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Un particolare del puzzle Ravensburger con l’immagine dell’Uomo Vitruviano di Leonardo

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Un particolare del puzzle Ravensburger con l’immagine dell’Uomo Vitruviano di Leonardo

Le Gallerie dell’Accademia contro Ravensburger per l’Uomo Vitruviano

Il Tribunale di Venezia dà ragione al museo veneziano contro l’azienda tedesca che dal 2009 produce e vende puzzle utilizzando senza autorizzazione il disegno di Leonardo. È la prima sentenza che riguarda il mercato estero e quello online

Gloria Gatti, Enrico Tantucci

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Parte dall’Uomo Vitruviano di Leonardo (il suo disegno simbolo sulle proporzioni del corpo umano all’interno del cerchio e del quadrato, conservato nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia) la battaglia per impedire lo sfruttamento a fini commerciali non autorizzato delle immagini più note dei capolavori conservati nei musei italiani. Le Gallerie dell’Accademia hanno infatti vinto il primo round della loro battaglia nei confronti dell’azienda tedesca Ravensburger e di due aziende consociate che dal 2009 riproducono nei loro puzzle messi in vendita anche online, in Italia e all’estero, l’immagine del disegno di Leonardo, rifiutandosi però di riconoscere una percentuale degli introiti al museo veneziano, previa autorizzazione, come prevede anche il Codice dei Beni culturali.

Le Gallerie dell’Accademia, con l’assistenza legale dell’Avvocatura dello Stato, hanno ottenuto dal Tribunale di Venezia l’emissione di un’ordinanza che vieta a Ravensburger di continuare a produrre e vendere i suoi puzzle con l’Uomo Vitruviano, in mancanza di un accordo con il museo veneziano. «Lo abbiamo cercato a più riprese prima di risolverci a rivolgerci al Tribunale, spiega il direttore delle Gallerie Giulio Manieri Elia (nella foto a sinistra), ma senza alcun risultato. È lo stesso Codice dei Beni culturali che prescrive espressamente che ci si attivi per la tutela delle immagini delle nostre opere d’arte da un uso di tipo speculativo e illecito. Ravensbuger, con le aziende collegate sarebbe stata disponibile a corrisponderci una quota di royalty sulle vendite del loro puzzle solo sul territorio nazionale, ma non all’estero e non online e allora siamo stati costretti all’azione legale».

L’ordinanza del Tribunale di Venezia costituisce un precedente importante, proprio perché vieta in Italia, ma anche all’estero e online, la vendita del prodotto ispirato al disegno di Leonardo. Conferma anche l’avvocato Giacomo Galli dell’Avvocatura di Stato, che ha assistito il museo veneziano in giudizio: «Vi sono stati altri precedenti che hanno riguardato l’illecita riproduzione dell’immagine di beni culturali (in particolare, ordinanze cautelari del Tribunale di Firenze relative all’illecito sfruttamento a fini commerciali dell’immagine del David di Michelangelo). Il provvedimento del Tribunale di Venezia è però il primo che si occupa espressamente della questione dell’applicabilità della disciplina di tutela dell’immagine delle opere dettata dal Codice dei Beni culturali anche ad attività parzialmente svolte all’estero o, comunque, non fisicamente localizzabili sul territorio italiano. Di tale pronunciamento potrebbero senz’altro avvalersi anche altre realtà museali italiane, tanto più che altri musei statali, in particolare quelli fiorentini (Galleria dell’Accademia e Uffizi), hanno da tempo posto in essere iniziative di contrasto all’illecita riproduzione delle opere affidate alla loro custodia».

In particolare gli Uffizi hanno già avviato una causa nei confronti della nota maison di moda Jean Paul Gaultier per l’uso a fini commerciali dell’immagine della «Nascita di Venere» di Sandro Botticelli, altra opera conosciuta in tutto il mondo. La casa di moda dello stilista francese aveva infatti utilizzato l’immagine della «Venere» riproducendola su alcuni capi d’abbigliamento maschili e femminili e pubblicizzandola anche sui propri social e sul sito senza però chiedere alcuna autorizzazione agli Uffizi né corrispondere un canone d’uso e rifiutandosi di farlo.

Il problema è ora l’effettivo riconoscimento anche a livello internazionale del provvedimento emesso dal Tribunale di Venezia per l’uso dell’Uomo Vitruviano, per le differenti legislazioni in merito. «Un’azione che parta dal Ministero della Cultura italiano, osserva ancora Manieri Elia, potrebbe servire a fare chiarezza in questa direzione. C’è una difficoltà oggettiva a rispettare il provvedimento del Tribunale anche per l’atteggiamento di chiusura di Ravensburger con la quale speriamo si possa raggiungere un accordo in merito all’uso illecito pregresso dell’immagine del disegno di Leonardo. Faccio notare che con altre società che commercializzano l’immagine di opere delle Gallerie dell’Accademia sono stati siglati accordi senza problemi anche a livello internazionale, ad esempio per i prodotti editoriali per i quali non abbiamo mai avuto alcun problema. Speriamo ancora di raggiungere un’intesa con l’azienda tedesca senza andare al giudizio di merito che dovrebbe anche servire a quantificare il risarcimento danni per il prolungato uso non autorizzato dell’immagine dell’Uomo Vitruviano per i puzzle». Ma le Gallerie dell’Accademia non si fermeranno qui.

«Ora ci muoveremo, spiega ancora il direttore, anche nei confronti di altre società che per tazze, magliette, grembiuli e quant’altro sfruttano illecitamente l’immagine dell’Uomo Vitruviano, anche se non sarà facile, soprattutto per i prodotti venduti online». Una strada non semplice anche perché c’è chi invece, come molti musei statunitensi, ha imboccato la via della liberalizzazione totale dell’uso delle immagini delle opere d’arte da essi possedute, anche a fini commerciali.

[Enrico Tantucci]

Ma il puzzle è un valorizzatore esemplare
L’ordinanza del Tribunale di Venezia che, in fase cautelare, ha esteso oltre i confini nazionali il divieto di riproduzione dei beni culturali, e in particolare del disegno dell’Uomo Vitruviano di Leonardo, «fatto a pezzi» per diventare un puzzle dalla Ravensburger, se da un lato può essere considerata una conquista perché apre la via a una più rapida e soprattutto economica tutela giurisdizionale domestica, dall’altro è alquanto criticabile allorquando afferma che il locus commissi delicti sarebbe l’Italia e più precisamente Venezia, essendo qui collocate sia l’opera, sia l’ente culturale, le Gallerie dell’Accademia, preposto alla sua custodia, quale luogo di genesi del danno.

Il pregiudizio morale discenderebbe, a detta del Collegio, dal «sacrilego» utilizzo dell’immagine di un bene culturale «annacquata e svilita» per un gioco per bambini, secondo un inaccettabile concetto «proprietario» di bene comune, mentre il pregiudizio economico (quello, sì, effettivo, derivante dall’aver eluso gli artt. 107 e 108 del Codice dei Beni culturali che prevedono la corresponsione di un canone per lo sfruttamento economico, quale fonte di reddito, in grado di assicurare introiti al museo, anche per quanto commesso all’estero) sarebbe solo una conseguenza del primo. È difficile ipotizzare che, nel merito, questa tesi possa trovare conferma perché quello previsto dal Codice non è altro che un regime di privativa a pagamento, a beneficio di un ente pubblico.

E se è certo che un danno economico le Gallerie l’abbiano effettivamente patito per la mancata percezione delle royalty, è altrettanto certo che un gioco in scatola che fa conoscere anche ai bambini quell’uomo disegnato su carta da Leonardo non può costituire una lesione dell’immagine dell’Uomo Vitruviano, né una violazione del decoro, ma al contrario è una valorizzazione culturale dell’opera, peraltro raramente esposta, e promuove la conoscenza del patrimonio nazionale verso l’infanzia attraverso il gioco, in conformità ai migliori dettami pedagogici. Tant’è che la concorrente Clementoni produce un’intera collezione con i capolavori del Louvre.

[Gloria Gatti]
 

Un particolare del puzzle Ravensburger con l’immagine dell’Uomo Vitruviano di Leonardo

Gloria Gatti, Enrico Tantucci, 25 aprile 2023 | © Riproduzione riservata

Le Gallerie dell’Accademia contro Ravensburger per l’Uomo Vitruviano | Gloria Gatti, Enrico Tantucci

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