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Carlo Olmo
Leggi i suoi articoliCaro Umberto,
la vita avvicina e allontana, soprattutto se un rapporto dura decenni: il nostro iniziò quando tu mi chiamasti da Bolaffi, nel 1969. Era una Torino, anche per l’arte, effervescente. Una Torino pubblica, quella delle grandi mostre alla GAM e delle gallerie d’arte, La Bussola in primis. E una Torino privata, quella degli improbabili rapporti tra mondi che costruivano occasioni d’incontro, come quelli tra Edoardo Fadini e Gian Renzo Morteo, di riviste mensili come «Fuoricampo» e di associazioni culturali come il Cabaret Voltaire. Biografie che intrecciano istituzioni, l’Einaudi, l’Unione Culturale, la stessa GAM e vite private, spesso assai complesse.
Tu sei cresciuto in quel contesto, con una specificità che conserverai per tutta la tua vita: modificare il linguaggio, spesso, troppo spesso, autoreferenziale della critica d’arte in una lingua accessibile a un pubblico ben più ampio e privilegiare la notizia rispetto alle opinioni e al loro legittimo confronto/scontro. Di quel mondo diventerai uno dei protagonisti, quando nel 1982 fonderai la casa editrice e insieme «Il Giornale dell’Arte» in una Torino che non esisteva quasi più e in cui l’editoria d’arte era un oligopolio, fondato sui cataloghi delle mostre e sulle commesse pubbliche, in particolare degli enti locali. Un mercato «drogato» e riserva di caccia di storici dell’arte e funzionari delle soprintendenze, di mercanti e di critici che promuovevano artisti, con meccanismi non tutti trasparenti. Ma il rapporto galleristi e artisti era uno dei nodi che ti interessava mettere in discussione. E «Il Giornale dell’Arte» ne fu lo strumento, come fu una palestra tutt’altro che semplice per i tanti che vi passarono anni. Non sei mai stato una persona accomodante e i conflitti erano quasi quotidiani e coloro che lasciarono il campo non sempre avevano… torto. Ma chi conduce un’autentica battaglia per cambiare il lessico e l’opacità di un mondo, quello del mercato dell’arte, non lasciava, forse non poteva lasciare spazio alle mediazioni. La costruzione di un veicolo che è rimasto quasi unico, come «Il Giornale dell’Arte» e la sua successiva edizione in inglese, e il ruolo che ebbe Anna Somers Cocks consentivano di non criminalizzare il mercato, ma anche di renderlo via via più trasparente. La mensilità e la vendita in edicola furono scelte imprenditoriali davvero coraggiose.
Quando la casa editrice decise di costruirsi un suo catalogo di libri, il necessariamente piccolo gruppo sufficiente per pubblicare «Il Giornale dell’Arte» dovette allargarsi e tra le persone che entrarono a far parte di una struttura sempre meno a dimensione familiare, c’era anche la mia compagna di vita, Linda Aimone. E vi ritrovai un Umberto molto diverso da quello che avevo conosciuto nel 1969, come diverso ero io, ormai con ruoli sempre più complessi, istituzionali e non.
Il nostro rapporto divenne quello di un autore di libri, splendidamente curati e stampati, e di proposte. Tu avevi già ingaggiato studiosi a dir poco difficili, come Federico Zeri, scegliendo, con un intuito non solo editoriale ma culturale, di raccogliere e pubblicare i suoi testi scientifici. Un lavoro che ancora oggi è fondamentale per chi di storia dell’arte voglia occuparsi. Io arrivai con un progetto quasi folle che neanche la UTET, famosa proprio per i dizionari che pubblicava, era stata in grado di reggere. Tu quella sfida la accettasti, senza chiedere semplificazioni. Quel dizionario che uscirà a fine secolo XX era costruito da una struttura scientifica e da una redazione interna guidata da Linda Aimone, che doveva restituire la storia dell’architettura del XX secolo, attraverso autori dei paesi in cui un comitato scientifico molto selettivo, aveva riconosciuto architetti e architetture in grado di illustrare le molte declinazioni del moderno che si ebbero nel ventesimo secolo.
Gli anni novanta del secolo scorso furono gli anni in cui il catalogo si costruì, in cui gli autori iniziarono a scegliere l’Allemandi per le tue, e più in generale della casa editrice, politiche editoriali. E questo in una Torino che sembrava risvegliarsi dal sonno profondo e demolitore degli anni ottanta. Una crisi che toccava anche un panorama, quanto mai ricco, di case editrici, grandi e piccole, lasciando sul campo molti walking dead.
Se si vuole capire quanto Umberto Allemandi ha saputo non solo resistere, ma crescere, la conoscenza di quel contesto è essenziale. E crescere significò anche propormi di creare un giornale dell’architettura. Sfida quanto mai coraggiosa, perché tra arte e architettura tutto è diverso: dal linguaggio corrente dell’architettese al sempre crescente peso di tecnologie e mercati nella costruzione dell’architettura. Il gruppo che si formò intorno a quel progetto fu uno dei momenti più felici miei e del nostro rapporto. Scivolarono dentro la redazione, se posso dire così, componenti della redazione di «Casabella», quella diretta da Vittorio Gregotti, avvocati e giuristi non solo torinesi di grande esperienza, la direzione del Cresme, i docenti e i dottori di ricerca più motivati del Politecnico di Torino e del suo dottorato in Storia dell’architettura e, progressivamente, molti stranieri interessati al tipo di esperimento culturale. Scrivere su «Il Giornale dell’Architettura» non era facile perché l’aut aut di Umberto era ancor più radicale e perché, essendo un giornale con una linea culturale e politica precisa ma senza preclusioni, sul Giornale arrivavano discussioni e decisioni tra le più controverse (una per tutte quella del progetto di Renzo Piano per il convento delle clarisse vicino alla chiesa di Ronchamp, opera tra le più iconiche di Le Corbusier).
I rapporti tra Umberto e la redazione furono complessi, perché era un confronto tra persone assolutamente convinte delle proprie opinioni, ma Umberto non prevaricò mai l’impostazione o le scelte fondamentali del Giornale. Seppe rispettare le diversità, in una Torino, e in un paese, che stava perdendo élites (le migrazioni dei laureati più bravi inizia con il nuovo millennio), industrie tra le più innovative, pezzi sempre più rilevanti del suo stato sociale. Il Giornale visse nella sua edizione cartacea e nella sua vendita in edicola, molto più della società in cui era nata. Fu un atto di sfida non solo di chi il Giornale lo produceva, ma anche e per primo del suo editore.
Umberto si dimostrò capace di tenere assieme lavoro e rapporti personali in quei difficili anni, anche quando Linda Aimone si ammalò e pur lottando ferocemente per cinque anni nel 2008 morì. Fu il momento insieme più intenso e duro del nostro rapporto. Umberto non solo fu presente, ma venne a ogni ricordo di lei. Un’attenzione al valore dei rapporti umani che nel difficile mestiere di imprenditore della cultura, pochi seppero mantenere.
Ho un ricordo, però, tra tutti più «parlante» di ogni altro. Nel dicembre 2002 brucia il magazzino libri dell’Allemandi. Gli incendi sono sempre catastrofi, ma per una casa editrice significa quasi perdere la sua memoria. Io ricordo i volti di Umberto e Linda di ritorno dal luogo dell’incendio. In un dibattito così drogato sulla memoria, più o meno collettiva, i loro visi erano la testimonianza più radicale di cosa vuol dire perdere la memoria lunga, anche per un’impresa, sensibilità che questa città, così orgogliosa del suo passato e della sua storia, ha saputo davvero poche volte replicare.
Con Umberto dopo il 2014 i rapporti si allentarono. «Il Giornale dell’Architettura» iniziò la sua avventura on line, cui io quasi non partecipai, se non come autore di testi, Umberto si trovò davanti una città impoverita e un mondo dell’arte ancor più impoverito. La sua straordinaria voglia di combattere resistette ancora dieci anni. I nostri incontri diventarono sempre più privati e più personali, e l’oggetto cambiò. Perché la vita ti pone davanti in ogni stagione difficoltà molto diverse.
Umberto è stato tante cose e in campi diversi. Per me è stata una presenza, uno stimolo, a volte una forma di dialogo anche aspro, ma mai al punto dal rompere una convivenza civile e affettuosa. Per una città che da capitale della produzione di culture (politiche, sociali e artistiche) è divenuta una periferia soprattutto nella capacità di inventare forme culturali adeguate a un mondo lacerato da un ritorno al tardo Ottocento, Umberto è stato una testimonianza di resistenza, di autonomia, di capacità di non ridursi a conformismi sempre più diffusi, davvero rara. Le nostre due storie si sono intrecciate su molti piani e non credo oggi di avere la lucidità per restituirne la complessità.
Questa mio breve scritto vuol essere solo un invito a non cadere nei luoghi comuni e nella rincorsa al riconoscimento di se stessi, più che di chi si vuole ricordare. Il ricordo di una persona lo si costruisce come tutte le cose importanti della vita conservando la più preziosa delle eredità: quella delle relazioni personali, lavorative, culturali che quel rapporto nutriva. E il ricordo di Umberto inizierà a costruirsi da oggi.
Ciao Umberto.