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Marco Riccòmini
Leggi i suoi articoliMolti anni fa, andai un bel giorno in provincia a trovare un’anziana coppia di collezionisti. Sottobraccio portavo un quadretto che speravo di vender loro. Ancor prima di vedere cosa avessi portato, il marito estrasse un quadretto da una madia. «Guardi qui cosa abbiamo acquistato giorni fa», enunciò con un bel sorriso. Riconobbi il pittore e la teletta si inseriva in effetti bene nella loro raccoltina. Tuttavia, osservando il dipinto vidi alcune magagne nella sua conservazione. Gliele feci notare, anzi peggio: avevo con me una lampada di Wood e, come un mago in una fiera d’altri tempi, mostrai loro cosa questa permettesse di vedere. Guardarono meravigliati quelle macchie scure che, come spiegai, indicavano restauri neppure troppo datati. Nel giro di un attimo si stampò sulla loro faccia un’espressione di delusione e scorno. Capii così che rivelare loro l’errore dell’acquisto d’un quadro malconcio in così breve tempo li fece passare per degli stolti. Perché, dopotutto, a dispetto degli anni di collezionismo (e quindi di studio, ricerca, osservazione, letture e frequentazione con storici e accademici), si allenavano quotidianamente su altri terreni di gioco, e imparare a riconoscere guasti su un antico dipinto richiede molta pratica ed esperienza, che non si acquisisce certo in quattro e quattr’otto e tantomeno da autodidatti. Idealmente, per saper vedere qualcosa occorrerebbe aver osservato da vicino un restauratore all’opera per qualche ora e averne ascoltata attentamente la lezione.
Naturalmente la mia tentata vendita sfumò e del mio quadretto non si parlò affatto. Qual è, dunque, la morale della favola? Io imparai a tenere la bocca chiusa. Perché saper vedere o, meglio, riconoscere i guasti di un’opera, è un talento che si acquisisce col tempo e che non è opportuno svendere su due piedi solo per farsi belli. Quei due, che avranno pensato che svelare i danni nel loro acquisto serviva a mettere in luce, a confronto, la perfezione del mio quadretto (che comunque a quel punto manco si degnarono di guardare), avranno calcolato mentalmente la perdita materiale sulla loro acquisizione. Già, perché alla fine la questione gira tutta attorno al deprezzamento del dipinto. Calcolo che, se non si è preventivamente avvertiti sullo stato di conservazione d’un potenziale acquisto, non è facile quantificare, anzi. Nel caso da me raccontato, quel quadretto uscito dal mobile in legno scuro valeva a occhio la metà di quanto fu pagato: peggio per loro. Dopotutto il venditore, mercante di lungo corso, si sarà guardato bene dal rivelare i difetti della propria mercanzia, così pure come l’accademico che corredò l’opera d’una bella perizia per metterli col cuore in pace circa la bontà dell’acquisto, vuoi perché, come spesso accade, era in combutta col mercante, vuoi perché privo degli strumenti per avvedersi di problemi conservativi, non avendo mai regolarmente frequentato botteghe di restauro e non avendo mai impugnato un pennello in vita sua, per non dire un batuffolo di solvente. Quei due assaporarono, forse, il gusto amaro di una lezione di umiltà. E non c’è modo migliore che assaporarlo sulla propria pelle, ossia a loro spese.
Antonio Canal detto Canaletto, «L’imbarco del principe di Sassonia al Ponte di Rialto durante la sua visita a Venezia nel 1740», Collezione privata
Probabilmente da quel giorno in poi mai più si sarebbero soltanto fidati d’una parola ma avrebbero quantomeno preteso di vedere coi loro occhi gli effetti dei raggi ultravioletti; poi, fossero stati lungimiranti, avrebbero capito che nulla poteva sostituire l’occhio nudo d’un restauratore o d’una persona di provata esperienza, ma chissà. Sarà bene ricordare che le stesse case d’asta, quando viene loro richiesto il condition report d’un lotto offerto in vendita, corredano la loro risposta con un disclaimer nel quale fanno chiaro come i loro condition report potrebbero non essere redatti da restauratori di professione e invitano, quindi, i potenziali interessati ad avvalersi della consulenza d’un professionista, così da allontanare eventuali postumi reclami. Dopotutto quella del cattivo stato di conservazione è la scusa cui più frequentemente ricorrono storici e specialisti, che così si riservano il giudizio post intervento di restauro. Comprensibile prudenza, non c’è che dire. Però sarà bene ricordare che i migliori affari li fanno quelli che acquistano un’opera che, proprio perché assai sporca, rimane oscura ai più, e, quindi, a vincere, se così si può dire, sono sempre quelli che osano e si affidano al proprio fiuto capace di filtrare fuliggine e vecchi ritocchi e leggere cosa c’è sotto. Ho visto sotto il mio naso acquistare in un’asta minore inglese una tela quasi nera che poi, dopo qualche delicata carezza di sapone di Marsiglia si rivelò un brillante Canaletto dal cielo azzurro cristallino, moltiplicando così esponenzialmente il suo valore rispetto alla stima con la quale fu inizialmente offerto (e venduto). L’invito a chi si avvicinasse a un’opera con intenzioni d’acquisto è, quindi, quello di farsi sempre accompagnare da un paio di occhi che molto hanno visto, meglio se di tutti i colori, com’è il caso di dire. Accantonando per un attimo la boria che di solito accompagna chi nella vita ha avuto molto successo economico e che alle volte non ama scendere dal podio di fronte a chi, a confronto loro, ha come unica dote quella di avere due formidabili strumenti ben allenati ai due lati del proprio naso.
Marco Riccòmini
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