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Daniel Obasi, dalla serie «Beautiful Resistance», 2022. Dalla mostra «Gen Z. Shaping A New Gaze», Photo Elysée, 19 settembre 2025-1 febbraio 2026

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Daniel Obasi, dalla serie «Beautiful Resistance», 2022. Dalla mostra «Gen Z. Shaping A New Gaze», Photo Elysée, 19 settembre 2025-1 febbraio 2026

La fotografia non è più una prova della realtà, ma uno strumento per interrogarla

In un’epoca di immagini manipolabili e verità contestate, l’ottava arte è lo spazio in cui il reale viene messo in scena per costruire un’interpretazione critica del mondo

Nathalie Herschdorfer

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Il 2025 ha confermato che la fotografia non è solo un mezzo in trasformazione: è diventata un campo di tensione, uno spazio in cui si cristallizzano le sfide politiche, tecnologiche, culturali e sociali della nostra epoca. Ciò che è in gioco riguardo all’immagine oggi va oltre la rappresentazione: si tratta del nostro rapporto con la realtà, del nostro modo di abitare il mondo e di raccontarlo. In questo contesto si delineano diverse tendenze forti, che ridefiniscono il ruolo degli artisti, delle istituzioni, del mercato e del pubblico. Con l’irruzione massiccia dell’Intelligenza artificiale, la fotografia sta attraversando una crisi senza precedenti, una crisi di fiducia. In un momento in cui le fake news e le manipolazioni a scopo politico aumentano, amplificate in particolare negli Stati Uniti dal Governo Trump, non si contesta più solo il discorso, ma anche l’immagine, il suo status, la sua capacità di testimoniare. 

Qualsiasi scatto è ormai sospettabile di essere fabbricato. E la fotografia, che per lungo tempo è stata garante della realtà, si trova in una posizione fragile. Paradossalmente, questa fragilità dà nuova forza agli artisti. In un mondo di immagini automatizzate, la mano, il gesto e l’intenzione tornano a essere essenziali. 

La fotografia più pertinente non è quella che imita perfettamente la realtà, ma quella che la mette in scena, ne espone i passaggi: inquadratura, montaggio, distanza, dispositivi. L’immagine afferma di non essere uno specchio, ma una costruzione. Ecco perché è fondamentale ricordare – e difendere – un’idea centrale: le immagini non sono mai neutre. Sono sempre portatrici di uno sguardo, di un’intenzione, di un’interpretazione. 

Registrare la realtà non è sufficiente. La fotografia collega l’immagine a ciò che è accaduto, certo, ma è attraverso la forma che interpreta, interroga, illumina e disturba. È questa la dimensione critica che bisogna proteggere, in un momento in cui l’automazione visiva rischia di appiattire, neutralizzare o depoliticizzare le rappresentazioni. 

Il 2025 è stato caratterizzato da forti tensioni geopolitiche: il conflitto in Ucraina, le crisi persistenti in Iran e Afghanistan, l’instabilità americana e, soprattutto, la tragedia di Gaza, verso la quale si sono rivolti gli occhi di tutto il mondo. In questo clima, i fotografi appaiono come antenne sensibili, capaci di cogliere gli sconvolgimenti del mondo, di tradurre ciò che i discorsi ufficiali soffocano o che i media accelerano. Il loro ruolo non è più solo documentario, è esistenziale. Cercano di dare un senso a un mondo in cui nulla è sicuro, in cui le politiche si inaspriscono, in cui gli estremismi guadagnano terreno, in cui i punti di riferimento vacillano. 

Il loro lavoro diventa una forma di indagine morale, uno spazio in cui la complessità può ancora dispiegarsi. La fotografia non racconta solo ciò che accade, esprime l’incertezza, la paura, la rabbia, ma anche la resilienza, la capacità di immaginare altri esiti. Un’altra dinamica importante riguarda le nuove generazioni, in particolare la Gen Z, ormai imprescindibile sulla scena internazionale. Si tratta di comprendere la generazione stessa: ciò che porta con sé, ciò che inventa. 

Questi giovani artisti, nati tra la metà degli anni ’90 e il 2010, sono cresciuti in un mondo saturo di immagini, colpito dalla pandemia, plasmato dai social network. Hanno capito molto presto che la fotografia non è solo una traccia, ma un linguaggio, uno strumento di costruzione di sé. 

La loro pratica è profondamente introspettiva senza essere narcisistica; politica senza essere dottrinaria. Emergono alcuni tratti distintivi: il loro interesse per le identità multiple e intersezionali, che non si lasciano più racchiudere in categorie semplici; una consapevolezza acuta della fragilità del vivente, delle ecologie minacciate; la volontà di creare comunità, di cooperare piuttosto che competere; la capacità di articolare l’intimo e il politico, spesso confondendo i confini tra documentario e finzione; infine, un uso libero dei supporti – analogico, digitale, carta o schermo – senza gerarchie tecniche. 

Il bisogno di collocarsi, di capire da dove si viene, di affermare la propria esistenza in un mondo instabile, attraversa molti dei loro lavori. In questo senso, la Gen Z non rappresenta solo una generazione di artisti, ma incarna una trasformazione dello sguardo, un’esigenza di sfumature, di pluralità, di riparazione. Anche le istituzioni culturali hanno dovuto adeguarsi. L’aumento delle sfide ecologiche impone di ripensare la circolazione delle opere, la scenografia, i metodi di produzione. Parallelamente, le esigenze di inclusione e diversità modificano in modo permanente la programmazione. A ciò si aggiunge un imperativo essenziale: educare lo sguardo, in un mondo in cui tutti consumano migliaia di immagini ogni giorno senza disporre sempre degli strumenti critici per interpretarle. 

Il mercato, dal canto suo, sta vivendo un’evoluzione contrastante. La fotografia classica – vintage o modernista – vede complessivamente diminuire i suoi prezzi, a eccezione di alcuni (rari) nomi. Al contrario, la fotografia integrata nell’arte contemporanea conferma la sua vitalità. In altre parole, ciò che si vende oggi non è tanto la fotografia come oggetto, quanto l’artista come autore, capace di offrire una lettura del mondo. 

Di fronte a questi sconvolgimenti, una domanda attraversa l’intero settore: cosa deve difendere la fotografia oggi? La risposta sembra racchiudersi in una frase: bisogna lottare a favore di una fotografia che interroghi il reale e le sue rappresentazioni. Una fotografia che rifiuta la finta neutralità. Che riconosce che ogni immagine comporta una responsabilità, che non si accontenta di essere un documento, ma diventa uno spazio di interpretazione, di critica e resistenza. 

Una fotografia che aiuta a capire, non a confondere; a sfumare, non a semplificare; a percepire, non a manipolare. In un mondo in cui tutto accelera – crisi, circolazioni, tecnologie – la fotografia rimane uno dei pochi linguaggi in grado di tenere insieme emozione e pensiero, prova e ambiguità, realtà e immaginario. Ci ricorda che uno sguardo costruito con consapevolezza può ancora illuminare il mondo e che vedere, oggi più che mai, è un atto profondamente politico.

Nathalie Herschdorfer, 16 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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