Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Vincenzo Rumma
Leggi i suoi articoliPompei ha visto passare sanniti, romani, viaggiatori del Grand Tour, archeologi, vulcanologi e milioni di turisti. Da questa estate potrà aggiungere un'altra categoria: gli astici monumentali. Non quelli pescati nel Tirreno, naturalmente. Quelli di Philip Colbert, oltre trenta crostacei colorati disseminati tra domus, colonne, ville suburbane e siti archeologici, incaricati di dialogare con duemila anni di storia. Perché, come ormai accade con una certa frequenza nell'arte contemporanea, se esiste un luogo antico, esiste anche la possibilità di popolarlo con un grande oggetto pop.
Dal 27 luglio al 30 novembre il Parco Archeologico di Pompei ospita Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology, a cura di Cesare Biasini Selvaggi, la più ampia installazione mai realizzata dall'artista britannico, spesso presentato come l'erede di Andy Warhol. Il suo alter ego, The Lobster, diventa il protagonista assoluto di un percorso diffuso che coinvolge anche Longola, Boscoreale, Oplontis, Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico. L'operazione è perfettamente coerente con il linguaggio costruito da Colbert negli ultimi anni. L'astice è il suo autoritratto, il suo logo, la sua firma, il suo personaggio. Compare ovunque: dipinge, combatte, osserva, cita la storia dell'arte e attraversa l'immaginario della cultura di massa con la disinvoltura di una mascotte globale. A Pompei, semplicemente, continua il viaggio.
La mostra prende spunto dal celebre mosaico marino della Casa del Fauno e propone una rilettura del patrimonio archeologico attraverso il filtro della Pop Art. Tra le novità figurano grandi sculture in acciaio inox, versioni bronzee dell'astice e una nuova serie di figure nere, descritte come "reperti mitologici del futuro": guerrieri-crostaceo che sembrano riemergere da una civiltà ancora da inventare. L'effetto, inevitabilmente, è straniante. L'astice compare tra i resti delle abitazioni romane con la naturalezza di chi sembra essere sempre stato lì. È una qualità che appartiene ormai a molta arte pubblica contemporanea: l'oggetto non cerca tanto di mimetizzarsi quanto di dichiarare apertamente la propria estraneità. Più il contesto è storicamente denso, maggiore è il contrasto visivo, e più efficace diventa la fotografia.
Del resto, il rapporto tra archeologia e installazioni monumentali è diventato quasi un genere espositivo autonomo. Negli ultimi anni i grandi siti storici sono stati progressivamente trasformati in scenari per interventi contemporanei che puntano sulla forza dell'immagine e sulla circolazione globale delle fotografie. Il dialogo tra antico e contemporaneo resta il principio dichiarato. La sorpresa è spesso lo strumento attraverso cui quel dialogo viene costruito. Nel caso di Colbert, il dialogo passa attraverso una figura volutamente popolare, ironica e riconoscibile. L'astice non pretende di imitare l'antico né di competere con esso. Piuttosto occupa temporaneamente lo spazio del patrimonio con la leggerezza di un personaggio uscito da un fumetto, costruendo un cortocircuito tra la memoria archeologica e l'estetica della cultura visiva contemporanea.
Una delle opere sarà collocata anche a Longola, il sito protostorico devastato da un incendio doloso nelle scorse settimane. Qui la presenza dell'installazione assume un valore diverso, presentandosi come gesto simbolico di attenzione verso un luogo ferito e punto di partenza di una serie di iniziative dedicate alle comunità locali. Secondo il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel, l'arte contemporanea può contribuire a mantenere alta l'attenzione sul patrimonio culturale e trasformare una ferita in un'occasione di partecipazione. È un'idea che accompagna ormai molte delle strategie dei grandi musei archeologici, sempre più orientati a utilizzare l'arte contemporanea come strumento di attivazione culturale e territoriale. Il progetto di Colbert si inserisce quindi in una tendenza ormai consolidata: trasformare il sito archeologico in uno spazio vivo, aperto a linguaggi differenti e capace di dialogare con pubblici molto diversi. Pompei, dal canto suo, continua a dimostrare una straordinaria capacità di adattamento. In duemila anni ha accolto imperatori, pellegrini, studiosi, eserciti di turisti, troupe cinematografiche e influencer. Da quest'estate può aggiungere anche una lunga marcia di crostacei contemporanei. E probabilmente, se le antiche pareti potessero parlare, non sarebbe nemmeno la cosa più strana che hanno visto.