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Luca Beatrice

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Luca Beatrice

La lezione di Luca Beatrice, intellettuale trasversale

È passato un anno dalla scomparsa dal critico torinese, presidente della Quadriennale dal 2024. Per l’occasione l’ente romano e il Ministero della Cultura gli dedicano il volume Fantastica l’arte

Luigi Mascheroni

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Il 18 gennaio ha chiuso la 18ma edizione della Quadriennale d’arte aperta da ottobre a Palazzo delle Esposizioni di Roma: a progettarla, scegliere il nome «Fantastica» e i curatori era stato Luca Beatrice, presidente dell’ente dal 2024. Il 21 gennaio invece è passato un anno dalla sua morte. Per l’occasione la Quadriennale e il Ministero della Cultura gli dedicano il volume «Fantastica l’arte» (Bibliotheka, pp. 112, € 18) con contributi, fra gli altri, di Angelo Piero Cappello, Luca Massimo Barbero, Francesco Bonami, Emanuela Mazzonis di Pralafera, Francesco Stocchi, Alessandra Troncone e Luigi Mascheroni, testo che qui anticipiamo.

Nel luglio scorso, Valerio Berruti, artista gentile che vede il mondo attraverso gli occhi dei bambini, inaugurando una sua personale a Palazzo Reale a Milano ha voluto ringraziare pubblicamente Luca Beatrice: il primo ad aver creduto in lui tanto da chiamarlo nel 2009 ad esporre al Padiglione Italia della 53ª Biennale di Venezia. L’opera che presentava era La figlia di Isacco, un video animato composto da seicento disegni affrescati, accompagnato dalla musica di Paolo Conte. All’epoca Berruti aveva solo trent’anni anni, non aveva conoscenze nel mondo dell’arte ed era un signor nessuno. “Questa mostra - ha detto Berruti presentando il suo lavoro a Milano - è in qualche modo figlia anche di Luca”.

Domanda. Quanti sono gli artisti “figli di Luca” sui quali Beatrice ha scommesso, che ha spinto e per i quali si è speso? Quante sono le mostre che ha curato e voluto? Quante mostre e quanti artisti sono, con differenti gradi di parentela, discendenti di Luca Beatrice? Sono molti a dovergli molto. Soprattutto tanti alfieri della “nuova pittura italiana” – spesso figurativa e pop - da lui cercata, seguita e difesa con passione fin dai primi anni Novanta. Nomi in ordine sparso. Nicola Verlato, Daniele Galliano, Marco Cingolani, Pier Luigi Pusole, Davide Nido, Francesco De Grandi, Davide Serpetti e poi – già affermati ma molto amati e appoggiati da Luca Beatrice - Luca Pignatelli, Marco Lodola, Salvo. Ma anche lo scultore Aron Demetz, artisti “digitali” come Matteo Basilé, video come Masbedo, Francesco Vezzoli… Bisognava essere coraggiosi, estrosi e “politici” per puntare su certi artisti e su certe tendenze in quel momento.

Politico, coraggioso, estroso ed estroverso, insofferente alle pruderie del sistema dell’arte, sempre “contro” anche solo per innato spirito di disubbidienza, rispettoso delle istituzioni ma insofferente agli obblighi (Liberi tutti! per lui non era solo il titolo di una bellissima collettiva), pronto a scartare di lato appena intuiva il rischio di scivolare nel mainstream, combattente e a suo modo militante, Luca Beatrice era tante cose. Critico e storico dell’arte, curatore, talent scout, scrittore e giornalista, conferenziere, docente, a suo modo manager culturale… Specializzato in Storia dell’arte all’Università di Siena, iniziò la sua carriera di curatore alla fine degli anni Ottanta con mostre storiche sul futurismo. E’ stato per una vita insegnante formidabile e carismatico tra l’Accademia Albertina, lo Ied di Torino, lo Iulm di Milano e, prima, per tanti anni, a Palermo e poi a Milano, lasciando il segno in ogni città. Ha scritto un’infinità di articoli per infiniti giornali - gli piaceva moltissimo intervenire sul quotidiano, e poi aveva la scrittura facile: chiara e veloce - e decine libri di critica; ha curato un numero enorme di mostre ed era anche una autorevole figura istituzionale: Presidente del Circolo dei Lettori di Torino e poi della Quadriennale a Roma. Se non fosse che mal sopportava il termine “intellettuale”, Luca Beatrice ne era uno splendido esempio. Non solo perché vantava una cultura ampia e curiosa, non solo per lo sguardo libero e perché possedeva il gusto del Bello e dell’Arte, non solo perché lo sapeva riconoscere negli altri, non solo perché aveva voglia di cercare e sapeva trovare collegamenti e connessioni trasversali fra campi diversi, e non solo perché come ha detto qualcuno che lo conosceva bene “con il suo sapere ha formato artisti e artiste”, ma perché la sua intera vita era dedicata attivamente a “fare” cultura. E poi perché era capace di esercitare un’influenza nell’ambito del suo campo d’azione. Che era, sì, quello artistico, e quello dell’arte contemporanea in particolare, ma anche, connessi in una sua personalissima rete, i mondi della musica (sapeva quanto poteva essere pesante dal punto di vista culturale la musica leggera), il cinema (si era laureato con una tesi sul western all’italiana e ogni volta che parlavi con lui prima o poi veniva fuori una citazione cinefila), dello sport (calcio soprattutto, e la Juventus prima di tutto), della moda (aveva un interesse innato e profondo per l’abito come stile e come linguaggio), della cultura popolare: gli artisti-rockstar, le serie tv, i fumetti, il digitale… ed era persino curioso – come deve essere un critico – dell’arte al tempo degli influencer e dei tiktoker.

E poi un’altra cosa. Luca Beatrice non ha mai smesso di pensare che la politica (forse) non è tutto, ma tutto (purtroppo) è politica. Amava farsi passare come uomo di destra persino più di quanto lo fosse davvero e questo perché se a volte mal sopportava la propria parte politica, detestava amabilmente l’altra, peraltro ricambiato (è vero: era il migliore di noi peggiori). Conservatore più per posa che per convinzione (“la sua antimodernità in realtà rappresentava la modernità autentica” è l’esergo, rubato a Enrique Vila-Matas, del suo ultimo libro), disorganico e disincantato che credeva nella “potenza del simbolico” della Tradizione quanto nella “forza dell’immaginazione” della Rivoluzione, stava sempre a distanza di sicurezza dai facili buonismi, dai moralismi utilitaristici e dalle geografie del politicamente corretto. E poi, soprattutto – ed ecco qui il Luca Beatrice intellettuale, senza paure né timori reverenziali, onnivoro e aperto a tutti gli ambiti della cultura diffusa, con una visione globale delle tendenze e dei nuovi fenomeni culturali - sapeva far comunicare in modi estrosi e costruttivi aree culturali diverse così come sapeva trovare i legami più imprevedibili tra personalità artistiche e contesti storico-sociali. Esempio. Nel suo saggio-pamphlet Da che arte stai?, sottotitolo molto indicativo “Una storia revisionista dell’arte italiana” (Rizzoli, 2010) nel primo capitolo, “Dalla Transavanguardia alla TV commerciale”, Luca Beatrice tesse una ragnatela di riferimenti, citazioni e rapporti tra Arte povera, Joseph Beuys, il pop romantico, Luigi Ontani, America di Gianna Nannini, la Poltrona Proust di Alessandro Mendini, il teatro d’avanguardia, Tondelli-Del Giudice-De Carlo, la Transavanguardia, i Nuovi Selvaggi tedeschi, la Graffiti Art americana, l’adorato Mario Schifano, il progressive rock, Kureishi-Hornby-Welsh, gli Young British artists,  la prima edizione autonoma della Biennale di Architettura di Venezia nel 1980, i Nuovi Nuovi “inventati” da Renato Barili, i paninari, i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, la televisione di Renzo Arbore… Attenzione. Non era così presuntuoso da ritenere che un critico o un curatore, così come uno scrittore o un giornalista, potessero parlare di tutto, sempre. Anzi. Lui parlava e scriveva di cose che aveva vissuto, conosciuto, studiato. Altrimenti faceva la cosa migliore in questi casi, stava zitto. E al proposito, rubo un passaggio di una sua intervista rilasciata ad ArtsLife il 24 febbraio 2021 in cui affronta la nota, e noiosa, affermazione “Ma l’arte contemporanea non si capisce”. “Personalmente lo trovo un po’ qualunquista. Se per questo io non capisco il codice civile, un trattato di medicina e neppure il manuale di istruzioni per la tv. Per saperne di più chiamo l’avvocato, il chirurgo o l’antennista e non vedo per quale motivo sull’arte e sulla cultura le opinioni possano viaggiare libere, senza controllo né scientificità”.

Controllato e scientifico dal punto di vista intellettuale, regolare e istintivo da quello caratteriale, Luca Beatrice, ironico il giusto e cattivo il necessario, era un finto cinico e un vero generoso. Conosceva tutti i protagonisti del mondo dell’arte: nel suo Le Vite. Un racconto provinciale dell’arte italiana (Marsilio, 2023) ha ritratto alla maniera vasariana cento personalità che ha incontrato in oltre trent’anni di lavoro fra artisti, critici, galleristi, curatori, collezionisti…; così come conosceva tanto bene la grande commedia messa in scena a ogni mostra, a ogni fiera, a ogni Biennale, da potersi permettere di smontarne gli inemendabili riti, vizi e miti. Come ha fatto con il suo ultimo libro che ha come titolo La commedia dell’arte (Marsilio, 2025) e racconta, come anticipa il sottotitolo, “Dietro le quinte del contemporaneo tra musei, mercato e provocazioni”. Tutte cose che Beatrice conosceva benissimo. I musei, che andava a cercare ovunque. Il mercato, sapendo benissimo distinguere le nuove tendenze, i bluff e i veri maestri. E le provocazioni, a cui lui per primo non sapeva rinunciare. E qui, nel suo pamphlet-testamento Luca Beatrice pone la domanda a cui tutti i critici e gli storici dell’arte contemporanea dovrebbero tentare di rispondere: «Quando abbiamo smesso di capire l’arte?». Lui, intanto, ha fatto in tempo a suggerire qualche risposta. Abbiamo smesso di capirla quando abbiamo cominciato a far passare per arte quelli che sono soltanto esercizi di stile. Quando abbiamo sostituito le opere con i “progetti”. Quando abbiamo privilegiato il sesso e l’etnia dell’artista rispetto al suo lavoro. Quando abbiamo diluito l’arte con la politica, generando una pessima parola: “artivismo” (in passato un gesto artistico poteva fare politica oltre le intenzioni dell’autore, oggi si vuole far passare per arte qualsiasi gesto politico). Quando abbiamo trascurato la forma dell’opera preferendole il messaggio. Quando abbiamo sottomesso la creatività agli argomenti di cronaca e di moda come multiculturalismo, globalizzazione, ambientalismo, intersessualità, migrazioni, neofemminismo, gender... Insomma, abbiamo smesso di capire l’opera d’arte quando abbiamo cominciato a celebrare l’arte in totale assenza dell’opera.

E per il resto, Luca Beatrice lo comprendi nel profondo proprio quando è di fronte all’opera, d’arte e non solo, e ti dice quello che ama e quello che non sopporta.

Cose che Luca Beatrice non sopportava. Gli snobismi. La sciatteria. L’arte diffusa. Le vie di mezzo. Il già visto e stravisto. Il curatore quando ruba la scena all’artista. La deriva di tanta arte pubblica, dove al netto di qualche sorprendente eccezione si vedono solo obbrobri. Il nuovo conformismo di attentare all’integrità di un bene culturale giustificando il gesto con motivazioni ambientaliste (a cui fa da corollario la follia di pensare come “creativo” il gesto vandalico). La tanta mediocrità e le poche eccellenze che si agitano fuori dai musei, fra street art e graffitismo. I pericoli insiti nella cancel culture, una nuova forma di fondamentalismo il cui risvolto più pericoloso è l’autocensura. Cose che invece Luca Beatrice amava. Easy Rider e il mito della motocicletta come arte. Fare arrabbiare gli intellettuali di sinistra. Le canzoni di Renato Zero. I paradossi. I tre di Piazza del Popolo: Schifano, Angeli, Festa. Alexander McQueen. I dipinti pop di David Hockney. Anselm Kiefer. L’idea che cultura e intrattenimento, pop e impegno, possano convivere benissimo. The Weather Project di Ólafur Elíasson del 2003. The Clock di Christian Marclay del 2010. L’esperienza interattiva Carne y Arena del regista messicano Alejandro González Iñárritu del 2017. E soprattutto quelle opere “che mettono al centro una questione urgente senza dimenticare l’essenza poetica, lo stupore e la forza di offrire ancora meraviglia allo spettatore”. Cioè le opere che Luca Beatrice ha sempre cercato e che quando trovava voleva a tutti i costi, con un entusiasmo raro in questi tempi spenti, condividerle con te. Si chiamano maestri.

Luigi Mascheroni, 21 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

La lezione di Luca Beatrice, intellettuale trasversale | Luigi Mascheroni

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