di fare ordine, mettendo in fila date e fonti, e collocare un tracciato piuttosto specifico in un contesto più ampio che cerca di evitare l’agiografia, pratica comune nel trattare personaggi di tale caratura, mettendolo in relazione con committenti, ambienti culturali e produttivi, tecniche ed esiti. 

Suddiviso in tre sezioni (saggi interpretativi, approfondimenti e documenti dall’Archivio Cini) il volume, oltre a ricostruire e illustrare l’attività di Sottsass nel campo della grafica editoriale, pubblicitaria e per il prodotto, si interroga, a partire dalla sua inclusione nella categoria degli architetti/designer, tipica del panorama nostrano dagli anni Venti agli Ottanta, proprio sul ruolo delle discipline del progetto e sull’appartenenza, o meno, di Sottsass a una di esse. Se una risposta definitiva non c’è, e probabilmente è giusto così, quanto emerge dal racconto di vicende meno conosciute e celebrate è un Sottsass molto torinese calato sia nel milieu artistico e di ricerca della grigia ex capitale, sia in quella dell’imprenditoria illuminata. È un Ettore che guida meno di quanto siamo abituati a pensare e interloquisce con gli artisti (l’indimenticato maestro Spazzapan) e con i circoli che producono e immaginano una pletora di piccole pubblicazioni colte, popolate di incisioni oltre che sempre più aggiornate graficamente, così come riflette i suoi ragionamenti sul progetto bidimensionale per piccole produzioni (gli arazzi) o sui display, nell’abbraccio degli enaudiani (grazie, ovviamente, alla presenza fondamentale di Nanda Pivano). Una completa ricognizione dei materiali grafici depositati alla Cini offre poi ulteriori piste di ricerca. Se c’è una cosa, in sintesi, che il bel lavoro di Bulegato e Scotti dimostra è che l’interoperabilità tra giacimenti archivistici e tra approcci di ricerca può illuminare non solo zone d’ombra nella produzione e nella filosofia di un progettista così multisfaccettato, ma anche definire meglio il contesto in cui ha operato, ribadendo, una volta di più, come i designer non siano interpretabili senza l’humus (artistico, culturale e tecnico) da cui sono germogliati. Unica pecca, visto che di grafica si parla, la scelta editoriale di un sistema di notazione tra parentesi nel corpo del testo che rende la lettura, altrimenti scorrevolissima, poco agevole. Chissà se Ettore avrebbe approvato...

Ettore Sottsass, l’attività grafica. Una ricerca d’archivio
di Fiorella Bulegato e Marco Scotti, 272 pp., ill. b/n e col., Ronzani, Dueville (Vi) 2026, € 34

La copertina del volume

Elena Dellapiana, 05 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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