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Margherita von Guggenberg
Leggi i suoi articoliGrandi strutture in metallo conquistano gli spazi della Sala del Colonnato della Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari. Si tratta della mostra di Pamela Diamante inaugurata il 21 Febbraio «Le invisibili. Esistenze radicali», un’esposizione promossa dal Ministero della Cultura all’interno del programma PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea. La mostra, che sarà visitabile fino al 21 di aprile, è un’indagine sulle forme di sfruttamento del nostro attuale sistema economico e le possibilità di riscatto che possono nascere dalla nostra consapevolezza collettiva.
Si tratta di un progetto artistico prodotto con la collaborazione e consulenza dei soggetti dell’opera stessa, le braccianti agricole, figure femminili messe in ombra e sistematicamente marginalizzate. Pamela Diamante ha condotto ricerche estese e lavorato in collaborazione con la Fondazione CDP e il progetto Sweetnet di Actionaid International Italia, dedicato a prestare supporto e promuovere i diritti di giovani e donne migranti. Attraverso queste testimonianze l’opera d’arte diviene uno strumento capace di dialogo fra queste storie e, allo stesso tempo, mezzo di una potente denuncia. La riflessione intorno alla sudditanza sociale ricade su figure dimenticate e afflitte da un’emarginazione sia a causa della loro origine rurale, sia per il loro genere e gli stereotipi di debolezza e fragilità ad esso associati.
Diamante riprende questi presupposti e li ribalta nella sua opera: sedici aste verticali in ferro richiamano la freddezza metallica di un dispositivo meccanico, un cingolato in funzione, che evocano macchine agricole in movimento. Ma quest’opera sorregge sui suoi rami dischi metallici e piccole zappe di ceramica, una combinazione paradossale fra la tenacia degli strumenti impugnati da corpi sfruttati e la delicatezza e grazia di un’iconografia vulnerabile, quasi materna. L’uso della ceramica, un materiale che nasce dal terriccio, richiama le umili origini di tali lavori, mentre la struttura in esagoni afiancati delle colonne va a richiamare la natura collaborativa della professione e di questo progetto. Una ‘massa critica’ di componenti individuali capace di formare un muro per la difesa dei diritti umani.
Ogni stele nella scultura corrisponde a una lavoratrice coinvolta, rappresentata duplicando la sua altezza, un voluto cambio di prospettiva che vede queste donne guardare noi dall’alto verso il basso invece del contrario. Soggetti tradizionalmente posti ai gradini più bassi della piramide sociale entrano a contatto con la realtà accademica delle opere presentate nel Palazzo della Città di Bari e con l’elegante e spoglia estetica fascista dell’edificio stesso. «Le invisibili. Esistenze radicali» viene posizionata in mezzo alle grandi opere marmoree di Giulio Cozzoli, ma è anche a stretto contatto con altre opere della collezione, da Telemaco Signorini a Giovanni Fattori a Pino Pascali.
La mostra, a cura di Roberto Lacarbonara, viene affiancata da un catalogo con testi di Claudia Attimonelli, Vincenzo Susca e fotografie di Michele Alberto Sereni, oltre che da alcune giornate di studio e progetti organizzate nell’Università Carla Lonzi di Bari e l’Università Paul-Valéry di Montpellier.
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