Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Bartolomeo Pietromarchi
Leggi i suoi articoliL’Italia sembra essersi accorta all’improvviso, dopo la terza esclusione consecutiva dai Mondiali, di essere scomparsa anche dai grandi tavoli internazionali dell’arte e della cultura. Come sempre, il dibattito si è subito riempito di scandalo, lamenti, diagnosi e ricette spesso generiche sui massimi sistemi, quasi mai capaci di entrare davvero nel merito. Eppure i fatti che hanno acceso queste reazioni sono oggettivamente gravi. Nel giro di poche settimane si sono accumulate assenze dal forte valore simbolico: oltre alla nazionale di calcio, nessun artista italiano tra i 111 invitati alla Biennale di Venezia 2026; nessun italiano neppure a Manifesta 16 Ruhr, con 106 partecipanti provenienti da trenta Paesi, e, per la prima volta, nessun film italiano in concorso a Cannes, in nessuna categoria.
Non siamo di fronte a episodi isolati. Siamo di fronte al segnale sempre più evidente di una debolezza che da tempo non è più contingente, ma strutturale. Nel calcio, almeno, il dibattito recente è stato un po’ più concreto del solito. Dopo l’eliminazione dal percorso verso il Mondiale 2026, anche la Federazione italiana ha ammesso che il problema non può essere ridotto a una sconfitta o a un allenatore sbagliato. Si è parlato di fragilità strutturali, di scarsa valorizzazione dei giovani, di un sistema economico in difficoltà e di un campionato in cui il peso degli stranieri continua a restringere gli spazi per i giocatori italiani. Un quadro che mostra chiaramente come il problema non sia solo tecnico, ma sistemico. E almeno, alla fine, sono arrivate anche le dimissioni.
Nell’arte contemporanea la dinamica è molto simile. Il punto non è difendere l’identità nazionale in modo protezionistico, né invocare quote italiane per principio. Il punto è chiedersi perché un Paese come l’Italia, con il suo patrimonio, le sue scuole, i suoi musei e la sua densità istituzionale, fatichi così tanto a costruire una presenza solida e continuativa nelle principali piattaforme internazionali. Il fatto che alla Biennale di Venezia 2026 non compaia neppure un artista italiano, o che Manifesta presenti oltre 100 partecipanti senza includerne uno, non può essere liquidato come una semplice coincidenza curatoriale. È il sintomo di un ecosistema fragile, discontinuo e poco coordinato.
In Italia manca ancora una filiera credibile di accompagnamento. Manca un investimento serio sulle giovani generazioni. Manca una formazione adeguata a un sistema internazionale che oggi richiede non solo talento, ma anche capacità di costruzione del lavoro, strumenti linguistici e relazionali, esperienza curatoriale, accesso a residenze, reti, scambi e occasioni produttive. Le accademie sono rimaste immobili dal dopoguerra senza aggiornamento di attrezzature, programmi e corpo docente, connessione internazionale, selezione e professionalità. Di conseguenza, in mancanza di tali condizioni, non ci sono grandi collezionisti o realtà private disposte a sostenere con continuità i giovani artisti italiani, e mancano gallerie con sufficiente forza economica e relazionale per accompagnarli davvero oltre i confini nazionali. Nel frattempo, i nostri musei, le fondazioni private ma anche le gallerie che aspirano a una dimensione un po’ più internazionale ospitano sempre più artisti stranieri (cosa in sé giusta e necessaria), senza che questo dialogo internazionale si traduca in un reale rafforzamento della scena italiana. Importiamo molto, esportiamo poco.
Il paradosso è che anche quando gli strumenti esistono, raramente diventano strategia. Per limitare il discorso all’intervento pubblico statale, i soggetti ci sono, ma non fanno sistema: la Biennale di Venezia, la Quadriennale, la Triennale, il MaXXI, la Gnamc, il Ministero della Cultura con bandi come l’Italian Council e il Padiglione Italia alla Biennale... Non agiscono come una filiera e non sembrano parte di una visione comune capace di selezionare, sostenere, produrre, rendere visibili e accompagnare gli artisti nel tempo. La Biennale, per esempio, ha consolidato da anni con successo il proprio ruolo di piattaforma globale, capace di attrarre fondazioni, capitali e reti internazionali. È una scelta legittima, perfino brillante. Ma è evidente che questa traiettoria non coincide più con una missione organica di sostegno all’arte italiana. Anzi, la si evita accuratamente per non apparire locali e per non correre il rischio di essere bollati come provinciali.
Anche la Triennale e la Gnamc seguono traiettorie coerenti con la loro identità ma isolate e disconnesse. La prima dedicata al design, all’architettura e a una certa idea di interdisciplinarità; le aperture all’arte contemporanea si collocano dentro questa logica. La seconda sull’arte moderna con incursioni nel contemporaneo. Il problema è che in entrambi i casi manca una connessione reale con gli altri soggetti pubblici che dovrebbero contribuire, ciascuno con strumenti diversi, a costruire una presenza italiana più forte e leggibile sulla scena internazionale. Ognuno procede secondo la propria storia e spesso secondo logiche personali e individuali, in una programmazione dettata più dall’occasione che da una vera strategia condivisa.
Ancora più problematico è il caso della Quadriennale. Il ruolo che ha avuto nel racconto e nella legittimazione dell’arte italiana è indiscutibile; il problema è che oggi quel ruolo appare fortemente indebolito, se non del tutto scomparso. Da tempo ha perso gran parte del proprio peso internazionale e si è ripiegata su una dimensione più autoreferenziale e locale, incapace di produrre un vero salto di scala per gli artisti coinvolti. Non è più né una piattaforma museale decisiva di crescita, né uno strumento efficace di visibilità esterna. Soprattutto, non sembra inserirsi in una strategia nazionale riconoscibile. E così finisce per non servire davvero né agli artisti né al sistema. Mostre o rassegne che presentano selezioni di artisti solo italiani sono soltanto, qui come altrove, operazioni compilatorie e, nella peggiore delle ipotesi, consolatorie.
Diverso, almeno in una fase passata, è stato il tentativo del MaXXI. Lì si era provato a costruire un rapporto più concreto tra missione pubblica e sostegno all’arte italiana, mettendo gli artisti in relazione con la scena globale attraverso strumenti operativi. In questo senso il Premio MaXXI (così come anche il Padiglione Italia alla Biennale) è uno dei pochi dispositivi davvero efficaci: non solo un riconoscimento simbolico, ma un’occasione di produzione museale, di sostegno economico, di legittimazione istituzionale e di costruzione di visibilità. Lo stesso è stato per il lavoro sulla collezione del museo, principalmente dedicata all’arte prodotta in Italia: oltre alle grandi monografiche sui maestri e i «mid career», molte delle opere poi acquisite nascevano da committenze di rilievo museale inserite in mostre collettive internazionali, in cui l’artista era messo in un contesto paritario con artisti provenienti da altri Paesi, così da potersi davvero confrontare e dimostrare che, con i giusti strumenti, non siamo secondi a nessuno. Non è un caso che diversi artisti italiani emersi negli ultimi anni sui principali circuiti internazionali siano passati proprio da lì. Rossella Biscotti, Diego Marcon, Marinella Senatore, Giulia Cenci, Giorgio Andreotta Calò, Yuri Ancarani, solo per citare alcuni tra gli artisti delle ultime generazioni, hanno beneficiato di una condizione concreta di crescita, non di una semplice vetrina. Perché oggi un artista non entra davvero nel radar internazionale senza produzione, senza accompagnamento e senza una connessione effettiva con reti e contesti più ampi. Il talento, da solo, non basta più, da tempo.
Anche l’Italian Council, pur avendo prodotto nel tempo alcuni risultati importanti, sembra spesso rispondere più a una logica distributiva che strategica. Finanziare molti progetti con risorse limitate può aiutare diversi soggetti, ma difficilmente costruisce presenze forti, riconoscibili e accompagnate nel tempo. Se l’obiettivo è contare davvero sul piano internazionale, forse servirebbero meno interventi dispersi e più investimenti mirati, più robusti, più leggibili e più coordinati. Lo stesso vale per premi, acquisizioni, produzioni museali e residenze: senza continuità, selezione e strategia tutto resta episodico. Negli anni passati, ad esempio, si era anche tentato di mettere in relazione i risultati dell’Italian Council con una grande mostra al MaXXI, capace di renderli visibili e di farne sistema. Ma è rimasto un episodio isolato.
Per questo sarebbe più utile smettere di reagire a ogni esclusione come a un affronto improvviso e iniziare invece a nominare con chiarezza il problema, proponendo soluzioni realistiche, concrete ed efficaci. Non basta avere artisti bravi, così come non basta avere giovani calciatori promettenti. Bisogna costruire le condizioni perché possano emergere, crescere, misurarsi, sbagliare, essere sostenuti e infine contare. Finché questo non accadrà, continueremo a vedere molti commenti e pochi risultati. Molta retorica sull’eccellenza italiana, ma poca capacità reale di trasformarla in un’autorevole presenza internazionale.
Altri articoli dell'autore
Nella pratica di alcune giovani autrici (tra le altre, Giulia Cenci, June Crespo, Alicja Kwade, Sara Enrico, Eva Fàbregas e Anna Uddenberg) il medium è stato trasformato mettendo corpo, spazio, potere e autodeterminazione in relazione diretta
«In Iran si è formato un campo culturale radicale che vive fuori dalle istituzioni e dal mercato», spiega l’artista. «Social e spazi informali (case, strade, caffè, parchi...) diventano archivi alternativi, dove l’esperienza è registrata e condivisa in tempo reale»
Il racconto degli artisti tra censura e diaspora. Intanto fuori dal Paese l’interesse cresce in musei, biennali, mercato. Ma c’è un rischio: incorniciare l’arte iraniana in narrazioni preconfezionate di crisi e trauma, in storie «consumabili» di sofferenza
L’artista austriaca, protagonista con Ketty La Rocca della mostra in corso da Thaddaeus Ropac, racconta della sua «lotta» ancora necessaria, tra arte, linguaggio e politica


