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Aldo Accardo
Leggi i suoi articoliChe cosa rimane di un artista che lavora con le immagini quando le immagini in movimento scompaiono? Per oltre vent'anni James Richards ha costruito la propria ricerca raccogliendo, montando e trasformando materiali già esistenti: fotografie, video, suoni, frammenti letterari e residui della cultura visiva contemporanea. Immagini che hanno avuto una vita precedente vengono sottratte al proprio contesto, accostate ad altre e rimesse in circolazione senza essere ricondotte a una narrazione definitiva.
Con «The Buildable Self», in programma da Ordet a Milano dal 24 settembre al 21 novembre, Richards introduce però una cesura nel proprio lavoro: per la prima volta l'immagine in movimento è completamente assente da una sua mostra. Non significa che il cinema scompaia. Al contrario, sembra sopravvivere dopo la sottrazione dello schermo, trasferendosi nel suono, nel montaggio delle fotografie e nella successione degli oggetti. Richards continua a lavorare attraverso sequenze, interruzioni, associazioni e intervalli, ma chiede allo spettatore di costruire ciò che manca.
Il punto di partenza è Novel Pleasures (2024), installazione scultorea realizzata con Lucas Foletto Celinski utilizzando fotografie provenienti dagli archivi dello Schwules Museum di Berlino. I corpi originariamente contenuti nelle immagini vengono disarticolati: rimangono labbra, pelle, arti, gesti. Richards e Celinski non tentano di ricomporli e proprio questa incompletezza diventa il dispositivo dell'opera. Il corpo non è più un'unità data, ma qualcosa che lo spettatore costruisce mentalmente attraverso i suoi frammenti. È una logica che progressivamente investe l'intera mostra. Se il corpo può essere montato e smontato, anche l'identità può essere pensata come una costruzione provvisoria, continuamente modificata dalle immagini che incontriamo, dai ricordi, dal desiderio e dalle perdite.
La sostituzione più radicale del video avviene però con il suono. How Different Different Kisses Are (2026), composizione multicanale sviluppata insieme al musicista e sound artist Max Bloching, viene definita dallo stesso Richards una sorta di «film senza immagini». Registrazioni realizzate in diversi luoghi di Berlino mescolano rumori ambientali, interventi musicali e soprattutto il passaggio dei treni. Il loro movimento attraverso il campo stereofonico funziona contemporaneamente come scansione temporale e principio compositivo: ogni convoglio attraversa l'ambiente acustico costruito fino a quel momento, lo interrompe e costringe il lavoro a ricominciare.
Commissionata da Fluentum a Berlino all'inizio del 2026, l'opera non possiede peraltro una versione completamente definitiva. A ogni presentazione viene remixata e ricalibrata, incorporando elementi sonori provenienti dallo spazio nel quale viene installata. Anche qui l'opera, come l'identità evocata dal titolo della mostra, esiste soltanto temporaneamente in una determinata configurazione. Il movimento ritorna indirettamente in Passengers (2026), serie di collage di grande formato costruiti attraverso raccolta, stampa, scansione e ingrandimento delle immagini. Il loro linguaggio richiama cartelloni pubblicitari, segnaletica e soprattutto spazi di transizione: luoghi pensati per essere attraversati piuttosto che abitati stabilmente. Sul mezzanino, The Limits of the Useful (2026) trasferisce invece la stessa instabilità nella forma del libro. Richards costruisce una raccolta di volumi immaginari, nei quali testi e immagini assumono la grammatica immediata dei meme, mentre titoli e copertine promettono improbabili percorsi di conoscenza di sé, illuminazioni improvvise e formule attraverso le quali raggiungere una qualche coerenza personale.
Il riferimento è anche al progetto editoriale Lenz Press di Ordet e a Syllabus (say one think another), lavoro sviluppato nel 2026 da Richards con Tolia Astakhishvili, nel quale una serie di libri inesistenti permetteva di attraversare temi legati all'infanzia e al piacere. Ma l'ironia di The Limits of the Useful non sembra avere come bersaglio principale la proliferazione contemporanea dei manuali di autoaiuto. A interessare Richards è qualcosa di più elementare: il bisogno umano di costruire una versione coerente di se stessi, anche quando questa coerenza continua inevitabilmente a sfuggire. È qui che il titolo The Buildable Self acquista il suo significato. Il «sé» di Richards è costruibile proprio perché non è mai costruito una volta per tutte. Come le fotografie provenienti da un archivio, può essere ritagliato, ricontestualizzato, associato a qualcosa di nuovo e nuovamente trasformato.
Da un'opera all'altra ricompare infatti la stessa materia prima: qualcosa che ha già avuto una vita altrove. Un'immagine d'archivio, una registrazione ambientale, un frammento, un libro che simula altri libri. Spostati da un contesto all'altro, questi materiali non cancellano completamente la propria provenienza, ma ne trasportano le tracce. Richards sembra così sostituire all'idea dell'identità come origine da ritrovare quella di un'identità come montaggio permanente. Memoria, desiderio, intimità e perdita non conducono a un'immagine finalmente completa dell'individuo: continuano piuttosto a modificarla.
Aldo Accardo
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