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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliCi sono passioni che si trasformano, si arricchiscono e trovano nuovi linguaggi senza mai perdere il legame con le proprie origini. È il filo conduttore di «Eredità visive di tre generazioni», la mostra ospitata lungo la Promenade della Galleria Alfieriana della Reggia di Venaria sino al 30 agosto e in cui 139 immagini raccontano la straordinaria storia della famiglia Robino, tre generazioni unite da un'unica, inesauribile vocazione: quella di osservare il mondo attraverso l'obiettivo.
Curata da Pierangelo Cavanna e Paolo Robino, l'esposizione appare come un viaggio attraverso oltre settantacinque anni di evoluzione dell'immagine, dalla fotografia analogica all'era digitale fino agli scenari aperti dall'intelligenza artificiale. È anche il racconto di come una passione privata sia diventata, nel tempo, una vera eredità artistica capace di attraversare epoche, tecnologie e sensibilità diverse.
Il viaggio prende avvio con Stefano Robino (1922-2017), figura di straordinaria modernità che, pur definendosi un fotografo amatoriale con un approccio professionale, raggiunse una notorietà internazionale già a partire dagli anni Cinquanta. Le sue immagini furono pubblicate su riviste prestigiose come Life, Modern Photography, Leica Photografie, Ferrania e Il Corriere Fotografico, oltre a essere premiate in numerosi concorsi internazionali. Le ottantacinque fotografie esposte restituiscono uno sguardo intenso sull'Italia del dopoguerra e del boom economico: fabbriche, paesaggi, famiglie, emigranti, bambini, scorci urbani e scene di vita quotidiana raccontati con una sensibilità capace di trasformare il documento in poesia. Accanto ai lavori più noti, la mostra propone anche una preziosa selezione di immagini rimaste per decenni custodite nell'archivio dell'autore, mai stampate né esposte. Il loro recupero, frutto di un accurato lavoro di riordino e ricerca, offre oggi una nuova lettura dell'opera di Stefano Robino e dimostra come un archivio fotografico possa continuare a generare significati, dialogando con lo sguardo contemporaneo.
Stefano Robino, «La mia Famiglia n1», 1956
Paolo Rubino, «Basilica di Superga-la cupola», 2021
La seconda generazione è rappresentata da Paolo Robino, nato nel 1952, che raccoglie l'eredità paterna trasformando quella passione in una professione. Fotografo professionista dal 1978, ha dedicato gran parte della sua attività alla documentazione del patrimonio artistico e architettonico italiano, accompagnando con naturalezza il passaggio dalla pellicola al digitale. Le cinquantaquattro fotografie selezionate raccontano decenni di lavoro tra residenze storiche, monumenti, opere d'arte e campagne fotografiche di grande rigore documentario, alle quali si affiancano ritratti e figure ambientate che rivelano un lato più personale e intimo della sua produzione. Le sue immagini restituiscono l'equilibrio tra precisione tecnica e sensibilità artistica, dimostrando come la fotografia possa essere insieme testimonianza, ricerca e interpretazione.
Con Filippo Robino, classe 1987, il percorso approda nel presente e guarda decisamente al futuro. Specializzato negli effetti visivi digitali e fondatore di uno studio che realizza VFX per cinema, serie televisive, videogiochi, videoclip musicali e campagne pubblicitarie, rappresenta una nuova idea di immagine, nella quale fotografia, grafica tridimensionale e intelligenza artificiale dialogano continuamente. In mostra presenta uno showreel delle sue produzioni professionali, ma soprattutto un suggestivo video nel quale le fotografie storiche del nonno prendono vita grazie agli strumenti dell'intelligenza artificiale. È un'opera che non vuole sostituire la fotografia tradizionale bensì renderle omaggio, dimostrando come anche le tecnologie più avanzate possano diventare strumenti per valorizzare la memoria e costruire nuove forme di racconto.
La forza del percorso alla reggia risiede proprio nella capacità di mostrare come ogni passaggio tecnologico non abbia cancellato quello precedente ma ne abbia ampliato le possibilità espressive. La pellicola lascia spazio al digitale, il digitale evolve nell'immagine sintetica, ma al centro resta sempre lo stesso impulso: osservare, interpretare e raccontare la realtà. È una mostra che parla certamente di fotografia, ma anche di famiglia, di memoria e di continuità.