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Il decimo numero de «La Foresta»

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Il decimo numero de «La Foresta»

«La Foresta» arriva al decimo numero: storia di una rivista di ricerca

Nessun tema guida, nessuna gerarchia rassicurante: poche immagini, solo i lavori degli artisti invitati, e una costellazione di testi che non accompagnano, ma spostano

Nicolò Minisi

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C’è un momento in cui le cose smettono di essere solo un progetto e iniziano a farsi luogo. Il decimo numero de La Foresta sta esattamente lì, su quella soglia: non tanto una ricorrenza da celebrare, quanto una verifica. Dieci uscite non fanno una tradizione, ma costruiscono una traccia, un modo di stare. 

La Foresta, pubblicazione sostenuta da SPAZIOC21 e edita da NUOVAEDITRICE BERTI, non è mai stata una rivista da sfogliare velocemente. È più simile a un ambiente in cui ci si orienta a tentoni. Nessun tema guida, nessuna gerarchia rassicurante: poche immagini, solo i lavori degli artisti invitati, e una costellazione di testi che non accompagnano, ma spostano. In questo senso, come sottolinea il curatore e co-fondatore della rivista Andrea Tinterri, si tratta di «costruire uno spazio che non anticipi il lettore, ma lo costringa a prendere posizione», rinunciando a ogni funzione illustrativa o di supporto. Il lettore non viene preso per mano, e questa non è una posa. È una scelta precisa: lasciare che il senso emerga camminando, anche sbagliando direzione.

Nel tempo della produzione continua e della leggibilità immediata, questa postura ha qualcosa di ostinato. Come osserva l’art director e co-fondatore della rivista Domenico Russo, «l’autonomia non è un principio astratto, ma una pratica che passa attraverso scelte minime e radicali insieme: togliere, rallentare, sottrarre appigli». Non si tratta di fare resistenza in modo dichiarato, ma di praticarla nei dettagli: nella lentezza, nell’assenza di pubblicità, in una certa idea di autonomia che non cerca legittimazione altrove. Qui l’arte non serve a riempire uno spazio, ma a crearne uno. E quel vuoto, a volte scomodo, a volte persino traumatico, diventa la condizione perché qualcosa accada.

Il decimo numero tiene insieme questa tensione senza trasformarla in formula. Gli artisti invitati Anna Capolupo, Jacopo Benassi, Andrea Kvas, Egs e Alice Guareschi non illustrano un tema comune, ma condividono una certa intensità dello sguardo. Ogni intervento lavora sul limite: del linguaggio, della materia, della leggibilità stessa dell’immagine. Le opere non si offrono subito: chiedono tempo, attrito, una forma di attenzione che non è più così scontata.

Anche i testi da Irene Biolchini a Santa Nastro, da Giangavino Pazzola ad Alfano, fino a Andrea Elia Zanini e Carlo McCormick non funzionano come didascalie, ma come attraversamenti. Aprono traiettorie, creano deviazioni, a volte complicano invece di chiarire. È un dialogo che non cerca di chiudersi, ma di restare aperto, come una mappa senza legenda definitiva.

A segnare questo passaggio è anche la copertina di Stefano Seretta. Non è un’immagine che introduce o spiega: è anch’essa una soglia. Sta lì come un segnale minimo, qualcosa che indica una direzione senza definirla. Prima ancora di entrare, si ha la sensazione che il numero chieda una posizione, non solo uno sguardo.

In continuità con questa tensione, il progetto si estende anche fuori dalla rivista con l’intervento di Silvia Argiolas, invitata come artista esterna: una tiratura limitata di stampe su cui interviene singolarmente, trasformando ogni copia in un pezzo unico. Non un’appendice, ma un’ulteriore deviazione del percorso. Forse è proprio questo che La Foresta continua a fare: costruire un luogo in cui l’arte non coincide con la sua visibilità. Un luogo fragile, certo, ma capace di mantenere una densità rara, dove il segno che sia parola, disegno o immagine non si esaurisce nel mostrarsi, ma resta in movimento, disponibile a cambiare forma.

Il decimo numero non chiude un ciclo e non apre una fase nuova in modo dichiarato. Sta in mezzo. Tiene insieme quello che c’è stato e quello che potrebbe ancora succedere. Entrarci oggi significa accettare di perdersi un po’, ma anche riconoscere che, forse, è proprio lì che qualcosa comincia a prendere forma.

Nicolò Minisi, 22 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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