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Francesca Panzarin
Leggi i suoi articoliSono il pubblico più complicato e tra i più ambiti da chi si occupa di «engagement museale». Gli adolescenti (13-17 anni) mediamente odiano i musei perché li hanno sperimentati durante faticose gite scolastiche in cui sono costretti ad ascoltare adulti che descrivono opere d’arte che a loro sanno solo di polvere e noia. Al netto dei percorsi di Alternanza Scuola-Lavoro (Pcto), sono ancora poche le istituzioni culturali che hanno sperimentato nuove strategie di ingaggio nei confronti di un’età a cui non si possono più proporre giochi didattici da bambini ma neanche supporti alla visita autonoma progettati per un pubblico adulto. Gli adolescenti rappresentano una sfida stimolante perché richiedono un ribaltamento di prospettiva rispetto ad altre tipologie di visitatori. Se convinti a entrare in un luogo d’arte, infatti, non vogliono essere solo visitatori. La Generazione Z, nativa digitale e iperconnessa, ha bisogno di essere coinvolta, di usare il proprio linguaggio, di occupare gli spazi sovvertendo codici comunicativi e processi esistenti. Una sfida inedita per le istituzioni culturali che vogliono investire sui visitatori del futuro: essere disponibili all’ascolto senza pregiudizi, trasformarsi, farsi hackerare.
La proposta di «audience engagement» per adolescenti più famosa e imitata al mondo è «Teens Take The Met!», una gigantesca occupazione creativa del Metropolitan Museum of Art di New York riservata esclusivamente a loro. Fedele alla sua missione di coinvolgere il pubblico locale e globale rendendo la collezione accessibile a tutti, dal 2013 nel mese di maggio il museo statunitense accoglie adolescenti provenienti dai cinque distretti di New York per una serata gratuita di spettacoli e attività sviluppati grazie alla collaborazione di oltre 60 partner locali e il supporto della Gray Foundation. Gli adolescenti sono liberi di vagare per le gallerie, senza nessun percorso obbligatorio. Le attività sono progettate per essere «hands-on», concrete e partecipative, e spaziano tra arte, tecnologia e performance: dalle Battaglie di Spoken Word e Rap (performance di poesia e musica improvvisata davanti alle opere d’arte) alla Silent Disco (balli con le cuffie tra le statue greche e romane) al Digital Making (stampa 3D, animazione digitale). L’istituzione culturale si propone come luogo sicuro dove i genitori lasciano volentieri i figli e dove i figli si sentono liberi di stare con i propri amici. L’arte diventa lo sfondo e lo stimolo per la loro socialità. Una delle chiavi del successo è la coprogettazione: molte attività sono suggerite o gestite dal Teens Advisory Group, un gruppo di ragazzi e ragazze che collabora col museo tutto l’anno. Il Met svolge anche un ruolo di aggregazione e di catalizzatore cittadino. Tra i «community partner» ci sono teatri, accademie, centri culturali e altri musei di primo piano come Cooper Hewitt, Smithsonian, Whitney, Guggenheim, High Line, Bronx e Brooklyn Museum.
Nel corso negli anni «Take The Met!» ha continuato a svilupparsi e a crescere arrivando a coinvolgere oltre 43mila partecipanti. Nel periodo del Covid-19 si è svolto online richiamando più di 10mila adolescenti. È gratuito e aperto a tutti: programmi delle attività in caratteri grandi e in Braille, servizio di interpretariato in lingua dei segni, guide vedenti e dispositivi di ascolto assistito sono disponibili all’entrata del museo. Per tutti è a disposizione un servizio di trasporto in autobus. L’evento di quest’anno, lo scorso 15 maggio, ha offerto 75 proposte in tutti gli spazi del museo: dalla festa danzante silenziosa al Tempio di Dendur al podcast pop-up con la New York Public Library, dal laboratorio per creare il proprio mazzo di tarocchi personalizzato con la Morgan Library & Museum alla creazione di nastri di semi sostenibili con il New York Botanical Garden, dalla nuova cabina fotografica a 360° nella Charles Engelhard Court alle attività ideate e guidate dai giovani stagisti del Met ispirate alle mostre in corso. L’evento si è sviluppato anche live sui social con l’hashtag #metteens dove si possono guardare video e foto delle attività e leggere le testimonianze entusiaste dei partecipanti. «Il Met vanta una lunga tradizione nell’approfondire il suo rapporto con gli adolescenti della nostra città in vari modi, dal nostro programma di tirocini retribuiti e conversazioni tra pari ai nostri Teen Fridays, dove i ragazzi vengono a creare, muoversi, ascoltare e discutere, ha sottolineato Heidi Holder, titolare della cattedra Frederick P. e Sandra P. Rose per l’educazione al museo. Ogni anno, “Teens Take The Met!” celebra il nostro impegno a essere un luogo in cui i giovani della nostra città possano entrare in contatto con l’arte in diverse forme, visive, letterarie, performative, come mezzo per comprendere sé stessi e il mondo in continua evoluzione che ci circonda. Quest’anno, li abbiamo invitati al Museo per scienza, poesia, podcast pop-up e una “Silent DJ Battle” con festa danzante sul tetto».
In Europa uno dei riferimenti dell’engagement giovanile è il Rijksmuseum di Amsterdam: oltre all’ingresso gratuito fino ai 18 anni, il museo ha una serie di proposte diversificate come tour guidati da influencer o creator famosi su YouTube e TikTok, che mostrano i dettagli delle opere attraverso challenge o curiosità pop (Snap Guide), un hub creativo con workshop «learning by doing» di arti visive e fotografia che propone un approccio pratico e creativo per trasformare le opere d’arte in contenuti digitali contemporanei attraverso video editing e digital storytelling (Teekenschool); esperienze di gaming fisico in cui si devono risolvere enigmi basati sui dettagli dei quadri per evadere da una sezione del museo o svelare un mistero storico (Escape Game).
In Italia, uno dei primi esempi nazionali di progetto organico e continuativo che è ha adottato un approccio «peer-to-peer» è Palazzo Grassi Teens, nato a Venezia nel 2013. «La nostra idea è proporre uno sguardo sugli artisti attraverso gli occhi degli adolescenti, racconta Federica Pascotto, che progetta e gestisce le attività educative e i servizi al pubblico per la Pinault Collection a Venezia (Palazzo Grassi e Punta della Dogana) con l’Associazione Bartolomeo. All’inizio abbiamo raccontato le mostre in corso attraverso dispositivi digitali con contenuti sviluppati dai ragazzi per i loro coetanei. Il Covid-19 ha rappresentato un cambio di passo: gli adolescenti avevano bisogno di stare insieme in modo intelligente e quindi venivano nel museo (chiuso al pubblico) scegliendo di produrre strumenti da toccare, come poster e fanzine. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato nuovi formati proponendo loro di leggere gli spazi architettonici e produrre prototipi di oggetti semplici ma ben congegnati per esplorare il museo in modo inedito. Gli adolescenti hanno una lettura “discentrica” rispetto alla narrativa curatoriale istituzionale perché sono privi di preconcetti e possono proporre una visione inedita di come fruire meglio dello spazio. Coinvolgendoli fin dall’inizio di un progetto, si mettono in gioco con un approccio un po’ scanzonato, diretto e sempre attivo, che aiuterebbe a progettare strumenti accessibili in senso lato».
Un’altra istituzione culturale italiana che si distingue è il Muse di Trento, primo museo italiano ad aver ottenuto il riconoscimento Unicef «Musei Amici delle bambine, dei bambini e degli adolescenti», che mette al centro le loro esigenze riorganizzando strategie, spazi, servizi e attività. Tra le iniziative segnaliamo: l’Officina dinamica, un advisory board composto da teenager e giovani che si incontra mensilmente per confrontare idee e coprogettare proposte culturali tra pari; «Otium», evento annuale coprogettato dai rappresentanti d’istituto delle scuole secondarie e altre realtà educative del territorio che include talk, musica dal vivo, workshop di Urban Art e momenti di confronto tra coetanei.
Quali sono gli ingredienti di successo di queste iniziative? Gli adolescenti non vogliono sentire un adulto che spiega ma un coetaneo che racconta. Hanno bisogno di poter toccare o poter cambiare qualcosa. Il luogo culturale diventa un laboratorio, non una teca. Lo spazio deve essere accogliente, con wi-fi gratuito, divanetti e la possibilità di parlare a voce alta. In questo modo il museo smette di essere un luogo che eroga cultura e diventa un luogo che accoglie, delega e costruisce cultura insieme agli adolescenti. I ragazzi di oggi non sono un pubblico da istruire ma interlocutori creativi e cittadini da ascoltare.
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