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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliUn girasole non è mai solo un girasole. Lo sapeva bene il poeta newyorkese Allen Ginsberg che, in Sunflower Sutra del 1955, lo descrive come «una grigia ombra morta contro il cielo, grande come un uomo»: già opaco, secco, consumato, sottratto a ogni idea di pienezza. E lo sa bene anche Giovanni Stefano Ghidini, artista nato nel 1957, che a quel fiore ha dedicato venticinque anni di lavoro, fotografandolo sulla terrazza del suo appartamento newyorkese.
Oggi il suo lavoro arriva in mostra alla Fondazione ICA Milano con 52 Ludlow, a cura di Alberto Salvadori, aperta dal 19 marzo al 23 maggio 2026. Il titolo, che è anche quello della serie fotografica, riprende l’indirizzo dell’edificio in cui il progetto ha preso forma, al 52 di Ludlow Street, tra Lower East Side e Chinatown, casa e studio dell’artista per molti anni.
È un tratto di Manhattan che conserva ancora la struttura storica del quartiere d’immigrazione: edifici stretti, lotti compressi, scale antincendio, cortili interni, negozi al piano strada, tetti praticabili. Dentro il tessuto dei tenement del Lower East Side si è insinuata Chinatown, dove abitazione e lavoro continuano a sovrapporsi e ogni spazio disponibile viene usato, adattato, occupato.
È sopra questo paesaggio fitto e verticale che Ghidini, dal 1997, coltiva i suoi girasoli.
52 Ludlow. © Giovanni Stefano Ghidini. Courtesy l'artista e Fondazione ICA, Milano
52 Ludlow. © Giovanni Stefano Ghidini. Courtesy l'artista e Fondazione ICA, Milano.
Ogni ciclo di nascita, crescita e morte dura circa nove mesi, spiega, «un tempo simile alla gestazione umana», che qui coincide con l’intera vita del fiore. Pianta il seme, ne segue la crescita, lo protegge dagli agenti atmosferici, dai corvi, dai passeri e, talvolta, anche dai vicini. La piena fioritura arriva dopo i primi mesi, ma a interessarlo è il passaggio successivo, quando il girasole abbandona la sua immagine più prevedibile e prende una forma secca, piegata, quasi corporea.
Il girasole è un soggetto meno semplice di quanto sembri. Dal punto di vista botanico, non è un fiore unico, ma un’infiorescenza composta, con un disco centrale fitto di piccoli fiori e una corona esterna di petali. «Nei primi mesi segue la luce, poi, una volta adulto, si orienta stabilmente».
In questo periodo Ghidini usa vasi, supporti, crea nuove inclinazioni, strutture. Ne accompagna la crescita, ne corregge il portamento, ne indirizza lo sviluppo. Alcuni girasoli finiscono così per assumere posture umane: un esemplare in mostra sembra cedere sotto il proprio peso, con il gambo piegato come un corpo stanco; un altro si tende in verticale con una magrezza filiforme e una tensione che richiama le figure in cammino di Giacometti.
Autoritratto. © Giovanni Stefano Ghidini. Courtesy l'artista e Fondazione ICA, Milano
Il girasole è un’immagine potente anche sul piano simbolico, storicamente legata al sole, alla costanza, alla vitalità. Ghidini lavora contro questa evidenza fotografandolo nel momento più difficile da cogliere, quando il fiore ha raggiunto la forma cercata, si è essiccato e già comincia a disfarsi.
«Dal 2022 le immagini della serie vengono tradotte in stampe al platino». La platinotipia, messa a punto nel secondo Ottocento e molto usata tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, è una tecnica apprezzata per la profondità tonale, la superficie opaca e la capacità di restituire luce, volume e materia con grande precisione. Nelle opere di Ghidini questa resa accentua il carattere plastico delle forme: i gambi acquistano struttura, i capolini rilievo, le superfici secche una presenza quasi tattile. In alcuni punti i gambi sembrano quasi fusi nel bronzo. E così viene in mente una certa fotografia di scultura del Novecento, quella realizzata in studio dai grandi maestri, anche per il modo in cui la luce costruisce il volume e dà peso alle forme.
«Negli ultimi anni l’edificio di Ludlow Street si era progressivamente deteriorato, e a un certo punto arrivò la richiesta di lasciarlo», racconta. Erano però le ultime fasi del lavoro, e a Ghidini fu concesso ancora un anno per concluderlo.
Oggi, a Milano, il progetto si presenta in tre fotografie. E sorprendentemente bastano a restituire venticinque anni di lavoro.
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