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Carolina Sandretto
Leggi i suoi articoliNata nel pieno della rivoluzione industriale, quando le nuove classi sociali cominciano a registrare le proprie vite, la fotografia porta in sé due lati inseparabili: l’immagine come segno e il processo che la genera. È nella materia, e grazie a essa, che si scrive la storia tecnica ed estetica della fotografia, ma anche nella fortuna dei suoi alchimisti.
Nel 1826 Joseph Nicéphore Niépce stese bitume di Giudea su una lastra di peltro e, dopo otto ore di esposizione, realizzò Vista dalla finestra a Le Gras, la prima eliografia della storia: la scrittura con la luce diventa la fotografia. Niépce muore il 5 luglio 1833, ma grazie al loro sodalizio sarà Daguerre, scienziato appassionato di alchimia, a continuare i suoi studi. La combinazione di una lastra d’argento messa a contatto con vapori di iodio forma ioduro d’argento che dopo un’esposizione di 15 minuti fa apparire un’immagine negativa dai morbidi toni grigi. Nascono così i dagherrotipi, pezzi unici preziosi, conservati dentro astucci da gioielli.
All’epoca la fotografia è percepita come un’esperienza misteriosa e sorprendente: un apparecchio enorme e ingombrante dietro al quale, sotto un panno nero, si nasconde il fotografo, capace di generare immagini sorprendenti del mondo visibile. Un oggetto unico che entra nell’era dell’industrializzazione grazie a William Henry Fox Talbot, che nel 1839 presenta i suoi disegni fotogenici o calotipi: oggetti appoggiati su carta pregna di sali d’argento poi esposti alla luce, che nel processo annerisce le parti scoperte lasciando chiare le altre, creando un negativo da cui stampare più copie positive. È grazie a lui che la fotografia diventa riproducibile.
Sarà John Herschel però a definirne il linguaggio, introducendo i termini negativo, positivo, fotografia e istantanea. Nel 1839 realizza la prima fotografia su vetro fissata con tiosolfato di sodio, ancora oggi usato come fissativo; le fotografie possono così durare nel tempo. Nel 1842, Herschel inventa la cianografia, procedimento su carta a base di sali di ferro che produce immagini blu direttamente positive.
Con questa tecnica Anna Atkins pubblica nel 1843 Photographs of British Algae, il primo libro fotografico della storia.
L’era della riproducibilità passa dall’albumina su vetro, introdotta nel 1848 da Nicéphore de Saint-Victor: i negativi sono preparati dai fotografi spalmando su vetro collodio e albumina; le stampe presentano carta lucida, bianchi brillanti, neri profondi, le fotografie che oggi consideriamo classiche. Le camere oscure, da enormi e pesanti, diventano più leggere; si diffonde la gelatina ai sali d’argento, che permette a Julia Margaret Cameron di fotografare ritratti sfocati, a Charles Marville e Eugène Atget di documentare Parigi, mentre Felice Antonio Beato viaggia fino in Egitto e ne censisce i monumenti.
Quando la fotografia arriva negli Stati Uniti si afferma con grande rapidità. I fotografi ne comprendono da subito la forza come strumento per raccontare la nascita e la costruzione del Paese in una prospettiva storicizzante. O’Sullivan, Jackson e Brady attraversano i territori sconfinati e documentano paesaggi, conquiste e guerre, contribuendo a costruire il mito fondativo degli Stati Uniti d’America.
Anche la tecnica evolve e nel 1888 George Eastman fonda a Rochester la Kodak, che produce la prima pellicola di cellulosa cambiando radicalmente il mondo della fotografia. Le difficoltà si riducono al minimo: si acquista l’apparecchio già carico, si scatta e lo si spedisce al laboratorio, che sviluppa, stampa e lo restituisce ricaricato.
Con il rullino e lo slogan «you press the button» nasce la macchina tascabile, il rullino da cento pose e una distribuzione su scala nazionale. Dai primi del Novecento, con la Kodak Brownie, a un dollaro per sei vedute, si avvia una democratizzazione della memoria e dell’immagine senza precedenti. Per contrastare questo fenomeno, molti artisti decidono di recuperare l’artigianalità del processo fotografico ed esplorano materiali come il platino e il palladio per creare una scala tonale ampia con superfici opache e profondità dei toni. Paul Strand e poi Alfred Stieglitz stabiliscono che la stampa a mano, in camera oscura, che ammette solo schiaritura e scurimento selettivo sia quella artistica e la differenziano da quella meccanica.
Oskar Barnack, nel 1925, introduce la Leica I, dando origine al formato 24×35 mm, ancora oggi il più diffuso. Un apparecchio tecnologicamente all’avanguardia con ottiche intercambiabili, otturatore sul piano focale e telemetro accoppiato.
Si inaugura l’epoca della fotografia giornalistica: autori come Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, Gerda Taro e Lee Miller documentano gli orrori della guerra, mentre crescono e si sviluppano le grandi riviste illustrate. Immagini e testo stampati insieme fanno diventare la fotografia parte integrante della comunicazione di massa, imponendola come strumento centrale della cronaca. Nasce la cultura visiva moderna.
Ancora una volta, la fotografia amatoriale e quella artistica si separano, con l’arrivo della stampa a colori C-print. La stampa cromogenica su carta resinata (dalle superfici opache o lucide) si diffonde con autori come William Eggleston prima, poi Luigi Ghirri, fino ad arrivare a Rineke Dijkstra (per citarne alcuni). Le diapositive Kodachrome, dai colori saturi e proiettabili, diventano l’archivio domestico delle famiglie benestanti. Nel 1948 Edwin Land lancia la Polaroid, una nuova evoluzione capace di produrre una stampa in bianco e nero in un minuto. La fotocamera espone e sviluppa automaticamente le pellicole a strappo.
Negli anni seguono altre importanti innovazioni: la pellicola istantanea a colori (1963), la diapositiva in bianco e nero e, nei primi anni Ottanta, la diapositiva 35 mm a colori.
Le macchine fotografiche diventano Reflex, più performanti e munite di motori elettrici che permettono lo sviluppo della fotografia nel mondo dello sport e della moda a partire degli anni ’70.
Nei primi anni 2000, l’arrivo della fotografia digitale ha stravolto il mezzo, ma non ha cancellato la stampa: l’ha ridefinita. Il rullino digitale diventa pressoché infinito, con una sola scheda si possono scattare centinaia, migliaia di fotografie. I sensori sono migliorati con capacità cromatiche sempre maggiori. Il file e i programmi come Photoshop hanno modificato i criteri di stampa, ridefinito il concetto di post-produzione, portando il negativo dentro l’universo digitale.
La stampa fine art è oggi l’oggetto che riunendo chimica e digitale dà materia al file.
Nata da un esperimento alchemico fatto di stagno e bitume, oggi la fotografia riproduce la realtà nei minimi dettagli in dimensioni enormi; la tecnica ha aumentato la creatività. Il banco ottico ha lasciato il posto al nostro cellulare, la macchina fotografica più potente, quella che teniamo sempre in mano.
La fotografia diventa prova di verità assoluta, ma anche irreale. Scompaiono gli album e si scatta per i social media che riducono la fotografia a strumento di marketing per un pubblico distratto.
Ma anche se strumentalizzata, la fotografia non si piega alle regole del consumismo di massa. Resta agente di cambiamento sociale, racconta l’attualità sensibilizzando l’opinione pubblica; riscopre l’artigianalità attraverso libri d’artista e stampe digitali di qualità. Crea una rete con istituzioni che conservano le fotografie vintage e i collezionisti che sostengono la nuova generazione di creatori. Oggi il futuro della fotografia sembra dominato dalla presenza dell’IA.
Per alcuni è una risorsa, un’evoluzione del mutevole medium, per altri un pericolo per la sua sopravvivenza e il suo futuro. Solo la storia, e quello che faremo noi tutti di questo medium, ce lo diranno.
Come diceva Roland Barthes, forse la fotografia cambierà nei mezzi o nelle forme ma saprà sorprenderci rimanendo «il linguaggio più corrente della nostra civiltà».
Una fotografia di Eugène Atget
Una Polaroid di Andy Warhol. © Andy Warhol polaroid
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