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Shilpa Gupta, «Senza titolo», 2006

Courtesy dell’artista

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Shilpa Gupta, «Senza titolo», 2006

Courtesy dell’artista

La pratica di Shilpa Gupta entra in dialogo con l’arte contemporanea italiana

Per l’ottava edizione della Furla Series la GAM-Galleria d’Arte Moderna di Milano ospita una personale dell’artista indiana, che con la sua pratica multidisciplinare e mai superficiale costruisce delle installazioni site specific che restituiscano la complessità dei linguaggi del presente

Francesca Amé

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I microfoni posizionati ad altezza variabile, come canne al vento che sussurrano una polisemia di voci soffocate e indistinte, e poi ancora scritte al neon che ridefiniscono le coordinate della nostra appartenenza: nel panorama dell’arte contemporanea globale, l’indiana Shilpa Gupta è un crocevia di geografie mentali e politiche, un’indagatrice implacabile delle frontiere che dividono non solo i Paesi, ma gli individui da sé stessi. L’occasione per confrontarci ancora una volta con la sua inesausta ricerca che dura da oltre un quarto di secolo è la personale «Shilpa Gupta. One Palm Closer to the Sky», a cura di Bruna Roccasalva, organizzata da Fondazione Furla e GAM-Galleria d’Arte Moderna di Milano: negli spazi del museo di via Palestro dal 15 settembre al 20 dicembre (questa, peraltro, è l’ottava edizione della fortunata Furla Series). L’incontro con l’arte di Shilpa Gupta, artista capace di far risuonare le tensioni del nostro tempo in modo, al contempo, poetico e spietato, impone fin da subito una sospensione delle certezze con cui siamo abituati a classificare il presente (ottimo esercizio, peraltro). 

Nata a Mumbai nel 1976, dove tuttora vive e lavora, l’artista si è formata come scultrice alla Sir J. J. School of Fine Arts negli anni Novanta, un periodo in cui l’India viveva una rapida accelerazione economica unitamente a profonde fratture sociali. Questo contesto ha instillato nel suo lavoro una sensibilità spiccata per i confini invisibili, come racconta in quest’intervista. «L’idea di confine non è mai soltanto una linea geografica tracciata sulla mappa da un governatore o da un trattato di pace, ma è una struttura mentale che ci portiamo dentro, un costrutto culturale e psicologico che condiziona il modo in cui guardiamo l’altro», spiega ripercorrendo le origini della sua parabola creativa. Un’intuizione che trova nella sede della GAM terreno fertile: le nuove produzioni pensate per le sale del museo dialogano con gli spazi neoclassici e la collezione permanente («non lo conoscevo: ne sono rimasta incantata. Ho amato tutto: Medardo Rosso, in particolare»), creando un confronto serrato tra la memoria storica dell’istituzione milanese e le domande cruciali del presente su temi quali la mobilità delle persone, l’identità degli individui, la libertà dei popoli. La pratica multidisciplinare di Gupta, artista che spazia tra scultura, installazioni luminose, video, suono e performance, evita qualsiasi compiacimento didascalico. Il suo è un linguaggio dell’impalpabile e dell’inespresso, in cui la tecnologia cede volentieri il passo all’evocazione e la materia si fa veicolo di istanze politiche universali, e poco importa se la fruizione non è immediata e se bisogna «faticare» per connettersi alle sue libere associazioni. 

Shilpa Gupta. Foto: Andrea Rossetti / Héctor Chico

Shilpa Gupta, «Listening Air», dettaglio, 2019-2023. Courtesy Neugerriemschneider. Foto: Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Luca Girardini

Dai musei e dalle biennali (tra le tante partecipazioni, la 58ma Biennale di Venezia, l’antologica al Museum of Contemporary Art di Anversa, le recenti mostre al MaXXI L’Aquila e quella all’Hamburger Bahnhof di Berlino in corso) Gupta ha sfidato le categorizzazioni e, nonostante la risonanza planetaria delle sue opere, alcune delle quali custodite nelle collezioni di cattedrali del contemporaneo quali la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi o il Guggenheim di New York, la sua «postura» etica è da sempre improntata a una profonda sobrietà formale. Una delle sue opere più celebri e struggenti, «For, In Your Tongue I Cannot Hide», è un’installazione sonora immersiva in cui 100 microfoni sospesi diffondono le voci di poeti incarcerati nel corso dei secoli per le loro idee. «Quando il linguaggio viene censurato o quando una parola viene proibita, non si sta semplicemente mettendo a tacere un singolo individuo: si sta mutilando la capacità della collettività di immaginare il futuro, spiega Gupta. Il suono possiede una natura intrinsecamente sovversiva: non si ferma davanti ai muri, non chiede il passaporto, penetra attraverso i pori della pelle e la struttura architettonica degli spazi. È una forma di presenza che travalica l’involucro fisico del corpo». La capacità di intrecciare la dimensione intima del singolo con quella pubblica e collettiva è l’asse portante attorno al quale ruota l’intero corpus delle sue opere. 

Nella sua ricerca, gli oggetti quotidiani (saponette, etichette, fili di cotone, cancelli, microfoni o casse acustiche e tanto, tanto altro) perdono la loro funzione ordinaria per trasformarsi in strumenti di resistenza (vorremmo dire resilienza, se il lemma non fosse troppo abusato). Le domando se stare a Mumbai, una megalopoli in costante e frenetica mutazione, abbia impresso una direzione particolare al suo sguardo creativo e in che modo avverta la città sulla pelle: «Vivere e lavorare in un luogo come Mumbai ti costringe a negoziare costantemente lo spazio: lo spazio fisico per camminare, lo spazio sociale per esistere e lo spazio politico per dissentire. Questa costante pressione ti insegna che l’intimità è un atto politico e che la politica non è un’astrazione, ma qualcosa che condiziona i gesti più semplici della nostra giornata». E proprio nelle sale della GAM di Milano la dinamica tra lo spazio del singolo e la dimensione collettiva della fruizione viene ben indagata, traducendosi in un’esperienza sensoriale stratificata. Le opere presentate riassumono gli elementi costitutivi della sua produzione: sono scritte al neon che alternano lingue e alfabeti diversi, proponendo enigmi identitari, e strutture scultoree che sembrano sul punto di dissolversi (o di rigenerarsi?). «Non mi interessa offrire risposte o soluzioni consolatorie», conclude l’artista. E aggiunge: «Il mio compito, se ce n’è uno, è quello di creare delle crepe nella certezza, degli interstizi in cui il visitatore possa fermarsi a dubitare. Chi decide chi siamo? Che cosa definisce il nostro diritto di muoverci nel mondo? E che cosa rimane di noi quando le strutture di potere che ci circondano crollano?». Nel misurarsi con la fragilità delle nostre democrazie e con la recrudescenza di nuovi muri, politici e culturali, Shilpa Gupta ci ricorda con grazia e fermezza che l’arte può essere ancora un avamposto di libertà, ascolto, empatia e sì, anche (auto)trasformazione.

Francesca Amé, 12 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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