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Axel Vervoordt

© Nathalie Gabay

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Axel Vervoordt

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Intervista a Axel Vervoordt: «Aiuto i collezionisti a scoprire sé stessi»

In occasione di Brafa Art Fair, abbiamo incontrato l’antiquario belga che «ha fatto dell’antiquariato una pratica esistenziale e dell’interior design un atto silenzioso, quasi una forma di spiritualità quotidiana»

Germano D’Acquisto

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C’è un momento preciso, quasi iniziatico, che attraversa come una linea sotterranea tutta la storia di Axel Vervoordt. È la primavera del 1969 quando, poco più che ventenne, seguendo un’intuizione suggerita dalla madre, attraversa un passaggio nascosto nel centro di Anversa e si ritrova nel Vlaeykensgang: un vicolo medievale dimenticato, costellato di case del Quattro e Cinquecento, allora in stato di abbandono e destinate alla demolizione. Axel non ragiona da imprenditore, né da collezionista in divenire. Agisce d’istinto. Acquista le prime undici abitazioni e decide di restaurarle una ad una, in un processo lento, quasi meditativo, che durerà anni. È lì che prende forma un’idea di spazio che non verrà mai abbandonata: luoghi che sembrano esistere da sempre, riportati alla luce più che progettati.

Da quell’esperienza originaria nasce un modo di abitare l’arte che diventa, nel tempo, una filosofia di vita condivisa con May e poi con i figli Boris e Dick. Una visione familiare e corale, cresciuta nel rispetto delle architetture, nella ricerca della proporzione, nell’ascolto del tempo come materiale vivo. Dai primi ambienti domestici intrecciati all’attività di antiquariato, fino al castello di ’s-Gravenwezel e infine a Kanaal, ex sito industriale trasformato in un organismo culturale pulsante, il lavoro di Vervoordt costruisce ponti continui tra passato, presente e futuro.

Mostre come «Artempo», «Proportio» o «Intuition» a Palazzo Fortuny a Venezia, le installazioni permanenti, la fondazione, la galleria, i progetti di interni in tutto il mondo: tutto sembra rispondere alla stessa urgenza silenziosa. Eliminare il superfluo, rivelare l’essenza, lasciare che l’arte non decori ma agisca, generando energia, consapevolezza, tempo condiviso. Classe 1947, figlio di allevatori di cavalli, Vervoordt ha fatto dell’antiquariato una pratica esistenziale e dell’interior design un atto silenzioso, vicino a una forma di spiritualità quotidiana. Lo incontriamo in occasione di Brafa Art Fair, una delle fiere d’arte più prestigiose d’Europa. Un evento allestito all’Expo di Bruxelles (25 gennaio-1 febbraio), dove design, antiquariato, arte antica e contemporanea si mescolano fino a confondersi. In quest’intervista, il gallerista belga ripercorre i cardini del suo pensiero: l’intuizione come forma primaria di conoscenza, l’imperfezione come resistenza, l’umiltà come scelta etica e l’arte come strumento per abitare il mondo con profondità.

Brafa Art Fair è da sempre un luogo in cui archeologia, antiquariato e arte contemporanea convivono. Che cosa rappresenta oggi questa fiera per lei e in che modo riflette la sua visione del collezionismo?
Brafa, offrendo una così ampia varietà di oggetti d’arte provenienti da campi diversi, attrae una grande varietà di collezionisti. Alcuni di loro visitano raramente, o mai, le gallerie di arte contemporanea, ma alla fiera si fermano comunque davanti agli stand contemporanei. Il suo fascino sta proprio nel fatto che gli stand non sono divisi per sezioni, ma mescolati tra loro, rendendo la visita un’esperienza di scoperta continua. Non si possono mai giudicare i collezionisti. Brafa compie un grande sforzo per rendere la fiera il più attraente possibile e per raggiungere un pubblico internazionale attraverso importanti campagne di comunicazione. Béatrix Bourdon e il suo team fanno un lavoro eccellente e siamo loro molto grati.

Bruxelles e Anversa hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione della sua sensibilità. Che cosa offre il Belgio, dal punto di vista culturale e intellettuale, che continua a nutrire il suo lavoro oggi?
La mia famiglia è di Anversa. Sono orgoglioso di essere di Anversa. Perché? Perché, a mio avviso, è una città priva di sciovinismo. Spesso si tende a dire: i francesi sono molto francesi, gli spagnoli molto spagnoli, gli inglesi molto inglesi. Anversa, essendo una città portuale, è naturalmente aperta al mondo. Un grande porto genera uno spirito di accoglienza e una mentalità aperta. Bruxelles, invece, come capitale d’Europa, è un crocevia di nazionalità e culture diverse. E anche il fatto di parlare più lingue è un grande vantaggio.

Una veduta del Kanaal. © Jan Liégeois

Ha spesso rifiutato etichette come decoratore, architetto o designer. Dopo più di cinquant’anni di lavoro tra arte, antiquariato e interni, come definirebbe oggi ciò che fa?
La gestione quotidiana della nostra azienda è oggi nelle mani dei miei due figli, ma io continuo a lavorare su progetti di architettura e di interni. Amo rendere felici le persone creando ambienti vivibili e amabili, luoghi in cui, grazie all’arte e all’architettura, desiderino vivere per tutta la vita. Rendo felici gli artisti e le persone che li circondano: alla fine tutto torna. È per questo che la maggior parte dei miei clienti diventano amici per la vita; li aiuto a scoprire cose nuove e, attraverso l’arte, a scoprire sé stessi.

Il tempo ha un ruolo centrale nel suo lavoro: la patina, l’usura, le tracce lasciate dagli anni. Che cosa dona il tempo agli oggetti che il design da solo non potrà mai offrire?
Apprezzo la vera artigianalità e i materiali che invecchiano bene, che col tempo diventano ancora più interessanti. Amo allo stesso modo i muri antichi, i mobili non restaurati, tutto ciò che, nel suo stato originale, è stato trasformato dal tempo, “quel potente scultore”, come lo definiva Marguerite Yourcenar. Per me, gli oggetti quotidiani maneggiati con amore sono opere d’arte. È stato proprio questo il punto di partenza della prima mostra che abbiamo curato a Palazzo Fortuny a Venezia nel 2007, intitolata «Artempo. Where Time becomes Art».

In un mondo ossessionato dalla perfezione, dalla velocità e dalla novità continua, wabi-sabi e imperfezione possono ancora essere una forma di resistenza culturale?
Sì, lo credo profondamente. Ne ho parlato nel mio libro Wabi Inspirations, che racconta l’affetto per le cose semplici e l’amore per le imperfezioni. Il wabi è distante da ogni pressione commerciale ed è l’esatto opposto degli ambienti prodotti in serie e progettati al computer. Per me il wabi ha una dimensione universale, non solo giapponese. Oggi tutti cerchiamo di fare di più con meno, e per questo il wabi è ancora più attuale: evita l’indulgenza, gli oggetti vistosi e le ostentazioni di ricchezza.

Parla spesso di umiltà: materiali umili, gesti umili, oggetti umili. Che cosa significa per lei oggi l’umiltà, non solo dal punto di vista estetico ma anche etico?
È uno stile di vita. Per me il prezzo non è importante. Conta l’onestà, l’autenticità. Preferisco sedermi a una bella tavola con fiori appena colti in giardino e condividere un pasto cucinato in casa con gli amici piuttosto che andare in un ristorante di lusso.

Nei suoi interni convivono naturalmente opere di epoche e culture lontane. Come riconosce il momento in cui elementi diversi appartengono davvero allo stesso luogo?
È difficile da spiegare a parole. Sono sempre alla ricerca del valore intrinseco e della spiritualità di un’opera: in che modo mi parla? Che cosa sta cercando di dirmi l’artista o l’artigiano? È in questa ricerca della spiritualità che si trova una chiave universale. Credo che, ancora una volta, sia una questione di intuizione.

Il mercato dell’antiquariato e del collezionismo sta vivendo una trasformazione profonda: maggiore velocità, più trasparenza, dinamiche finanziarie più forti. Come legge questo cambiamento storico?
È vero: i giovani collezionisti oggi guardano l’arte con lo smartphone in mano, seguono gli artisti su Instagram e controllano i risultati delle aste con un semplice login. Oggi, come mercanti, dobbiamo essere aperti e trasparenti nella comunicazione con i nostri clienti. Mio figlio Boris è molto consapevole di questa evoluzione e per noi è assolutamente naturale accoglierla.

Per lei l’arte contemporanea non è mai un accessorio, ma una necessità. Che ruolo ha l’arte nel rendere uno spazio senza tempo, e non semplicemente bello?
L’arte è molto più che «semplicemente bella»: se viene ridotta a questo, diventa decorazione e può risultare noiosa. L’arte è un modo per scoprire noi stessi; vivere con l’arte significa sentire, trovare profondità, scoprire qualcosa di profondo su di noi. Sono sempre attratto da opere molto architettoniche o molto meditative, che esprimono un’energia positiva. Integrando l’arte negli interni, questa energia positiva può irradiarsi verso chi li abita.

Una veduta della mostra «Karnak» dell’artista messicano Bosco Sodi, tenutasi nel 2023 presso l’Axel Vervoordt Gallery a Kanaal. Photo: Jan Liegeois

Germano D’Acquisto, 23 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Intervista a Axel Vervoordt: «Aiuto i collezionisti a scoprire sé stessi» | Germano D’Acquisto

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