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Oriana Fallaci, il Novecento visto dalla prima linea

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Oriana Fallaci, il Novecento visto dalla prima linea

«Solo io posso raccontare la mia storia». La grande mostra di Oriana Fallaci a Milano

A vent’anni dalla morte, Palazzo Reale ricostruisce la vita pubblica e privata di Oriana Fallaci attraverso fotografie, manoscritti, documenti e oggetti personali. Dalla Resistenza al Vietnam, da Tlatelolco alle interviste con Khomeini, Kissinger, Arafat e Gheddafi, fino alla lunga stagione americana e ai libri: emerge il ritratto di una giornalista che trasformò l’intervista in confronto e la propria soggettività in parte del racconto. Una figura decisiva e controversa, impossibile da separare dalle fratture politiche e culturali del secondo Novecento.

Mariangela Toninelli

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Una sigaretta tra le dita, la macchina da scrivere, lo sguardo che nelle fotografie sembra quasi sempre rivolto verso qualcosa che accade oltre l’inquadratura. L’iconografia di Oriana Fallaci è diventata inseparabile dal personaggio: giornalista, scrittrice, inviata di guerra, intervistatrice dei potenti e, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, protagonista di controversie destinate a sopravviverle. A vent’anni dalla morte, avvenuta a Firenze il 15 settembre 2006, Palazzo Reale a Milano torna sulla sua figura con una mostra costruita attraverso fotografie, manoscritti, documenti, libri e oggetti personali. Il titolo, Solo io posso raccontare la mia storia, contiene già una dichiarazione di metodo: provare a ricostruire Fallaci partendo dalla voce con la quale per tutta la vita volle raccontare sé stessa e il mondo.

Curata da Maria Vittoria Baravelli ed Edoardo Perazzi, erede e curatore dell’Archivio Fallaci, con un comitato editoriale composto da Ferruccio De Bortoli, Riccardo Nencini e Roberta Scorranese, la mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura, prodotta e organizzata da Cinecittà per il Ministero della Cultura e Palazzo Reale, in collaborazione con RedString e Archivio Fallaci. Il materiale documentario è accompagnato dalle immagini realizzate, tra gli altri, da Ugo Mulas, Oliviero Toscani e Annie Leibovitz. Fotografie che mostrano quanto Fallaci abbia costruito, consapevolmente o meno, una delle identità visive più riconoscibili del giornalismo novecentesco.

Raccontarla significa attraversare il secolo. Nata a Firenze nel 1929, ancora giovanissima partecipò alla Resistenza come staffetta partigiana. Negli anni Sessanta lasciò progressivamente il giornalismo legato allo spettacolo per cercare la Storia nei luoghi nei quali stava accadendo. Nel 1967 partì per il Vietnam, esperienza decisiva nella costruzione del suo modo di intendere il reportage: entrare nei conflitti, osservarne le contraddizioni e sottrarsi, per quanto possibile, alla rassicurante divisione tra buoni e cattivi. Nel 1968 si trovava a Città del Messico durante la repressione di Tlatelolco: fu colpita durante gli scontri e creduta morta. È uno degli episodi che hanno contribuito a costruire la dimensione quasi leggendaria della sua biografia, nella quale la giornalista sembra continuamente cercare il punto di massima prossimità con l’avvenimento.

Negli anni Settanta quel metodo si sposta dai campi di battaglia alle stanze del potere. Fallaci intervista Henry Kissinger, Golda Meir, Yasser Arafat, Mu'ammar Gheddafi e molti dei protagonisti della politica internazionale. Intervista con la storia, pubblicato nel 1974, resta probabilmente il documento più evidente della sua idea di intervista. L’intervistatore smette di essere una presenza trasparente. Domanda, contraddice, provoca, insiste, porta con sé opinioni e giudizi. Il dialogo diventa una forma di conflitto intellettuale. L’episodio con Ruhollah Khomeini nel 1979 ne rappresenta quasi l’immagine definitiva. Durante l’intervista in Iran, Fallaci contestò apertamente l'obbligo del chador e se lo tolse davanti all’ayatollah. Al di là della teatralità del gesto, quell’incontro mostra bene la distanza tra il suo giornalismo e l’idea di neutralità assoluta: Fallaci entrava nella scena che stava raccontando. Il soggetto che interrogava e il soggetto interrogato diventavano entrambi parte della notizia. Una scelta che ha prodotto alcune delle interviste più memorabili del giornalismo del Novecento e che continua a porre una questione professionale tutt’altro che risolta: quanto può esporsi chi racconta senza finire per occupare il posto di ciò che dovrebbe raccontare?

È questa ambiguità a rendere Fallaci ancora interessante. Ridurla all’eroina del giornalismo coraggioso sarebbe insufficiente quanto leggerla soltanto attraverso le polemiche dell’ultima fase della sua vita. La sua forza derivava anche da un uso radicale della soggettività. Scriveva in prima persona, lasciava entrare emozione, rabbia, giudizio e biografia dentro il reportage e spesso cancellava deliberatamente il confine tra giornalismo e letteratura. Prima ancora che il giornalismo contemporaneo discutesse continuamente di personal branding e identità dell’autore, Fallaci aveva trasformato la firma in una presenza narrativa.

La stessa contaminazione attraversa i libri. Il sesso inutile nasce da un reportage sulla condizione femminile in diversi Paesi; Lettera a un bambino mai nato trasforma una questione individuale in interrogazione sulla maternità, sulla libertà e sulla responsabilità; Un uomo intreccia storia politica e relazione sentimentale attraverso la figura di Alexandros Panagulis, oppositore della dittatura dei colonnelli in Grecia; Insciallah porta nella forma del romanzo l’esperienza della guerra in Libano. Negli anni trascorsi prevalentemente a New York, tra Ottanta e Novanta, Fallaci continuò inoltre a lavorare al grande racconto della propria famiglia che sarebbe stato pubblicato postumo nel 2008 come Un cappello pieno di ciliege.

Poi c’è la Fallaci successiva all’11 settembre 2001, quella di La rabbia e l’orgoglio, che modifica profondamente la sua posizione nel dibattito pubblico. Le sue tesi sull’Islam, sull’immigrazione e sull’Occidente generarono un consenso enorme e altrettanto forti contestazioni. È il capitolo che rende più difficile qualsiasi commemorazione pacificata. La libertà intellettuale che costituisce il filo conduttore della sua biografia produceva infatti anche posizioni divisive, talvolta violentemente discusse. Una mostra a vent’anni dalla morte acquista interesse proprio se conserva questa complessità, evitando di trasformare una figura conflittuale in un monumento unanimemente condiviso. Anche il rapporto di Fallaci con la condizione femminile sfugge alle classificazioni più semplici. Rivendicava provocatoriamente per sé la definizione di «scrittore», rifiutando che il genere diventasse una categoria attraverso cui ridimensionarne il mestiere, mentre una parte consistente della sua opera affrontava direttamente libertà, maternità, autonomia e condizione delle donne. Fu una donna capace di entrare in territori professionali largamente maschili senza accettare che l’eccezionalità della propria presenza diventasse l’unico argomento con cui leggerne il lavoro.

Le fotografie esposte a Palazzo Reale permettono allora un secondo livello di osservazione. Mulas, Toscani e Leibovitz fotografano una persona, ma contribuiscono contemporaneamente alla costruzione di un’icona. La scrivania, i libri, la sigaretta, gli strumenti di lavoro e gli oggetti privati completano quell’immagine mostrando la parte materiale di un mestiere che oggi appare quasi archeologica. Prima degli smartphone, delle dirette e della circolazione istantanea delle immagini, raccontare una guerra significava partire, rimanere sul posto, raccogliere testimonianze e tornare con qualcosa che il lettore non aveva ancora visto. La distanza fisica tra l’avvenimento e il pubblico attribuiva all’inviato un'autorità e una responsabilità che l'attuale ecosistema informativo ha profondamente trasformato. Il valore storico di Oriana Fallaci dipende dalla dalla radicalità con cui interpretò un'idea di giornalismo fondata sull'assunzione personale di responsabilità: fare una domanda e accettare le conseguenze della domanda stessa. Palazzo Reale riapre dunque un archivio che riguarda una donna, ma anche un modo di concepire il giornalismo. E a vent’anni dalla sua morte, nel pieno di una trasformazione radicale dell'informazione, è probabilmente questo il punto dal quale vale ancora la pena ricominciare.

Mariangela Toninelli, 13 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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