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La cupola della Basilica di San Pietro

Foto Guy Percival. Licenza: CC0 Public Domain

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La cupola della Basilica di San Pietro

Foto Guy Percival. Licenza: CC0 Public Domain

Michelangelo è una cupola antimissili: l’oscuro omaggio della tecnologia bellica al Rinascimento

Ha il nome del Buonarroti la fredda architettura digitale di sensori progettata dal gruppo Leonardo a difesa del territorio nazionale ed europeo. Se l’Umanesimo rinascimentale metteva l’uomo e il suo libero arbitrio al centro dell’universo, questo «Dome» sposta il baricentro sul silicio 

Andrea Bruciati

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C’è una strana, quasi demoniaca ironia nel modo in cui l’industria della difesa italiana ha deciso di omaggiare il Rinascimento. Il nuovo progetto di Leonardo, colosso della tecnologia bellica, si chiama «Michelangelo-The Security Dome». Non è un affresco e non è di marmo: è un’architettura digitale «multidominio», uno scudo invisibile fatto di radar Kronos e algoritmi predittivi che promette di blindare i cieli europei entro il 2029.

L’operazione di rebranding è perfetta, quasi artistica nella sua atrocità. Che un’azienda intitolata a Leonardo da Vinci, l’uomo che dissezionava i corpi per svelare il mistero della vita e disegnava ali per liberare l’uomo dalla sua gravità, scelga ora il nome dell’autore della Sistina per vendere un sistema di intercettazione missilistica, è un colpo di genio cinico. Serve a nobilitare una spesa di 21 miliardi di euro, trasformando una complessa rete di sensori e batterie SAMP/T NG in un’opera d’ingegno nazionale. Se il Leonardo storico cercava l’anima nel battito del cuore, il Leonardo moderno la cerca nella segnatura termica di un bersaglio.

Qui il Rinascimento subisce una torsione distopica. Se l’Umanesimo di Leonardo e Michelangelo metteva l’uomo e il suo libero arbitrio al centro dell’universo, questo «Dome» sposta il baricentro sul silicio. La Cupola di San Pietro, concepita dal Buonarroti come un abbraccio di pietra teso verso l’infinito, viene plagiata per diventare una gabbia di frequenze. La responsabilità morale di spegnere una vita non passa più per il tormento di un comando umano, ma per la fredda efficienza di un processore. È una delega silenziosa, accettata con un pragmatismo che lascia interdetti: la politica approva in nome della sovranità tecnologica, mentre dalle istituzioni religiose e culturali arriva un silenzio imbarazzante, quasi che la profanazione dei padri fosse un prezzo accettabile per il fatturato.

Il realismo del progetto scivola nell’astrazione del sangue. Entro la fine del 2026, i componenti verranno testati sul fronte ucraino. Leonardo da Vinci passò la vita a osservare la natura per imitarne la perfezione generatrice; oggi, il sistema che porta il suo nome osserva il conflitto per imitarne l’efficacia distruttiva. Non è solo assistenza; è un’ottimizzazione del software sulla carne viva. Ogni esplosione diventa un «punto dato», ogni traiettoria un feedback per affinare il codice. Il conflitto si trasforma in una fiera campionaria a cielo aperto, dove il dolore umano è il parametro necessario per rifinire il prodotto finale.

Stiamo costruendo una prigione digitale e la stiamo decorando con i nomi dei nostri maestri per convincerci che sia un capolavoro. Ma l’amaro in bocca resta, persistente, come cenere. Se il vero Michelangelo scagliò il martello contro il suo Mosè gridando «Perché non parli?», davanti a questa nuova cupola di sensori il silenzio sarebbe la sua unica risposta. Perché in un mondo dove un algoritmo ha già deciso il prossimo bersaglio, non c’è più spazio per il genio, ma solo per la computazione. Restiamo umani, finché il sistema non ci considera un errore di calcolo.

 

 

Andrea Bruciati, 20 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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