Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Richard Prince, «I Know This Guy (White Paintings)», 1980, Beverly Hills, Collezione di Alan Hergott e Curt Shepard

© Richard Prince

Image

Richard Prince, «I Know This Guy (White Paintings)», 1980, Beverly Hills, Collezione di Alan Hergott e Curt Shepard

© Richard Prince

Mille motivi (o quasi) per amare Richard Prince

Ha trasformato l’appropriazione in un metodo di conoscenza e ha intuito, con decenni di anticipo, che la fotografia avrebbe smesso di essere una semplice rappresentazione del reale per diventare circolazione, capitale, identità e linguaggio

Francesco Zanot

Leggi i suoi articoli

Io amo Richard Prince. Lo amo perché è tra gli artisti americani più antiamericani che esistano, pur essendo innamorato di tutto ciò che di più americano l’America produce. Nel suo pantheon ci sono motociclette, hot rod, pick-up, golf, poker, rock’n’roll, Steve McQueen, Zorro, Beat Generation e pancake. Lo amo perché nel 1985 ha messo in circolazione la trascrizione di una sua conversazione con J.G. Ballard completamente fittizia. «From what I read in the newspapers, it sounded like you were living inside an enormous novel», gli avrebbe detto lo scrittore, ottenendo come risposta: «I’ve spent the last three weeks on a jumbo jet, crisscrossing the Caribbean and Atlantic five times, because no country will admit me». Prince non falsifica la realtà per ingannare il lettore, ma per mostrare che identità, autorialità e biografia sono tutte costruzioni narrative

Lo amo perché ha un amore viscerale per l’arte. Lo dimostra il fatto che è allo stesso tempo un artista e un collezionista vorace. Nella sua collezione ci sono opere di John McCracken, Stu Sutcliffe, Jackson Pollock e un calco del pene di Jimi Hendrix realizzato da Cynthia Plaster Caster. L’opera di Pollock che possiede è in realtà un piccolo quadro rosso e nero di attribuzione incerta. Anziché affannarsi per ottenere la sua autenticazione (cioè per farne esplodere il valore), Prince è probabilmente l’unico collezionista capace di apprezzare il suo posizionamento in una zona grigia tra vero e falso

Quando era molto giovane, desiderava diventare un pittore ed era fortemente attratto dai grandi quadri dell’Espressionismo astratto. Sutcliffe fu il primo bassista dei Beatles, che abbandonò nel 1961 per dedicarsi alla pittura, prima di morire a soli 21 anni ad Amburgo, dove si era trasferito per studiare all’accademia sotto la guida di Eduardo Paolozzi. 

«I don’t see any difference now between what I collect and what I make», ha dichiarato Prince in un’intervista pubblicata dal «New York Times Magazine» nel 2005. Ovviamente non colleziona solo opere d’arte: la sua raccolta comprende riviste, fotografie vernacolari, fumetti più o meno erotici, manoscritti e lettere di Jack Kerouac, fatture e assegni di personaggi famosi e molto altro ancora. La sua collezione di libri è leggendaria. Possiede una copia di Naked Lunch annotata da William S. Burroughs, una di Keep Laughing di Morey Amsterdam costellata di appunti lasciati dagli agenti della CIA e numerose copie di On the Road di Jack Kerouac, tra cui una dedicata dallo scrittore alla madre e un’altra appartenuta a Neal Cassady, colui che nella realtà aveva ispirato la figura del protagonista Dean Moriarty nella finzione. I libri di RP sono oggetti anomali. Contaminati. Reliquie. 

Amo Prince perché è un pescatore a mosca: proprio durante una battuta di pesca alla metà degli anni Novanta con Peter Nadin, che allora aveva già sospeso l’attività espositiva per dedicarsi al lavoro in fattoria, scoprì Rensselaerville, remoto borgo sui monti Catskills dove avrebbe costruito la cittadella artistica che pochi hanno visitato e molti definiscono la sua opera totale. 

Amo Prince perché da molti anni non rilascia interviste. Lo amo perché nel 2017, appena dopo l’elezione di Donald Trump, ha rinnegato una sua opera acquistata poco prima dalla figlia Ivanka, dichiarandola falsa (ricordo di avere letto questa notizia per la prima volta in una sua intervista). Amo Prince perché ha lo stesso nome di uno dei miei musicisti preferiti. 

Per molti anni non ho potuto assistere a un concerto di Prince per dei problemi legali che ha avuto con il suo agente italiano (pare che fosse scappato durante un tour senza lasciare tracce), ma ricordo la frase che ha pronunciato alla fine della prima canzone («Rainbow Children»), quando finalmente sono riuscito a vederlo nel 2002 al PalaTucker di Milano: «Is it too loud?». Amo Prince perché è un fan dei Sonic Youth. Nei suoi ultimi concerti Kim Gordon non suona più i pezzi dei Sonic Youth. 

Richard Prince, «Untitled (Girlfriend)», 1993, Collezione privata © Richard Prince

Amo Prince perché ha trasformato in una sua opera il video integrale dell’interrogatorio cui è stato sottoposto nel processo che lo vedeva indagato per avere violato il diritto d’autore di due fotografi. Una delle fotografie contestate è un ritratto di Kim Gordon. L’imputato diventa performer. Il burocratese si tramuta in poesia concettuale. Suono. Ritmo. Rumore. Il film si intitola «Deposition» ed è stato presentato per la prima volta in una chiesa sconsacrata di Roma con il monitor posizionato proprio nel punto in cui si trovava l’altare. Anarchico, iconoclasta, blasfemo, profanatore. Amo Prince perché per lui il tempo non passa mai. 

Quando nel 1980 ha cominciato a lavorare ai suoi celebri «Cowboys» aveva 29 anni; il suo ultimo ciclo si intitola «Folk Songs» e lo ha realizzato nel 2022-23, sempre a 29 anni. Amo Prince perché non gli interessano i primati, le priorità e le precedenze. Nei suoi lavori, nei suoi scritti e nelle sue conversazioni cita sempre qualcun altro. Centinaia, migliaia di citazioni: Cezanne, Pollock, de Kooning, de Chirico, Kline, Bettie Page, Warhol, Ed Ruscha, Vito Acconci, Mollino, Piero Manzoni, Pierre Molinier, Wallace Berman, Rosemarie Trockel, Tichý, Bela Lugosi, Michael Cimino, Lenny Bruce, Allen Ginsberg, Timothy Leary, Cormac McCarthy, Bob Dylan, Procol Harum... Amo Prince perché è l’unico artista ad avere compreso con anticipo tutto quello che sarebbe successo alla fotografia negli ultimi cinquant’anni

Basando fin dall’inizio gran parte dei suoi lavori su un processo di appropriazione, ha mostrato che scegliere un’immagine sarebbe diventato tanto importante quanto produrla. Attraverso le opere multidisciplinari, a cominciare dai «Nurse Paintings», ha suggerito che presto la fotografia avrebbe invaso il campo degli altri linguaggi dell’arte, si sarebbe introdotta nel loro corpo e avrebbe continuato a diffondersi come un virus. La fotografia è dappertutto. Le stesse opere raccontavano come succinti haiku fantascientifici che questo medium si sarebbe staccato dalla riproduzione della realtà, facendo collassare il nesso fotografia-verità

Con i «New Portraits», screenshot di post trovati su Instagram e stampati in formato gigante, Prince ha chiuso il gap tra museo e social media e affermato che la fotografia contemporanea è inseparabile dalla sua circolazione. Ci ha sempre detto che le immagini sarebbero state capitale, merci, beni economici, prima ancora che oggetti estetici o nuclei di significato. Amo Prince perché è un rabdomante, uno di quei tipi strani che si inventano strategie anomale e ingarbugliate per indicare qualcosa che c’è, ma ancora non si vede. Una volta ha scritto: «In my movie there’s a cowboy, a nurse, a comedian, and a girl on a motorcycle. The nurse tells jokes. The cowboy takes care of people. The comedian rides a horse. The girl on the motorcycle stays home. The nurse is played by Kate Moss. I don’t know if she can act, but she can tell a joke... In my movie Kate says the primary component of art is truth. Once you know how to manipulate the truth you should be able to produce art». Ovvero: «Nel mio film c’è un cowboy, un’infermiera, un comico e una ragazza in motocicletta. L’infermiera racconta barzellette. Il cowboy si prende cura delle persone. Il comico va a cavallo. La ragazza in motocicletta resta a casa. L’infermiera è interpretata da Kate Moss. Non so se sappia recitare, ma sa raccontare una barzelletta... Nel mio film Kate dice che l’elemento fondamentale dell’arte è la verità. Una volta che hai imparato a manipolare la verità, dovresti essere in grado di produrre arte».

Francesco Zanot, 05 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Francesco Zanot

Leggi i suoi articoli

Altri articoli dell'autore

Una storia plurale che continua a trasformarsi, interrogando continuamente la natura stessa dell’immagine 

Non conta che sia vera o che sia falsa, ma se ci crediamo oppure no. Affrancata dalla rappresentazione del reale, produce meno immagini iconiche. E tende a proteggersi isolandosi anziché integrarsi nel sistema delle arti

Anziché cogliere il momento decisivo, i fotografi agiscono come pittori, allestendo meticolosamente tutto ciò che rientra nel campo dell’inquadratura prima di premere il pulsante di scatto

Mille motivi (o quasi) per amare Richard Prince | Francesco Zanot

Mille motivi (o quasi) per amare Richard Prince | Francesco Zanot