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Il Tehran Museum of Contemporary Art, inaugurato il 14 ottobre 1977 sotto il patrocinio dell’imperatrice Farah Diba, su progetto dell’architetto Kamran Diba. Arash Hakimi / Wikimedia Commons

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Il Tehran Museum of Contemporary Art, inaugurato il 14 ottobre 1977 sotto il patrocinio dell’imperatrice Farah Diba, su progetto dell’architetto Kamran Diba. Arash Hakimi / Wikimedia Commons

Tre miliardi di dollari sotto terra: la storia del Tehran Museum of Contemporary Art

Il museo, inaugurato nel 1977 dall’ex imperatrice Farah Diba nel quadro dell’occidentalizzazione del Paese, è oggi aperto al pubblico con un programma intitolato significativamente «Arte e Guerra»

Nill Hashemi

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Lo scorso maggio, mentre la capitale iraniana usciva da settimane di bombardamenti che avevano danneggiato numerosi siti culturali nel Paese, il Tehran Museum of Contemporary Art (TMoCA) ha riaperto con un programma intitolato significativamente «Arte e Guerra». Una serie di mostre a rotazione che ha portato alla luce opere rimaste per decenni nei depositi sotterranei: Pablo Picasso, Pop Art americana, lavori legati alla Guerra civile spagnola... La collezione del museo viene oggi esposta per offrire una prospettiva storica su un conflitto in corso. È forse l’immagine più precisa di ciò che questo museo è stato nel corso della sua storia.

Il TMoCA sorge all’interno del Laleh Park, nel cuore di Teheran, in un’area che ospita anche l’Università di Teheran e l’Università delle Arti. Viene inaugurato il 14 ottobre 1977 sotto il patrocinio dell’imperatrice Farah Diba, su progetto dell’architetto Kamran Diba, suo cugino, formatosi alla Howard University di Washington. Il linguaggio neobrutalista dell’edificio, con il suo cemento a vista e i volumi geometrici, si combina con elementi della tradizione costruttiva locale: i «badgir», le torri del vento tipiche dell’architettura persiana, i cortili interni, un percorso espositivo che si sviluppa sotto il livello del suolo attorno a una rampa centrale. L’esperienza della visita è insolita: ci si immerge gradualmente sotto il livello stradale, attraverso spazi che cambiano proporzione e luce. È un edificio che propone una propria logica spaziale, non un contenitore neutro.

Lo stesso vale per la collezione. Negli anni Settanta l’Iran beneficia di importanti entrate petrolifere, e Farah Diba affida gli acquisti a un comitato internazionale composto, tra gli altri, dal curatore statunitense David Galloway. La raccolta comprende circa 60 Picasso, opere di Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Francis Bacon, Andy Warhol, Paul Gauguin, Wassily Kandinsky, Robert Rauschenberg: una preferenza netta per l'Espressionismo astratto americano e le avanguardie europee del dopoguerra. Il «Mural on Indian Red Ground» (1950) di Jackson Pollock è stimato oggi intorno ai 250 milioni di dollari; diversi Rothko della collezione superano i 100 milioni di dollari ciascuno. Nel complesso, la raccolta è valutata attorno ai 3 miliardi di dollari, il che la rende una delle più significative al di fuori dei grandi centri occidentali. Questo progetto viene spesso interpretato nel quadro dell’occidentalizzazione dell’Iran, ma la sua storia è più articolata. Come scrive Farah Diba nelle sue memorie, il museo avrebbe dovuto favorire il confronto con la cultura internazionale e, allo stesso tempo, sostenere la produzione artistica iraniana. La politica culturale dell’epoca combinava infatti il richiamo alla storia e alla tradizione iraniane con una crescente apertura verso le istituzioni e i circuiti culturali europei e statunitensi. Il museo si inserisce in questa tensione: un’istituzione concepita all’interno di una più ampia politica culturale, che cercava di collocare l’arte iraniana in un sistema di scambi internazionali, mentre definiva anche quale rapporto stabilire con la propria storia e identità culturale.

Con la Rivoluzione islamica del 1979 il contesto cambia radicalmente e il museo attraversa una fase di transizione: la collezione viene trasferita nei depositi sotterranei per garantirne la conservazione. Mehdi Kowsar, allora direttore, organizza il trasferimento; Firouz Shabazi, inizialmente assunto come custode, assume negli anni successivi la responsabilità dei depositi e ne garantisce la conservazione. Negli anni successivi, il personale del museo si adopera per proteggere le opere durante la guerra Iran-Iraq (1980-88) e oltre, contribuendo alla conservazione di una collezione che avrebbe potuto altrimenti disperdersi. La raccolta rimane sostanzialmente intatta, con due eccezioni note. Il «Ritratto di Farah Diba» di Andy Warhol viene danneggiato nel 1979. Il dipinto «Woman III» di Willem de Kooning viene ceduto nel 1994 in cambio di un manoscritto miniato persiano. Per il resto, i capolavori restano nei depositi. Durante la guerra tra Iran e Iraq gli spazi del museo vengono usati per mostre legate al conflitto, una funzione che anticipa quanto accade oggi. Le opere tornano alla luce nel 1999, durante la presidenza di Mohammad Khatami. Il ritorno della collezione suscita un interesse molto ampio: il museo diventa uno dei luoghi più visitati di Teheran, con code regolari fuori dall’ingresso del Laleh Park. Per molti iraniani è la prima e forse l'unica occasione di vedere dal vivo un Picasso, un Pollock, un Rothko. Da allora il museo organizza mostre che mettono in relazione la propria collezione con l’arte iraniana, accostando l’Impressionismo francese alle opere di Sohrab Sepehri, pittore e poeta centrale della modernità iraniana del Novecento, o la Pop Art alle miniature persiane. Gli accostamenti sono suggestivi, anche se l’apparato critico che li accompagna lascia spesso aperte domande che meriterebbero maggiore approfondimento.La storia del museo si incrocia brevemente con quella italiana. Nel 2015 la presidente della Fondazione MaXXI-Museo nazionale delle arti del XXI secolo Giovanna Melandri firma a Teheran un accordo per portare 30 opere della collezione in Europa, prima alla Gemäldegalerie di Berlino poi al MaXXI di Roma, nel contesto del disgelo tra i due Paesi seguito agli accordi sul nucleare. A ottobre 2016 il MaXXI presenta in anteprima «No. 2 (Yellow Center)» di Rothko e un lavoro di Mohsen Vaziri Moghadam. I biglietti vengono messi in vendita, l’inaugurazione berlinese è fissata per il 4 dicembre. Per ragioni legate alla complessità delle procedure di prestito internazionale il progetto non si realizza, e le opere rimangono in Iran. È l’unico tentativo documentato di portare la collezione all’estero.

Oggi «Arte e Guerra» seleziona le opere in base al loro rapporto con il conflitto: la Guerra civile spagnola, la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda... Vengono presentate non come espressione di una cultura altra, ma come patrimonio attraverso cui leggere il presente. È la stessa logica che ha guidato il TMoCA fin dalla fondazione: la convinzione che una collezione internazionale possa diventare uno strumento per parlare del proprio tempo. Il TMoCA mostra come un’istituzione possa attraversare trasformazioni profonde mantenendo intatto il proprio patrimonio materiale, mentre il significato attribuito a quel patrimonio cambia in relazione al contesto. Fondato come strumento di dialogo internazionale, ha custodito la propria collezione negli anni di isolamento, l’ha riportata alla luce quando le condizioni lo hanno permesso, e di nuovo durante un conflitto. Ogni fase ha modificato il modo in cui le opere vengono lette, senza che le opere stesse siano cambiate.

Mark Rothko, «Sienna Orange and Black on Dark Brown», 1962

Nill Hashemi, 14 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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