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Davide Landoni e Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliIn principio vi è il desiderio. Come una fede irrazionale che precede ogni riflessione cerebrale, per il mercato dell’arte l’idolo misterioso è l’anelito che conduce al possesso, la sua brama. Lo si può indagare, misurare, seguire, stimolare, forse addirittura influenzare. Ma controllarlo è arduo, generarlo quasi impossibile. Prima ancora del capitale, prima delle istituzioni, prima del discorso critico, è il desiderio a mettere in moto la circolazione delle opere, a legittimarne i valori, a costruire gerarchie e dinamiche. Se è vero che lo scheletro di ogni mercato è l’incontro tra domanda e offerta, il suo midollo è rappresentato dal modo in cui queste si evolvono, come interagiscono reciprocamente. L’illusione di un desiderio indipendente contro l’ambizione di produrlo, orientarlo, decodificarlo e renderlo infine scambiabile. Una tensione in cui il collezionare assume allora una postura che non è mai del tutto neutra o estetica. Diviene gesto etico, critico, per certi versi politico, che stabilisce cosa merita di essere conservato, cosa deve circolare, cosa può essere escluso dal sistema. Un atto pratico, che ridonda nella società e nella storia, ma nato da un bisogno, da una scelta arbitraria, forse razionalmente immotivata. Il valore di un’opera non risponde infatti a criteri logici, né tantomeno d’utilità, ma alla narrazione desiderante di chi vuole impossessarsene. Sono oggetti caricati di senso, di promesse, di attributi identitari. L’arte contemporanea, sempre più spesso, condivide tale destino con borse iconiche, sneakers in edizione limitata, orologi rari, automobili da collezione. Non perché tutto sia arte, ma perché tutto è desiderabile. E quindi scambiabile. Nel lessico del mercato globale, l’opera d’arte è diventata un “object of desire” tra gli altri. La sua aura non scompare, ma si trasforma. Walter Benjamin parlava di perdita dell’aura nell’epoca della riproducibilità tecnica. Oggi assistiamo a un fenomeno diverso: la redistribuzione dell’aura. L’aura non è più esclusiva dell’opera unica, ma si sposta su tutto ciò che è raro, riconoscibile, che veicola una storia. Una borsa Birkin, una carta Pokémon, una fotografia vintage, una scultura contemporanea arrivano a condividere lo stesso orizzonte simbolico. Ciò che conta è la capacità dell’oggetto di sostenere una tradizione, di incarnare una volontà, di funzionare come segno di appartenenza. Il mercato dell’arte diventa così un dispositivo di produzione di immaginari, in cui il valore non è solo economico o culturale, ma anche emotivo e identitario. L’opera è ormai lontanissima dall’essere soltanto qualcosa che si contempla, ma è un elemento che si integra nella vita del collezionista come prolungamento del sé.
Domenico Gnoli, «Ricciolo», 1969. Private Collection courtesy of Luxembourg + Co. ©️ Domenico Gnoli, SIAE 2021
Il possesso diventa una forma di racconto personale, una dichiarazione pubblica di gusto e potere, sensibilità e volontà. Spinta che appare ancora più rumorosa oggi, con il lusso che trova nella sua stessa natura una quota significativa d’ostentazione. Ma per ostentare bisogna possedere, per possedere bisogna essere disposti a spendere, e a farlo prima degli altri. Qui si apre una distinzione cruciale. Che differenza c’è tra un armadio e un archivio? Tra accumulo e catalogazione? Tra fruizione e possesso? L’accumulo risponde al desiderio immediato. È guidato dall’urgenza, dall’impulso, dalla paura di perdere. L’archivio, al contrario, presuppone distanza, ordine, progetto. Accumulare è una pratica privata. Archiviare è un gesto che guarda al futuro, al prossimo, che immagina un pubblico, anche quando resta invisibile. Il collezionismo oscilla continuamente tra questi due poli. Da un lato l’ossessione, il feticcio, la ripetizione. Dall’altro la costruzione di senso, la responsabilità della conservazione, la volontà di trasmettere. È in questo spazio ambiguo che il mercato, o meglio i suoi operatori, provano a inserirsi cercando di orientare strategicamente le scelte. Il desiderio viene stimolato attraverso la scarsità, l’edizione limitata, l’accesso privilegiato. Una strada che porta all’accumulo, con l’archivio che semmai arriva dopo, come forma di legittimazione. E di nuovo, maggiormente, viene responsabilizzato il collezionista, che è molto più di un acquirente. È un attore del sistema, un produttore di valore simbolico. Decide cosa entra nella storia e cosa resta ai margini. Decide cosa diventa visibile e cosa resta invisibile. Il mercato dell’arte, che spesso si presenta come neutrale, è quindi in realtà un campo di forze attraversato da asimmetrie di potere. Il desiderio non è innocente. È una forza che può emancipare o imprigionare. Nel collezionismo contemporaneo, l’ossessione è sempre in agguato. L’oggetto desiderato promette completezza, ma produce mancanza. Ogni acquisizione apre la strada alla successiva. Il mercato conosce bene questa dinamica e la alimenta.
Willem de Kooning, «Untitled XVI», 1976
La politica del desiderio si manifesta così nella standardizzazione dei gusti. Se tutti desiderano le stesse cose, il desiderio diventa prevedibile, governabile. Le fiere, le aste, le piattaforme digitali costruiscono mappe del desiderio collettivo. Indicano cosa è rilevante, cosa è urgente, cosa è “da avere”. In questo processo, la libertà del collezionista si assottiglia. Eppure, proprio qui si apre uno spazio di resistenza. Collezionare può essere un atto controcorrente. Scegliere ciò che non è ancora legittimato, ciò che non è immediatamente desiderabile, ciò che non risponde alle metriche del successo. In questo senso, il collezionismo può ancora essere un gesto critico, una presa di posizione. Parlare di desiderio significa parlare di potere. Chi ha il potere di rendere qualcosa desiderabile? Chi controlla i canali di visibilità? Chi stabilisce le soglie di accesso? Nel mercato dell’arte contemporaneo, queste domande sono sempre più urgenti. La convergenza tra arte, lusso e finanza ha reso il sistema più liquido, ma anche più opaco. \Il rischio è che la stabilità economica venga scambiata per neutralità culturale. Che il desiderio venga confuso con il valore. Governare questa complessità è la sfida dei prossimi anni. Non si tratta di opporsi al mercato, ma di renderne visibili le logiche. Di riconoscere che ogni oggetto desiderato è anche un oggetto politico. Che ogni collezione è una mappa del mondo, con i suoi centri e le sue periferie. C’è spazio per la speranza? Sì, a patto di abbandonare ogni nostalgia. Il desiderio non può essere eliminato dal sistema dell’arte. Può però essere reso consapevole. Può diventare oggetto di riflessione, di critica, di narrazione. Il collezionismo, inteso come pratica culturale e non solo patrimoniale, può ancora costruire archivi che resistono all’oblio. Può sostenere artisti, linguaggi, storie che non rispondono immediatamente alla domanda del mercato. Può trasformare il possesso in responsabilità. Tra un armadio e un archivio c’è una scelta. Tra accumulare e catalogare c’è una visione del mondo. Tra desiderare e comprendere c’è lo spazio in cui l’arte, forse, può ancora dire qualcosa di necessario.
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