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Giulia Crivelli
Leggi i suoi articoliTra le persone che hanno lasciato il nostro pianeta nel 2025 c’è Diane Keaton: ci piace ricordarla per i suoi film, certo, ma soprattutto per la sua autonomia di stile, caso unico a Hollywood e nel cinema internazionale. L’attrice se n’è andata nello stesso anno di Robert Redford, suo gemello diverso tra le star americane: li univa, oltre al carisma e al posto che avranno per sempre nella storia del cinema, un’indipendenza di pensiero che si rifletteva non solo nelle scelte professionali, ma anche su come si vestivano, in pubblico e in privato. Se tutte le attrici e gli attori, e non solo loro, avessero la personalità e la sicurezza, o almeno la consapevolezza di sé, che avevano Diane Keaton e Robert Redford, la maggior parte degli stylist e un certo numero di influencer sarebbero disoccupati. Ecco, un auspicio per il 2026, più che una constatazione di cambiamento o una previsione, è che le donne di ogni età, ma anche gli uomini, rivendichino, recuperino o riscoprano il piacere di scegliere da soli, o almeno che lo facciano con maggiore autonomia, che cosa indossare nella loro vita di tutti i giorni e sui red carpet o in altre occasioni di lavoro, come interviste od ospitate televisive e radiofoniche con annesso streaming. Quasi certamente si eviterebbero così look improbabili alle prime di film o su altri tappeti rossi, che mortificano o ridicolizzano in primis chi li indossa, mentre i nomi degli stylist restano sconosciuti ai più. Il punto non è l’eccentricità o l’uscire da canoni di gusto più o meno apprezzati, bensì il palese disagio che sembrano provare attrici e attori in certe occasioni, dal meno noto dei festival al Met Gala, mentre vengono bersagliati dai flash dei fotografi. Riguardare le gallery del 2025 per credere.
Rivendicare e riscoprire il piacere di scegliere come vestirsi per eventi supermediatici o anche solo per camminare per le strade di New York o Los Angeles avrebbe un altro effetto positivo: far scoprire nuovi marchi o negozi, frutto delle scelte personali delle star. In un certo senso, l’auspicio di una più «equa» assegnazione dell’autonomia di scelta sul vestirsi e «accessoriarsi» farebbe bene anche al cinema. Non ci sfugge né vogliamo sottostimare il ruolo del costumista, ma anche in questo campo, nel nuovo mondo ibrido di cinema e serie tv, di grande schermo e streaming casalingo, si è perso il senso della misura e bastino due esempi, la sesta stagione di «Emily in Paris», che ha debuttato in gennaio su Netflix, e «Il diavolo veste Prada 2», atteso al cinema alla fine di maggio. I vestiti hanno fatto parlare più di tutto il resto e il product placement è stato talmente esasperato (o anticipato) da provocare moti di stizza, fastidio, rigetto, tra gli spettatori. E sui diktat di stylist e influencer non si dovrebbe dimenticare che uniformare il modo di vestire è un aspetto, appunto, delle dittature (basti pensare alla Cina di Mao o ai veli imposti alle donne in Iran e naturalmente alla prigione del burqa per le afghane). In Occidente al total look abbiamo saggiamente sostituito da tempo il «mix and match»: sarebbe veramente assurdo uniformarsi volontariamente e ciecamente a tendenze imposte per ragioni (leggi scorciatoie) di marketing.
Partendo dal presupposto che vestirsi sia un modo di avere cura di sé e di esprimere la propria personalità, una previsione ci sentiamo di farla: che si sia famosissimi, che si abbiano obblighi contrattuali con le produzioni o accordi milionari con marchi globali oppure «solamente» obblighi verso sé stessi, il 2026 offrirà spunti creativi a tutti. Dopo il battage digitale e le campagne di comunicazione più tradizionali, vedremo o abbiamo già finalmente visto nelle vetrine le prime collezioni disegnate da Jonathan Anderson per Dior, Matthieu Blazy per Chanel, Louise Trotter per Bottega Veneta, tre ventate di freschezza per tutti, non solo per le tre maison che vogliono abbracciare un cambiamento.
Crediamo, o almeno fortemente auspichiamo, che il 2026 sarà l’anno in cui i listini dei marchi di medio-alta e alta gamma smetteranno di essere ritoccati al rialzo in un modo che nel 2025, più ancora che nel 2024, è risultato incomprensibile ai più. La «scusa» dell’inflazione è venuta a mancare nella maggior parte dei Paesi; restano i rincari delle materie prime e i dazi imposti da Donald Trump, ma niente può più giustificare, agli occhi di chi osserva e di chi compra, aumenti a tre cifre rispetto al pre Covid. L’equazione più costoso = più lussuoso ha smesso di avere senso, ammesso che l’abbia mai avuto. L’ha già capito il manager più osservato del momento, Luca de Meo, da settembre ceo di Kering: una delle sue prime mosse, senza clamori, è stata abbassare i prezzi di Gucci, il marchio di punta del gruppo. Quanto alla collezione Dior, borse e scarpe e abbigliamento sembrano allineati al pre Anderson, mentre Hermès ha in effetti appena ritoccato i listini, ma si tratta di una maison del cosiddetto ultralusso e che fa storia a sé. Il giusto rapporto qualità-prezzo, che gli americani chiamano «value for money», è alla base della resilienza di Ralph Lauren, tra i pochi marchi di fascia medio-alta a essere cresciuto a due cifre anche nel 2025, anno di un rallentamento o in certi casi arretramento per la moda e persino per il lusso, con le uniche eccezioni di Hermès, Gruppo Prada e Brunello Cucinelli.
Tornando alle novità preprimaverili, segnaliamo che Dior ha battuto tutti, portando la prima parte delle collezioni donna nelle boutique il 2 gennaio, con relativi inediti concept per le vetrine e gli interni, alleggeriti rispetto all’era di Maria Grazia Chiuri (per le sue prime «prove» da Fendi occorre aspettare qualche mese).
Per Chanel, oltre al debutto di Blazy, potrebbero esserci novità nelle collezioni uomo: l’annuncio ufficiale di A$AP Rocky come ambassador, arrivato in occasione della sfilata Métiers d’Art allestita a dicembre in una stazione della metropolitana di New York, potrebbe preludere alla nascita di una vera e propria linea maschile, un progetto che forse Karl Lagerfeld, se fosse stato eterno (invece è morto nel 2019 dopo 25 anni come direttore creativo di Chanel), avrebbe realizzato.
Alla prova dei negozi e delle vendite è arrivata pure la prima collezione donna di Demna per Gucci, con una tempistica che porta ad altre considerazioni sul 2026. Durante la settimana della moda donna di Milano di settembre la collezione era stata presentata con un breve film, resa disponibile nella boutique di Monte Napoleone per pochi giorni e poi ritirata, con la promessa di tornare in gennaio. Archiviata l’utopia del «see now buy now», inconciliabile con la qualità, la scelta di Gucci potrebbe fare scuola: vendere un numero molto limitato di capi visti in sfilata e creare forte appetito per chi non riesce a comprarli in tempo utile. Nel 2026, ecco un altro auspicio: anche il marketing potrebbe tornare a essere creativo, invece che unicamente attento al numero di clic e follower. Un esempio nel 2025 l’ha dato Swatch, annunciando la vendita del nuovo, attesissimo, modello di MoonSwatch solo nei giorni in cui in Svizzera avrebbe nevicato e solo per l’inverno: l’ultima giornata utile per comprarlo, meteo permettendo, sarà il 20 marzo.
Nel 2026 dovranno anche essere riempite, o cambiate, caselle di creativi e manager: Salvatore Ferragamo è ancora alla ricerca di un amministratore delegato, il Gruppo Armani deve introdurre un ricambio nell’ufficio stile e forse persino nella struttura proprietaria, come da testamento dello stilista-imprenditore aperto il 9 settembre 2025, cinque giorni dopo la sua morte. Speriamo che le nomine in arrivo siano un’occasione per aumentare il numero di donne, ancora in fortissima minoranza nei ruoli apicali della moda e del lusso.
Tornando alle persone alle quali abbiamo detto addio di recente, va citata Brigitte Bardot. Non tanto perché abbia lasciato un’impronta nella moda, lei stessa approverebbe questa affermazione di estraneità, bensì per l’esempio che ha dato accettando di invecchiare in modo naturale, senza dichiarare guerra, ad esempio, alle rughe. Lo stesso atteggiamento di altre due grandi protagoniste, loro sì della moda, Diane von Fürstenberg e Isabella Rossellini. Facile accettare le rughe quando si nasce bellissime, potrebbe dire qualcuno. Non è proprio così, come dimostrano i casi di Catherine Deneuve o Nicole Kidman, solo per fare due nomi. Non desideriamo augurare che le rughe o il decadimento fisico diventino di moda. Come ci ha ricordato Giacomo Leopardi nell’operetta morale in cui la Moda appariva come sorella della Morte, diventare di moda condanna a passare di moda. No, l’auspicio è che arrivi un cambiamento culturale e sociale del quale la moda non potrebbe che prendere atto, in quanto specchio e interprete dello Zeitgeist, ma anche di rivoluzioni culturali e sociali più profonde e durature di un qualsivoglia «spirito del tempo». L’auspicio è che donne e uomini si ritrovino, riescano a riconciliarsi con sé stessi, che non usino la moda per nascondersi o mascherarsi, ma per raccontarsi ed esprimersi divertendosi. L’aveva già scritto Virginia Woolf nell’Orlando, romanzo terminato nel 1928: «Per quanto sembrino cose di secondaria importanza, la missione degli abiti non è solo quella di tenerci caldo. Essi cambiano l’aspetto del mondo ai nostri occhi e cambiano noi agli occhi del mondo».