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Carlotta Mascherpa
Leggi i suoi articoliBernard Berenson di Andrea Mantegna scrisse: «dimenticò che i Romani erano gente di carne e ossa; e dipinse quasi che fossero tutti di marmo»; Nicola Samorì sembra invece percorrere un itinerario opposto. La mostra all’Ambrosiana di Milano, che verrà estesa fino al 10 marzo, è frutto di un progetto ambizioso in cui l’artista forlivese si misura direttamente con alcuni dei grandi del passato, che come fantasmi popolano e generano le sue opere. La presenza dei maestri antichi è palpabile in ogni lavoro, e Samorì non si limita a citare abilmente i grandi maestri. Piuttosto, li indaga perché da essi si generino, o ri-generino, opere contemporanee.
L´esposizione, in parallelo alla mostra a Capodimonte, a Napoli, si sviluppa su quattro sale. In primis, tre marmi di Samorì cercano il confronto con i rilievi del Bambaia: se comprendere i parallelismi del contrasto tra pieni e vuoti richiede dapprima un certo sforzo, è incredibile come la Madonna del Sasso appaia un´incarnazione, ribaltata nella definizione dei volumi, di certe opere del giovane Michelangelo, artista che, per Samorì rappresenta «un mistero» […] da «osservare con occhi semichiusi per non esserne ferito».
Forse, lo stesso desiderio di rimanere incolume guida l’artista nel confronto con «il più grande disegno del Rinascimento». L’apollineo Raffaello viene trasfigurato in una dionisiaca ascesa (o discesa?), e l’esperimento mirabilmente regge.
A chiudere il percorso ambrosiano, nelle sale della biblioteca sono esposte alcune nature morte, in cui l’eco di Caravaggio trasmuta citazioni (qui quasi testuali) da Bruegel, e in cui la materia di supporto viene scelta per le sue caratteristiche e deformità, viene ulcerata insieme al mezzo pittorico, che a seconda della necessità diventa negativo decomposto, o pulsante linfa che scaturisce incontrollata.
Anche la plastica lignea della Cripta di San Sepolcro sembra sottostare all’incantesimo dell’incarnazione di antichi maestri, e qui aleggiano ricordi di scultori gotici che incredibilmente danzano con suggestioni masaccesche, manieriste e giacomettiane.
L’opera di Samorì sembra convivere con fantasmi antichi, che forse in questi giorni di mostra si uniranno allo spirito di Bonifacio Bembo che, come vuole la leggenda, ogni notte visita l'Ambrosiana per star vicino alla ciocca dell´amata Lucrezia Borgia. Chissà cosa si racconteranno.
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