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Marie Quéau, Sans titre #55, Action Training Productions, 2020, extrait de la série Fury , Courtesy Galerie Les filles du calvaire, Parigi © Marie Quéau / ADAGP, Parigi, 2025

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Marie Quéau, Sans titre #55, Action Training Productions, 2020, extrait de la série Fury , Courtesy Galerie Les filles du calvaire, Parigi © Marie Quéau / ADAGP, Parigi, 2025

Tutta la furia dei nostri giorni. Fury di Marie Quéau a LE BAL di Parigi

È forse la furia la tonalità emotiva dominante dei nostri giorni?

Rosa Cinelli

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È forse la furia la tonalità emotiva dominante dei nostri giorni? Repressa, distruttiva o latente, incendiaria o congelata in un respiro trattenuto in apnea, la furia sembra l’elefante nella stanza dei nostri tempi anestetizzati dai flussi algoritmici, l’oppio che immobilizza i nostri corpi continuamente tracciati dai dispositivi dei quali, senza troppa speranza di ribellione, scegliamo riluttantemente di circondarci.

Con una mostra a LE BAL di Parigi e un libro fotografico co-edito da LE BAL e Roma Publications, Marie Quéau, vincitrice della quinta edizione del premio LE BAL / ADAGP de la Jeune Création, leva il sipario su Fury, un’opera fotografica che compie scelte coraggiose senza scendere troppo a compromessi.

Fedele alla vocazione documentaria del premio, l’opera è prima di tutto un’inchiesta su un’emozione che vive sulla soglia dell’estremo, ma che l’artista riporta sempre al suo impatto sul corpo. Con un bianco e nero prepotente, che investe senza soluzione di continuità estetiche tanto distanti come la granulosità di una fotocopia da ufficio e lo spettro delle camere a infrarossi, Fury è un carosello di corpi, talvolta anche letteralmente, in fiamme: stuntmen defenestrati a ripetizione, partecipanti a Rage Room (stanze in cui si entra, pagando un biglietto, e in cui tutto può essere distrutto), apneisti in immersione statica sull’orlo della deriva.

I corpi di Fury sono corpi in trance, docili e pronti per essere convertiti in dati. Corpi da smembrare, scomporre e dare in pasto alle macchine, come quelli di alcuni attori fotografati nei momenti di pausa sul set e completamente assorbiti dai loro dispositivi di motion capture.

Ricondotti alla natura nervosa dell’automatismo, i tic e le manie di Fury sfumano i confini tra realtà e finzione, sfondando il soffitto di cristallo del genere documentario e sconfinando, per una volta più per affinità tematica che per mera somiglianza estetica, in un linguaggio che si rifà alla fantascienza e al videogioco, dove distopia e rovesciamenti di valori fanno da padroni.

Ma Fury è anche un lavoro che sfuma i confini del fotografico, lasciando ampio spazio a forme espanse di fotografia (o di postfotografia). Innanzitutto, verso il cinema: le fotografie sono spesso ripetute e quasi animate, come se fossero parti di un flipbook o fotogrammi di un video. Ma anche verso l’installazione immersiva: ibridate e collocate inaspettatamente nello spazio installativo, le immagini non si accontentano di collocarsi docilmente nelle loro cornici, ma sembrano ribellarsi e sfuggirvi, per mostrarsi tramite proiezioni su superfici non perfettamente rettangolari o, semplicemente, illuminate da lightbox sorprendentemente privi di immagini.

Di fronte alla forza di questo lavoro, è impossibile non ripensare a un’altra riflessione sulla furia, e sulla postfotografia, come La Furia delle Immagini di Joan Fontcuberta (Einaudi, 2018). Allora, a rendere “furiose” le immagini e a inaugurare, così, una nuova era della fotografia erano state le mutazioni infrastrutturali delle tecnologie. Il digitale aveva permesso alle immagini di moltiplicarsi a dismisura e ai selfie di imporsi sulla scena con la loro gestualità danzante e la loro natura improntata a una condivisione ludica e apparentemente spontanea. Oggi, dopo un tempo così breve ma che sembra già così lontano, la furia sembra strabordare dai dalle immagini per investire, stavolta, i corpi di chi le guarda.

Abitare la furia, per come la descrivono le immagini Marie Quéau ma anche i testi di Guillaume Blanc-Marianne, che accompagnano la pubblicazione editoriale, non sembra affatto semplice: un’esperienza al limite tra la vita e la morte, che rivela la violenza sotto l’ordine costituito e lascia intravedere il Leviatano, quella figura mostruosa che, per il filosofo Thomas Hobbes, è posta alla base della società moderna.

Forse davvero non c’è niente di più contemporaneo della furia e, nel rivelarcelo, Fury ci sta rendendo un gran servizio.

Rosa Cinelli, 07 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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