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Sperone Westwater a Manhattan, New York

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Sperone Westwater a Manhattan, New York

Sperone contro Westwater: chiude la galleria, si apre la disputa legale

Allo scoccare del 2026 una delle realtà artistiche più influenti di New York ha chiuso definitivamente, travolta da una guerra legale tra i suoi due soci storici

La fine di Sperone Westwater è stata uno strappo netto, e ora vediamo quel che rimane della galleria sfilacciarsi lentamente. Allo scoccare del 2026 una delle gallerie più influenti di New York ha infatti chiuso definitivamente, travolta da una guerra legale tra i suoi due soci storici, Gian Enzo Sperone e Angela Westwater. Cinquant’anni di attività si sono interrotti senza una mostra d’addio, lasciando spazio a faldoni, memorie legali e conti da regolare. Fondata nel 1975 da Sperone, Westwater e dal mercante tedesco Konrad Fischer, uscito dalla società nel 1982, Sperone Westwater è stata per decenni un punto di riferimento per l’arte contemporanea internazionale. La rottura tra i due titolari, entrambi oggi ottantenni, è emersa pubblicamente nell’agosto scorso, quando Sperone e Sandstown Trade Ltd., la società legata alla sua famiglia che detiene il 50% delle quote, hanno chiesto a un tribunale di New York la liquidazione della Sperone Westwater Inc.

L’istanza riguarda i due principali asset della società: la galleria e il Foster Building nel Bowery, l’edificio progettato da Norman Foster che ne è diventato la sede e il simbolo architettonico. Secondo Sperone, i due amministratori sono in una situazione di stallo totale, non comunicano direttamente e hanno portato l’azienda in una condizione definita nei documenti «parassitaria». Al centro del contenzioso c’è la gestione finanziaria. Sperone accusa Westwater di aver utilizzato il valore dell’edificio per sostenere una galleria non più redditizia e di non aver rispettato l’accordo che prevedeva un affitto annuo di 1,8 milioni di dollari versato dalla galleria alla società immobiliare. Per questo chiede la nomina di un curatore fallimentare indipendente che supervisioni la liquidazione.

Westwater respinge le accuse e chiede al tribunale di rigettare la richiesta. Sostiene che non vi sia alcuno stallo e che l’azione di Sperone sia un tentativo di massimizzare il proprio ritorno economico. In una memoria depositata il 22 dicembre descrive nei dettagli come dovrebbe avvenire la liquidazione. Documento che secondo Sperone avrebbe dovuto rimanere riservato. Il piano prevede una divisione paritaria dei proventi della vendita del Foster Building e dell’80% delle riserve di cassa, con il restante 20% delle vendite di opere d’arte destinato a un conto vincolato per coprire eventuali debiti e imposte. Alcuni passaggi, secondo Westwater, sono già stati completati: i dipendenti sono stati licenziati, quasi tutte le opere in conto vendita restituite ai proprietari e l’edificio è stato affidato all'agenzia immobiliare CBRE per la vendita.

Westwater rivendica inoltre di aver gestito da sola la galleria per anni, occupandosi delle decisioni quotidiane, finanziarie e del personale. Afferma che Sperone fosse già poco presente prima di trasferirsi in Europa nel 2016 e che, da allora, non sia più tornato né in galleria né negli Stati Uniti, al punto da comunicare con lui solo tramite l’e-mail della sua compagna. La replica di Sperone e Sandstown è arrivata con dichiarazioni giurate e una corposa documentazione finanziaria. Sperone sostiene di aver investito personalmente oltre 15 milioni di dollari nel Foster Building, finanziati anche dalla vendita di un Roy Lichtenstein e del suo appartamento newyorkese, e che il costo complessivo dell’edificio abbia superato i 34 milioni. Secondo i dati depositati, la galleria avrebbe registrato perdite in cinque degli ultimi sette anni, con un deficit di oltre 2 milioni di dollari nel 2025 e un crollo dei ricavi da 20 milioni nel 2021 a poco più di 3,5 milioni nel 2025.

La chiusura fisica della galleria non è più in discussione. Come ha chiarito l’avvocato di Sperone, la partita ora riguarda esclusivamente le modalità con cui la società verrà liquidata e sciolta dal punto di vista legale ed economico. Per il mondo dell’arte newyorkese resta una constatazione amara: una galleria che ha segnato un’epoca non è uscita di scena per una scelta curatoriale o di mercato, ma per un conflitto insanabile tra i suoi fondatori.

Redazione, 08 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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