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Federico Florian
Leggi i suoi articoli «Il ruolo sociale del pittore? Mostrare la bellezza del mondo per incitare gli uomini a proteggerlo, ed evitare che si dissolva». Con queste parole l’artista francese Martial Raysse (Golfe-Juan, 1936) ha illustrato la funzione «conservativa» dell’artista visivo. Un ruolo, beninteso, che non ha nulla a che vedere con un approccio passatista o tradizionalista all’arte: Raysse, del resto, fu uno dei fondatori, nel 1960, del gruppo radicale dei Nouveaux Réalistes. Al contrario, si tratta della preservazione della bellezza, per ricordarne il valore insostituibile. A un anno dalla grande retrospettiva di Raysse allestita al Centre Pompidou di Parigi (cfr. n. 344, lu.-ago. ’14, p. 27), la Fondazione Pinault di Venezia apre la sua nuova stagione espositiva con una personale a lui dedicata, visitabile dal 12 aprile al 30 novembre a Palazzo Grassi. Curata da Caroline Bourgeois, l’esposizione raccoglie 350 opere tra dipinti, sculture, video e neon, molte delle quali mai esposte al pubblico. Ampio spazio viene riservato alla ricca produzione pittorica, dai ritratti di donne realizzati durante il periodo Pop alle grandi composizioni recenti ispirate ai maestri del passato. L’altra sede della Fondazione Pinault, Punta della Dogana, ospita dal 12 aprile al 31 dicembre «Slip of the Tongue», una collettiva a cura dell’artista di origine vietnamita Danh Vo, vincitore nel 2012 dello Hugo Boss Prize e rappresentante del Padiglione danese alla prossima Biennale di Venezia. Si tratta di un esperimento espositivo che s’interroga sul senso del termine «curatela». Il curatore è, innanzitutto, «colui che si prende cura di ciò che accade agli oggetti una volta realizzati»; è il custode di tali opere, il garante della salvaguardia di un patrimonio collettivo. E chi può ricoprire questo ruolo meglio di un artista, il creatore di simili manufatti? In mostra, oltre ad alcuni lavori dello stesso Vo, sono presenti le opere di 35 artisti moderni e contemporanei (tra cui Julie Ault, Elmgreen & Dragset, Felix Gonzalez-Torres, Petrit Halilaj, Piero Manzoni, Roni Horn, Carol Rama e Auguste Rodin), che accompagnano un nucleo storico composto da dipinti di maestri italiani tra Due e Cinquecento. Il fulcro della mostra è costituito da due grandi opere di Nancy Spero: «Cri du Cœur» (2004) e «Codex Artaud» (1971-72), paradigma dell’idea di ripristino e riparazione alla base dell’intero progetto espositivo.
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