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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliPresso la chiesa della Conversione di San Paolo, nella frazione Roccapelago, è nato un museo unico in Italia nel suo genere: racconta la storia di una comunità vissuta dal XVI al XVIII secolo tra i monti dell’Appennino modenese e prende le fila dal ritrovamento in loco, avvenuto quattro anni fa, di trecento corpi, per lo più mummificati e ottimamente conservati e dotati anche di numerosi oggetti
I curatori del nuovo ente, Donato Labate, Vania Milani e Thessy Schoenholzer Nichols, hanno inteso ideare un nuovo modo di esporre le mummie, ricordando che si tratta di persone realmente vissute e non di oggetti: «Abbiamo ricreato, spiegano gli studiosi, l’emozione di questa scoperta. Per questo una dozzina di corpi mummificati sono stati deposti sulla roccia nella cripta dove i corpi vennero rinvenuti, nel rispetto della giacitura originaria. Tra loro è stata ricomposta anche una giovane donna con i resti di tre corpicini sul grembo e attorniata da altri bambini. È proprio questa l’unicità del Museo: non esporre le mummie in teche come fossero reperti, ma deporle nel luogo dov’erano sepolte».
L’allestimento si dipana in tre sale: la prima raccoglie ceramiche e manufatti che raccontano la storia della Rocca prima della sua trasformazione in chiesa, mentre nella seconda si trovano oggetti devozionali, elementi di decoro personale e resti antropologici individuati nello scavo. Ossa e denti rivelano che molti individui erano malati di spina bifida, lesioni articolari, patologie e tumori che testimoniano la loro vita massacrante. Il museo, inaugurato il 6 giugno, è nato da una collaborazione tra la Soprintendenza archeologica dell’Emilia-Romagna e numerosi enti territoriali tra cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena che ha finanziato gli scavi, il restauro della cripta, le ricerche e l’allestimento.
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