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Redazione
Leggi i suoi articoliDal 20 febbraio al 2 marzo, la nuova asta di Catawiki in collaborazione con Il Giornale dell’Arte propone nuovamente una selezione eterogenea disponendo di una costellazione di immagini che attraversa cinque secoli e interroga il destino stesso della rappresentazione. La scansione in cinque sezioni, Classical & Modern, Post-War & Contemporary, Prints & Multiples, Photography e Direct from the Artist non è un semplice ordinamento catalografico ma un ritmo interno, un alternarsi di densità storica e tensione sperimentale. Nella sezione Classical & Modern il percorso prende avvio dal Seicento, dove la pittura è ancora teatro morale e drammaturgia della luce.
Il seguace di Jacob Jordaens con la monumentale scena di «Filemone e Bauci visitati da Giove e Mercurio» (celebre è il capolavoro di Rembrandt con il medesimo soggetto conservato nella National Gallery of Art di Washington) imposta subito il registro mitologico: l’episodio ovidiano diventa celebrazione della virtù domestica, ma anche esercizio di opulenza narrativa. In controcanto, la «Madonna con Bambino» della cerchia di Gherardo delle Notti assorbe la lezione di Caravaggio trasformando la luce in strumento di rivelazione intima, mentre il «Compianto su Cristo morto» di un seguace di Peter Paul Rubens e la «Lucrezia romana» di ambito reniano insistono su pathos e teatralità. La natura morta secentesca di Jean-Baptiste Monnoyer, con la sua esuberanza floreale, sembra quasi anticipare, in chiave aristocratica, la futura seduzione seriale dei fiori di Murakami: già qui la superficie è spettacolo. Il versante nordico si arricchisce con i due dipinti della Scuola fiamminga, «Noli me tangere» e «De Emmaüsgangers», dove il realismo minuzioso diventa esercizio teologico, e con il paesaggio di Cornelis Gerritsz Decker, allievo del più celebre Ruysdael, che nei suoi sentieri fangosi e nei cieli bassi introduce una dimensione esistenziale della natura. La tensione religiosa si prolunga nella «Vergine in preghiera» della Scuola di Giovanni Battista Salvi e nel «Martirio di Santa Giustina» di ambito veronesiano: la devozione qua si fa costruzione scenica.
Con l’Ottocento la pittura si apre alla modernità. Le vedute della Campagna Romana e del Golfo di Napoliattribuite a Jean-Baptiste Camille Corot, il lirismo lagunare di Guglielmo Ciardi in «Alba in laguna», la «Veduta di Settignano» di Telemaco Signorini, la composizione con paesaggio marino «Bordighera» di Pompeo Mariani e i paesaggi di Filippo Palizzi o Serafino De Tivoli delineano un’idea di natura come esperienza atmosferica e umana, non più come fondale simbolico. In parallelo, la Senna di Albert Lebourge («Bateaux sur la Seine à Rouen»), la «Venise, soleil couchant» di Henri Duvieux insistono sul dissolversi della forma nella luce. Il ritratto borghese costituisce un altro asse portante: il profilo di donna elegante di Giovanni Boldini, il «Ritratto di fanciulle» di Giacomo Grosso, i tondi di Giuseppe De Nittis, la «Portrait d’élégante au chapeau» di Fernand Toussaint e la dama seduta di Nicolás Megía Márquez («La jeune mariée») mettono in scena un mondo che si autorappresenta con sicurezza. Ma già nel prezioso schizzo di cavaliere di Henri de Toulouse-Lautrec e nel carboncino di Francis Picabia si percepisce la frattura imminente: la figura si fa segno, caricatura, ironia. Alice Bailly, con il suo ritratto sognante («Portrait of a young girl dreaming»), traduce nella sua tavolozza tutta la spontaneità della sua prima stagione pittorica ancora lontana dagli eccessi antinaturalistici del Fauvismo mentre «Ruines des Templiers à Montmorency» di Émile Bernard testimonia già il passaggio verso Simbolismo e sintesi formale.
André Charles Voillemont, «Coppia di figure allegoriche». @ catawiki
Francis Picabia, «Portrait présumé de Joséphine Baker». @ catawiki
Cerchia di Gherardo delle Notti, «Madonna e Bambino». @ catawiki
Giovanni Boldini, «Il profilo». @ catawiki
Seguace di Guido Reni, «Lucrezia Romana». @ catawiki
Jean-Baptiste Monnoyer, «Natura morta». @ catawiki
Nella sezione Post-War & Contemporary la pittura smette definitivamente di essere finestra sul mondo per diventare oggetto, superficie, azione. L’«Azione» di Emilio Vedova (1980) è ancora carica di energia espressionista: il gesto è conflitto, è traccia di una storia che ha conosciuto la tragedia della guerra. Accanto, «Vertebrato» di Giulio Turcato traduce l’organico in ritmo astratto, mentre i «3 ovali bianchi»di Turi Simeti e lo «Spartito minimo giallo» di Agostino Bonalumi negano la profondità illusionistica: la tela è estroflessione, evento fisico. È un passaggio decisivo rispetto alla tradizione ottocentesca vista nella prima sezione: non più rappresentazione della natura, ma costruzione di uno spazio autonomo. Con Afro Basaldella («Senza titolo», 1960) l’astrazione si fa lirica e cromatica, mentre Achille Perilli («Addio anno», «La notte bigia») insiste su una grammatica segnica che dialoga con l’avanguardia storica. La presenza di Mario Merz («Les feuilles et les briques») introduce un’altra frattura: la materia povera, organica, entra nel sistema dell’arte come critica al formalismo. È lo stesso terreno concettuale su cui si muove l’acquerello del 1963 di Joseph Beuys, dove parola e immagine coincidono in un enunciato politico («L’arte, c’è, quando = malgrado = ci ride»). Ma la sezione non si esaurisce nell’astrazione. Con la «Natura morta» di Mario Schifano, la pittura si confronta con il linguaggio pubblicitario reinterpretando il genere classico in chiave Pop Art e informale (colori accesi e stile gestuale). Le lacerazioni di Mimmo Rotella, la «Magia Nera» di Enrico Baj, il sole di Roberto Crippa («S/T») e le composizioni di Ugo Nespolo ampliano il discorso sull’immagine come prodotto culturale. Il fronte internazionale radicalizza ulteriormente la questione. Jeff Koons con «Balloon Rabbit (violet)» e «Balloon Dog (Magenta)» trasforma il kitsch in feticcio di lusso; Takashi Murakami con «Flowers With Smiley Faces», «Flower Ball (Algae Ball)» e «DOB-kun» ibrida tradizione giapponese e cultura anime, producendo icone globali. Qui il dialogo con la natura morta barocca o con i ritratti eleganti ottocenteschi si fa paradossale: la seduzione dell’immagine resta centrale ma è ormai consapevole della propria dimensione industriale e seriale. In questo senso, la sezione è una riflessione sulla spettacolarizzazione del gusto.
Bruno Munari, «Negativo-Positivo». @ catawiki
Damien Hirst, «The Currency - I always got it wrong- 8273». @ catawiki
Jeff Koons, «Balloon Dog (Magenta)». @ catawiki
Jorrit Tornquist, «Senza titolo». @ catawiki
Mario Schifano, «Senza titolo». @ catawiki
Michele Falanga, «Treno futurista». @ catawiki
Mr Brainwash, «With all my love». @ catawiki
Turi Simeti, «3 ovali bianchi». @ catawiki
La sezione Prints & Multiples approfondisce il tema della riproducibilità come categoria estetica. La linoleografia del 1961 per l’esposizione di Vallauris di Pablo Picasso non è solo un multiplo ma anche una dichiarazione sul rapporto tra arte e pubblico. Le litografie da «Jazz» e i fogli dei «Nus» di Henri Matisse dimostrano che il segno mantiene la propria intensità anche nella serialità. Con Joan Miró («Flux de l’aimant», «A l’encre») il gesto grafico diventa poesia automatica; con Marc Chagall («Couple au panier de fruits») la litografia si carica di elementi e di lirismo. L’«Autoritratto con Mercurio» e l’«Interno metafisico» di Giorgio de Chirico riattivano il mito già incontrato nella sezione antica, ma lo fanno in uno spazio mentale e sospeso: la moltiplicazione non distrugge l’aura, la ridefinisce. Ancora più radicali sono John Baldessari con «Throwing Three Balls in the Air to Get a Straight Line», dove l’opera è documentazione di un’azione (per questo lavoro, Baldessari ha lanciato tre palle contemporaneamente, cercando di allinearle a mezz'aria, mentre la sua allora moglie, Carol Wixom, scattava le foto), e Carlos Cruz-Diez con «Induction chromatique à double fréquence», che trasforma la stampa in esperienza percettiva. Il multiplo non è copia, quindi, bensì dispositivo.
Balthus, Balthasar Kłossowski de Rola, «Meditazione». @ catawiki
Carlos Cruz-Diez, «Induction chromatique à double fréquence / Kamarata». @ catawiki
Christo, «Wrapped fountain Barcelona». @ catawiki
Emilio Isgrò, «Senza titolo». @ catawiki
Fernandez Arman, «Violino». @ catawiki
Henri Matisse, «Couleurs». @ catawiki
Nella sezione Photography il discorso sull’immagine si fa ancora più stringente. Le vintage di Mario Giacomelli («Presa di coscienza sulla natura», «Aprile») sono visioni interiori, quasi metafisiche, che dialogano idealmente con le solitudini di de Chirico. La compressione urbana di Michael Wolf in «Tokyo Compression #3» mostra invece l’individuo intrappolato nella metropoli globale: l’alienazione come condizione contemporanea. Il lirismo umanista di Willy Ronis, la rarefazione paesaggistica di Michael Kenna, l’astrazione cromatica di Franco Fontana e il trittico performativo di Arnulf Rainer mostrano come la fotografia non sia documento ma costruzione concettuale. È il medium che più chiaramente mette in crisi l’idea di originalità, in dialogo diretto con le stampe e con la pittura pop.
Bert Stern, «Famous Marilyn Monroe Crucifix». @ catawiki
Erwin Olaf, «Sabara and Harry». @ catawiki
Michael Wolf, «Tokyo Compression #03». @ catawiki
Michele Zaza, ciclo «Sisifo». @ catawiki
Infine, la sezione Direct from the Artist rappresenta il «laboratorio del presente» dove l’osservatore più attento potrebbe scovare «chicche» da coltivare. Il «GUERNIKA PLAYMOBIL XXL Fluor paint» di Joaquim Falco rilegge un’icona novecentesca in chiave ironica e pop; «Paon à Rome» di Valentin riattiva la grammatica metafisica; Laura Anton («Le Regard») e Michal Lukasiewicz («Study of Young Woman XII») recuperano una perizia figurativa che dialoga idealmente con Boldini e Grosso; Francien Krieg e Michele Telari, con i loro scorci urbani e figure iperrealiste, mostrano come l’oggettività oggi sia filtrata dalla fotografia e dal cinema. Quelli citati sono solo una minima parte degli artisti presenti all’asta di cui si è voluta dare, seppur con i limiti dovuti alla sua ricchezza, una rapida ma puntuale visione d’insieme.
Nel loro insieme, queste ultime quattro sezioni documentano il secondo Novecento e l’attualità problematizzandone le categorie. Superficie, serialità, gesto, fotografia, icona pop: tutto converge in una riflessione sullo statuto dell’immagine nell’epoca della riproducibilità e del mercato globale. Se la prima sezione costruisce la memoria, le altre quattro interrogano il presente e il suo futuro, rendendo l’asta un vero osservatorio critico sulla metamorfosi dell’arte. Non resta che farsi affascinare da questo selezionato racconto…
Francien Krieg, «Were sleep holds me». @ catawiki
Giancarlo Colombo, «Dreamland #82». @ catawiki
Per Vilt, «Pow Boy». @ catawiki
Santicri, «Icon Extraction, La Gioconda». @ catawiki
Valentin, «Paon à Rome». @ catawiki
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