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Beatrice Caprioli
Leggi i suoi articoliFrieze New York torna allo Shed nel West Side di Manhattan dal 13 al 17 maggio, all’interno di una delle settimane più dense per l’arte contemporanea in città. In concomitanza si svolgono infatti TEFAF New York (15-19 maggio), Independent (14-17 maggio), 1-54 New York (14-17 maggio) e NADA New York (13-17 maggio), oltre alle principali aste primaverili di Bonhams, Christie’s, Phillips e Sotheby’s. Tutti questi appuntamenti si concentrano, peraltro, a ridosso dell’apertura della Biennale di Venezia, inserendosi in un calendario che impone una selezione sempre più attenta tra i principali eventi internazionali. Un incontro di inizio primavera con Christine Messineo, direttrice per le Americhe di Frieze, offre l’occasione di conoscere in anteprima le principali linee della 15ma edizione della fiera, la prima dopo l’acquisizione della società Frieze da parte di MARI, il gruppo guidato da Ari Emanuel, avvenuta lo scorso autunno. Messineo ha costruito il proprio percorso tra New York e Los Angeles. Dopo un lungo periodo come partner da Bortolami e come direttrice presso la Hannah Hoffman Gallery, oggi guida la rassegna newyorkese con una visione chiara del suo posizionamento, anche strategico, all’interno della scena artistica della Grande Mela. In questo contesto, le ambizioni per l’appuntamento di quest’anno sono chiare. Si rafforza il profilo internazionale della fiera, con una partecipazione ampia e una presenza sempre più incisiva di gallerie provenienti dall’area centro e sudamericana, mentre si consolida il dialogo con la città attraverso collaborazioni con istituzioni e organizzazioni non profit che ne estendono la presenza ben oltre i suoi confini. Nel corso della conversazione con Messineo emerge un entusiasmo evidente, legato ai partecipanti, tra nuovi ingressi e ritorni, con una presenza significativa di gallerie al loro debutto, e, più in generale, all’impostazione complessiva che appare particolarmente ambiziosa. Un ruolo centrale è affidato alla sezione Focus, curata per il terzo anno consecutivo da Lumi Tan, che riunisce una nuova generazione di gallerie orientate verso pratiche sperimentali. A questa si affiancano iniziative mirate, come il nuovo programma di acquisizioni sostenuto dalla Sherman Family Foundation, che prevede l’acquisto di due opere, una destinata al Baltimore Museum of Art, a Baltimora, e l’altra al Brooklyn Museum di New York. Ne emerge una fiera che, accanto alla dimensione commerciale, incide in modo più strutturato sulla visibilità delle opere, sulla presenza istituzionale degli artisti e sulle loro possibilità di evoluzione nel tempo.
Come si configura oggi Frieze New York, sia in termini di portata internazionale sia nel suo rapporto con l’ecosistema culturale della città?
Direi che ci sono due aspetti principali. Il primo riguarda le gallerie: si tratta a tutti gli effetti di una fiera internazionale, con partecipanti provenienti da tutto il mondo, dall’Europa all’Asia, dal Medio Oriente al Sud America. Quest’anno, per esempio, contiamo quattro gallerie coreane, accanto a una presenza significativa dell’area centro e sudamericana. Nel complesso, l’evento riunisce oltre 65 espositori provenienti da più di 25 Paesi, restituendo una mappa piuttosto precisa delle dinamiche attuali del sistema internazionale. Allo stesso tempo, New York è una città con un pubblico sofisticato e consapevole, capace di leggere questa prospettiva globale; e Frieze riflette, e contribuisce in modo attivo, a questo livello di complessità. Il secondo aspetto riguarda la programmazione. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato un rapporto molto stretto con varie istituzioni della città, ampliando il progetto e rafforzandone le relazioni. La nostra posizione, tra lo Shed, la High Line e il Whitney Museum, ci colloca già all’interno di una geografia culturale piuttosto articolata, che favorisce un dialogo continuo tra musei, gallerie, artisti e pubblico.
La fiera è spesso descritta come un’«istantanea» delle pratiche artistiche più rilevanti del presente. Quali linee di ricerca emergono oggi e, tra queste, le più urgenti?
Uno degli aspetti che ho notato con maggiore evidenza nella ricerca degli artisti è una crescente attenzione alla presenza del corpo nello spazio, anche in relazione all’architettura. Questa sensibilità emerge sia nelle performance che abbiamo in programma, sia in diverse installazioni presenti in mostra: lavori che introducono una dimensione partecipativa, invitandoci a una maggiore consapevolezza di noi stessi e di ciò che ci circonda. Tutto questo mi sembra indicativo di una tendenza più diffusa: gli artisti non lavorano più soltanto sull’opera come elemento autonomo, ma costruiscono situazioni ed esperienze che coinvolgono lo spettatore sul piano fisico e concettuale. È interessante osservare come, anche all’interno dei limiti di una fiera, si avverta una spinta crescente a superarne i confini. Spesso si tratta di pratiche che interrogano direttamente le modalità espositive tradizionali, spostando l’attenzione verso la costruzione di una vera e propria esperienza.
L’edizione di quest’anno pone un accento particolare su gallerie e artisti sudamericani. Da che cosa nasce questa scelta e quale ruolo giocano oggi queste realtà nel dibattito artistico contemporaneo?
Abbiamo lavorato a lungo per rafforzare il nostro rapporto con il Sud America. Quest’anno le gallerie brasiliane rappresentano circa l’11% della partecipazione: un dato significativo, che restituisce la vitalità della scena e la sua rilevanza a livello globale. Negli ultimi anni questo impegno si è tradotto anche in un ampliamento dello sguardo all’interno di Frieze, grazie al coinvolgimento di figure come Fátima González, fondatrice della galleria Campeche a Città del Messico, e Omayra Alvarado di Instituto de Visión, a Bogotà in Colombia, il cui contributo ha permesso di orientare in modo più preciso le nostre scelte. Durante una delle mie ultime visite a Città del Messico, mi sono imbattuta diverse volte nel lavoro di Abraham González Pacheco. È stato questo a portarmi a Campeche, una galleria giovane ma con un programma molto solido, oggi presente nella sezione Focus. Accanto a queste realtà, gallerie come Mendes Wood DM e Nara Roesler hanno già costruito saldi legami tra il Sud America e New York. Il nostro obiettivo è continuare a sviluppare questo dialogo, creando le condizioni per un confronto più approfondito con le pratiche locali. Si tratta di un processo che testimonia un significativo riassetto degli equilibri del sistema dell’arte, in cui alcune geografie stanno acquisendo una visibilità sempre più centrale.
La sezione Focus continua a mettere in luce gallerie emergenti e pratiche sperimentali. Come si configura oggi all’interno della fiera?
È una componente fondamentale. Per il terzo anno consecutivo Lumi Tan è alla guida del progetto, e ciò che colpisce è soprattutto la sua dimensione internazionale, oltre all’ampiezza della visione curatoriale. La sezione riunisce gallerie provenienti da città come Buenos Aires, Città del Messico, San Paolo, Londra e New York, da cui emerge un dialogo tra storie culturali e impostazioni artistiche anche molto diverse tra loro; non si limita a presentare talenti emergenti, ma include anche pratiche storiche o meno note, costruendo così una continuità tra generazioni. Lumi parla spesso di «worldbuilding» per descrivere progetti che danno vita a nuove strutture, capaci di affrontare temi come la crisi ecologica, dinamiche urbane, fino a dimensioni più intime e personali. Questo approccio rimanda a una visione della fiera come spazio in cui sperimentazione e ricerca possono trovare una reale visibilità. Non a caso, molte delle gallerie coinvolte partecipano per la prima volta, confermando Focus come uno dei contesti di riferimento per l’introduzione di nuove proposte.
Quali sono le principali novità di questa edizione?
Uno degli elementi più rilevanti di quest’anno è l’avvio del programma di acquisizioni promosso con la Sherman Family Foundation. Si tratta di un impegno quinquennale a sostegno degli artisti della sezione Focus: come dicevamo, a ogni edizione verranno acquisite due opere, una destinata al Baltimore Museum of Art e l’altra al Brooklyn Museum, e ciascun artista riceverà un contributo di 5mila dollari. Un’altra novità riguarda la serie di performance che abbiamo messo in programma e, più in generale, l’estensione della fiera nella città attraverso la Frieze Week, che si sviluppa in un calendario articolato di mostre e progetti nelle principali istituzioni newyorkesi.
Alla luce della sua esperienza alla guida di Frieze a New York e a Los Angeles, quali differenze emergono nel modo in cui le due fiere si inseriscono nel contesto urbano?
New York è una città veloce: si è costantemente in movimento, si incontrano persone di continuo, e questo incide profondamente sull’identità della fiera. A Los Angeles, invece, questi momenti di incontro vengono costruiti in modo più intenzionale. La città è più dispersa e il ritmo è diverso. A New York, in un certo senso, facilitiamo qualcosa che esiste già. La densità urbana, la prossimità delle istituzioni e la dimensione globale del pubblico fanno sì che la fiera sia parte di un ecosistema molto più ampio. Ed è proprio questo che la rende unica: non è semplicemente un evento, ma un momento in cui l’intero mondo dell’arte converge nella città.
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