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Installation view «Fragments and Futures. Contemporary Encounters with Ancient Worlds», Art Space Pythagorion in Samos Greece.

Courtesy The Schwarz Foundation.

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Installation view «Fragments and Futures. Contemporary Encounters with Ancient Worlds», Art Space Pythagorion in Samos Greece.

Courtesy The Schwarz Foundation.

Il passato non è mai intero: su un'isola greca l’arte contemporanea interroga l'archeologia

Fino al 30 settembre all’Art Space Pythagorion di Samos, «Fragments and Futures» mette in dialogo archeologia e arte contemporanea per interrogare il modo in cui il passato viene conservato, ricostruito e reinterpretato. Un percorso tra frammenti, miti, tecnologia, memoria e identità

L’idea di un passato disponibile nella sua integrità è una costruzione. Ciò che arriva fino al presente è sempre parziale: sono sopravvissuti alcuni oggetti, alcune immagini, alcune architetture, alcuni documenti, mentre altri sono scomparsi o sono rimasti ai margini della storia. A questi frammenti si sono poi sovrapposte selezioni, ricostruzioni e narrazioni che hanno determinato il modo in cui oggi guardiamo all’antichità. Questa consapevolezza guida «Fragments and Futures: Contemporary Encounters with Ancient Worlds», la mostra estiva dell’Art Space Pythagorion di Samos, curata da Katerina Gregos e ioLi Tzanetaki.

Il progetto riunisce artisti contemporanei che lavorano attraverso pittura, scultura, installazione, performance e media digitali, confrontandosi con i linguaggi visivi, i resti materiali e le narrazioni mitiche dell’archeologia classica. Al centro c’è il rapporto fra ciò che è rimasto dell’antico e il modo in cui il presente lo interpreta. Il reperto conserva una traccia, ma non restituisce da solo la storia alla quale apparteneva. Ogni tentativo di ricostruzione introduce ipotesi, punti di vista e forme di racconto.

Il frammento diventa così una condizione della conoscenza. Una statua mutila, una rovina, un oggetto incompleto portano con sé l’assenza di ciò che manca e, proprio per questo, aprono uno spazio all’immaginazione. La ricostruzione dell’antico implica una scelta: stabilire quali elementi possano essere ricomposti, quali interpretazioni siano plausibili, quali lacune debbano rimanere tali. L’atto di ricostruire produce quindi anche una nuova narrazione. Perché ciò che viene restituito alla visibilità porta inevitabilmente il segno del presente che lo ha ricostruito.

È questa condizione a rendere Samos un contesto particolarmente significativo per la mostra. Il patrimonio archeologico dell’isola, legato alla sua importanza come città-stato nell’antichità, costituisce il punto di partenza per una riflessione che si estende alla dimensione politica dell’archeologia, al rapporto fra oggetti materiali e verità storica e al ruolo del patrimonio nella costruzione dell’identità culturale. Sull’isola le rovine convivono con l’infrastruttura contemporanea e con la vita quotidiana. L’antico occupa quindi uno spazio fisico ancora attivo e condiziona il modo in cui il presente percepisce il proprio territorio.

Da questa presenza deriva anche una responsabilità particolare per gli artisti che lavorano all’interno di questo paesaggio. L’eredità classica non è un repertorio distante al quale attingere liberamente: è una realtà con cui confrontarsi, insieme alla sua autorità e alle interpretazioni che nel tempo le sono state attribuite. «Fragments and Futures» osserva proprio questo rapporto attraverso pratiche che riaprono il significato di immagini, materiali e storie apparentemente già codificati.

Uno dei terreni di questa revisione è il corpo. La figura umana della tradizione classica è stata per secoli associata a modelli di bellezza, proporzione e armonia che hanno acquisito un valore quasi normativo. Gli artisti contemporanei possono intervenire su questi archetipi modificandone il punto di vista. Le figure mitologiche diventano così strumenti attraverso cui interrogare il genere, l’identità e le forme di appartenenza. Venere, Apollo e Medusa possono essere nuovamente interpretati attraverso prospettive femministe, queer e postcoloniali, mostrando quanto le immagini dell’antico abbiano contribuito a costruire idee tuttora presenti nella cultura contemporanea.

Il rapporto con l’antichità si misura anche attraverso la materia. Marmo, argilla e pigmento vengono messi in relazione con scansione, proiezione e stampa 3D. La traduzione da un materiale all’altro rende evidente una continuità nella curiosità umana e, nello stesso tempo, modifica radicalmente il rapporto con l’oggetto. Una forma antica può essere digitalizzata, riprodotta, trasformata e nuovamente materializzata. La tecnologia diventa così uno strumento di conservazione e di alterazione, capace di riaprire questioni legate all’autenticità e all’originalità.

Anche qui il processo artistico presenta una sorprendente vicinanza con quello archeologico. Molti degli artisti coinvolti adottano metodologie fondate sulla ricerca e su un rapporto prolungato con la storia e la memoria. Documenti, archivi e materiali culturali vengono raccolti e messi in relazione per ricostruire eventi e produrre nuove interpretazioni. L’artista procede attraverso tracce, lacune e connessioni, trasformando la ricerca in una forma di scavo.

Ma ogni scavo porta con sé anche una storia del potere. L’archeologia ha avuto, infatti, un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità nazionale greca, soprattutto all’inizio del Novecento, quando gli scavi sistematici si sono intrecciati ai processi di costruzione dello Stato moderno. Il riferimento all’antichità classica ha contribuito ad affermare una continuità con un passato idealizzato, utilizzato anche come fondamento culturale dell’identità nazionale.

A questo processo hanno partecipato istituzioni archeologiche dell’Europa occidentale, all’interno di una tradizione intellettuale che aveva progressivamente collocato l’antichità greco-romana alle origini della civiltà occidentale. La storia della ricezione della classicità diventa così parte della storia stessa dell’archeologia: il passato è stato osservato attraverso categorie culturali precise, che hanno privilegiato determinate immagini, periodi e narrazioni.

La mostra porta questa consapevolezza fino al museo, il luogo nel quale gran parte dell’esperienza contemporanea dell’antichità prende forma. Classificare un reperto, stabilirne la provenienza, collocarlo accanto ad altri oggetti e costruire il testo che lo accompagna significa organizzare una narrazione. Il museo diventa quindi un ulteriore livello di interpretazione, nel quale la selezione operata dall’archeologia viene resa visibile e istituzionalizzata.

Gli artisti possono intervenire proprio su questo livello, costruendo archivi alternativi, collezioni speculative o modalità differenti di esposizione. Possono riportare l’attenzione sulle voci trascurate e sulle storie che le collezioni tradizionali hanno lasciato fuori campo. Il display museale diventa così esso stesso materia artistica e oggetto di analisi, insieme alle storie coloniali e politiche che accompagnano la formazione delle raccolte archeologiche.

Il percorso di «Fragments and Futures» procede quindi attraverso diversi livelli della costruzione del passato: il frammento materiale, la sua ricostruzione, il corpo e il mito, la trasformazione tecnologica, la ricerca d’archivio, la costruzione dell’identità nazionale e infine il museo. Sono passaggi diversi, ma legati dalla stessa domanda: come si forma ciò che consideriamo conoscenza dell’antichità?

La mostra si colloca in questo spazio fra sopravvivenza e interpretazione. Gli artisti lavorano sui materiali del passato per evidenziare le lacune, le trasformazioni e i punti di vista che ne hanno determinato la trasmissione. Il futuro evocato dal titolo nasce proprio da questa possibilità: ogni frammento può essere nuovamente interrogato e ogni narrazione può essere sottoposta a verifica.

«Fragments and Futures» prosegue il percorso della mostra estiva del 2025, «Bridging Cultures: 100 Years of Research of the German Archaeological Institute on Samos», mantenendo il legame con il patrimonio archeologico dell’isola e spostando l’indagine verso il modo in cui quel patrimonio continua a operare nel presente. La mostra segna inoltre il decimo anniversario del Visual Arts Programme della Schwarz Foundation sotto la curatela di Katerina Gregos, in collaborazione con ioLi Tzanetaki. In fondo, il frammento pone una questione molto semplice e difficile insieme: quanto di ciò che chiamiamo passato appartiene realmente a ciò che è stato e quanto, invece, al modo in cui abbiamo scelto di ricostruirlo? «Fragments and Futures» lavora precisamente su questa distanza. È lì che l’archeologia incontra l’arte contemporanea: nel momento in cui ciò che resta smette di essere una certezza e torna a diventare una domanda.

Redazione, 17 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Il passato non è mai intero: su un'isola greca l’arte contemporanea interroga l'archeologia | Redazione

Il passato non è mai intero: su un'isola greca l’arte contemporanea interroga l'archeologia | Redazione