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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliAlex Pinna (Imperia, 1967), artista ligure trapiantato a Milano, dove è docente di scultura all’Accademia di Brera, da sempre ha sperimentato con i materiali più disparati, ferro, acciaio, pietra, resina, corda, vetro, bronzo e alluminio, per creare le sue caratteristiche figure filiformi e solitarie. Nel corso della sua carriera ha realizzato mostre alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, a Palazzo Collicola di Spoleto, alla Fondazione Rotella e al Museo Marca di Catanzaro, a Palazzo Bentivoglio di Bologna ma anche al MOAH Museum di Los Angeles, solo per citarne qualcuna.
Venerdì 16 febbraio la Galleria Guidi gli dedica la prima personale presso i propri spazi dal titolo «Senza fine» (sino al 16 marzo). Il ritorno nella sua terra, esattamente in quella «Superba» che ha dato i natali a un artista molto amato da Pinna, Emilio Scanavino, acquista un significato particolare alla luce delle opere esposte. C’è infatti un’allusione agli «Alfabeti senza fine» del maestro genovese, dove il segno ritma un racconto su tela sospeso, fatto di pieni e di vuoti, nei lavori recenti, ideati dallo scultore per l’occasione.
Le opere appartenenti al ciclo «Alwais me» sono realizzate con materia povera e quanto più semplice, corda e legno. Ambienti spogli incorniciano i piccoli personaggi appena delineati attraverso una plastica essenziale e asciutta, quanto basta a trasmettere un’idea antropomorfa. Le intriganti «composizioni tridimensionali» sembrano rimarcare l’importanza dell’utilizzo di materiali ecosostenibili, facilmente riciclabili, anche per creazioni artistiche e altresì trasmettere un senso di leggerezza e immancabile caducità. Bisogna avvicinarsi ai lievi scenari per comprenderne esattamente la materia e apprezzarne l’efficacia.
«Believe me» è invece un corpus concepito in bronzo e ferro patinati: una linea metallica volteggia nello spazio a disegnare confini e forme essenziali in cui le figure di Pinna si inseriscono nei loro classici atteggiamenti di attesa o di meditazione. Silenti ma estremamente esplicite nel loro trasmettere la fragilità e la malinconia dell’uomo d’oggi tramite pose inclinate e instabili, le sculture non rivelano il loro genere né caratteristiche morfologiche particolari. I toni delle opere si fanno ancor più lirici rapportandosi allo spazio circostante su cui riflettono le loro stesse ombre. In un gioco di moltiplicazioni e camuffamenti, le semplici curve e i nodi delle corde ripetono un rituale fatto di segni e tracce che sono espressione di risonanze interiori.
«Always me» (2020) di Alex Pinna
«Believe me» (2023) di Alex Pinna
«Believe me» (2023) di Alex Pinna
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