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Guido Curto
Leggi i suoi articoliL’architetto Tiziana Maffei, dal primo luglio 2019 direttore generale della Reggia di Caserta, conclude a giugno il suo incarico settennale. Dal 2016 al 2019 era stata presidente di Icom Italia, la sezione italiana dell’International Council of Museums. In pochi anni, con un’abile gestione manageriale e culturale, Maffei ha rilanciato l’immenso complesso architettonico della Reggia borbonica (138mila metri quadrati, 123 ettari di parco, 76 di bosco, 38 km di acquedotto), sito Unesco dal 1997, visitato nel 2025 da oltre un milione di persone, grazie ai nuovi allestimenti permanenti come le Sale Vanvitelli, la Sala Lucio Amelio, la Collezione Terrae Motus e anche alle tante mostre, da «Frammenti di Paradiso. Giardini del Tempo alla Reggia di Caserta» al «Piccolo Principe», da Nino Longobardi, a «Metawork» di Michelangelo Pistoletto all’interno del nuovo spazio espositivo della Grande Galleria. L’ultima, «Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa», si chiude il 4 maggio con una previsione di oltre 220mila visitatori.
Com’è dirigere oggi un Museo «statale»? L’aggettivo inorgoglisce o crea problemi?
È motivo di orgoglio. L’aggettivo «statale» definisce la missione e l’orizzonte istituzionale del museo. Nell’esprimere l’identità culturale nazionale rappresenta la sua posizione nel contesto internazionale.
Quali sono le maggiori difficoltà che incontra il direttore di un museo di Stato?
L’impossibilità di costruire un organigramma realmente funzionale: la dotazione organica deriva da assegnazioni disponibili e non dall’analisi delle competenze necessarie.
C’è qualcosa che vorrebbe «privatizzare» o almeno gestire in modo meno burocratico?
La privatizzazione è incompatibile con un museo statale. Il privato può contribuire e coprodurre valore, non sostituirsi allo Stato nella gestione. L’esternalizzazione si riferisce ad attività che l’istituto non può svolgere con pari efficacia. Tra questi servizi valuterei la vigilanza, così da garantire personale specializzato nelle sempre più sofisticate tecnologie per la sicurezza, dedicando il personale Afav alle funzioni di accoglienza e fruizione, superando le attuali criticità legate ai turni notturni e festivi. Deburocratizzare è imprescindibile nella Pubblica amministrazione. A volte l’iter di approvazione del bilancio dei musei autonomi ha richiesto anche sette mesi, rallentando drasticamente la capacità operativa.
Un museo può raggiungere il pareggio di bilancio affidandosi solo a biglietteria e affitto di spazi, e i fondi devono essere solo pubblici, o è possibile avere risorse significative dai privati?
Quasi mai, considerando i costi elevatissimi di gestione. Forse ci riuscirebbero musei molto attrattivi collocati in città importanti. Oltre alla bigliettazione e alla concessione di spazi, esiste comunque la leva economica dei servizi al pubblico, anche esternalizzati, che amplia l’offerta del museo coerentemente alla propria missione: ristorazione, store, navette, noleggio biciclette, servizi accessori, fino a funzioni più avanzate come laboratori di restauro. Il finanziamento pubblico di base però resta indispensabile: un museo è un servizio essenziale, come scuola e sanità. Il privato va coinvolto in una logica di cooperazione matura e responsabile.
È opportuno incrementare le collezioni o meglio concentrarsi su quelle esistenti?
Dipende, il rischio di una «bulimia culturale» è reale. Oggi è prioritario valorizzare ciò che già possediamo. Acquisire senza consapevolezza e visione genera costi futuri non sempre sostenibili.
Una veduta del parco reale della Reggia di Caserta. Foto © Marco Ferraro
Qual è il vostro pubblico di riferimento e quali nuovi pubblici vorresti attrarre?
La Reggia di Caserta ha ampliato progressivamente i propri pubblici: da un forte radicamento nel Sud Italia siamo passati a un aumento dei visitatori nazionali e, soprattutto, internazionali. L’accessibilità è un ulteriore asse strategico: stiamo sperimentando narrazioni molto diversificate rispetto alla tipologia dei pubblici.
Si può fare a meno delle esposizioni temporanee per puntare tutto sul museo?
Le mostre sono parte integrante della funzione scientifica: trasformano la ricerca in conoscenza condivisa. Non produrle significherebbe rinunciare a una funzione essenziale del museo. Nella Reggia dopo la prima fase dedicata a restauri e adeguamenti funzionali, oggi le esposizioni restituiscono al pubblico il lavoro di studio e approfondimento svolto dal museo. Sono progettate in coerenza con la vocazione culturale della Reggia: raccontare la cultura borbonica, il paesaggio produttivo che ha modellato il territorio e il respiro europeo delle corti. Come la mostra «Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa», che si conclude il 4 maggio e visitata ad oggi con grande successo da oltre 188mila visitatori.
Che cosa si può cambiare nei musei in tempi brevi e che cosa chiederebbe al ministro Giuli?
In tempi brevi sarebbe fondamentale dare centralità al Sistema Museale Nazionale, trasformandolo in uno spazio autentico di relazione, condivisione e crescita nazionale comune, capace di valorizzare la diversità dei musei italiani senza forzarne l’omogeneizzazione. Al ministro chiederei innanzitutto un investimento sul capitale umano: dotazioni organiche adeguate, professionalità realmente specializzate, concorsi organizzati su base regionale. Non è una questione puramente numerica, ma di qualità e razionalizzazione degli investimenti, sia finanziari che amministrativi. Oggi molti processi sono energivori e frammentati, con un grande dispendio di tempo e risorse anche in relazione alla specificità dei singoli istituti.
I suoi sette anni d’incarico da direttore sono pochi?
Sette anni in Italia purtroppo non consentono di portare a compimento progetti complessi, altri due anni e il piano strategico si sarebbe concluso. Non credo però nel direttore a tempo indeterminato.
Sogni di gloria per Caserta… Qual è il programma passato, presente o futuro a cui tiene di più?
Vi sono ancora molti interventi importanti in sospeso, ma spero di aver avviato una trasformazione profonda: restauri e messa in sicurezza dopo anni di trascuratezza in un contesto interno ed esterno molto difficile, una struttura istituzionale solida, nuovi servizi strategici, un’offerta culturale ampliata e partenariati responsabili. Il risultato più importante è la crescita del personale: una squadra competente e motivata, vero patrimonio di continuità. Per il futuro immagino una Reggia consapevole del proprio ruolo europeo: capace di raccontare il respiro internazionale delle residenze reali, di valorizzare la ricerca avviata, di sperimentare nuovi modelli museologici e di dialogare con il contemporaneo, ampliando l’esperienza culturale nella convinzione che il museo contribuisce a costruire il pensiero critico individuale e la coscienza della collettività. Il mio sogno è lasciare il museo più proiettato nel mondo, più attrezzato per continuare a crescere con una visione chiara e una squadra solida.
Tiziana Maffei. Foto © Ciro Faraldo
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