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Homo Faber 2026: chi raccoglierà l'eredità dei grandi maestri artigiani?

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Homo Faber 2026: chi raccoglierà l'eredità dei grandi maestri artigiani?

Homo Faber, 700 opere e 500 artigiani: il valore del lavoro manuale nell'era dell'intelligenza artificiale

La quarta edizione di Homo Faber, diretta artisticamente da Es Devlin sull'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, si è chiusa il 30 settembre con circa 65mila visitatori, il 30% in più rispetto al 2024. Oltre 700 oggetti realizzati da più di 500 artigiani di 70 Paesi hanno raccontato la vitalità del lavoro manuale. Ma la sfida della Michelangelo Foundation va oltre la biennale: costruire una rete internazionale, favorire l'incontro con i collezionisti e sostenere la formazione delle nuove generazioni, affinché competenze e tradizioni non vadano perdute.

Matilde Crucitti

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Chi raccoglierà il sapere custodito nelle mani degli ultimi maestri artigiani? E come potranno le nuove generazioni trovare il proprio spazio nel mercato contemporaneo? Cercare di rispondere a queste domande è la missione di Homo Faber, un obiettivo perseguito attraverso un lavoro di ricerca, formazione e valorizzazione del saper fare su scala globale.

Superiamo la lunga fila davanti all'ingresso di Homo Faber 2026: An Island of Light, sull'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, accompagnati da Alberto Cavalli, direttore esecutivo della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship, e da Flavien Brand, fundraising programme specialist della Fondazione, che ci raccontano il progetto negli ultimi giorni della manifestazione, conclusasi il 30 settembre 2026.

La quarta edizione ha registrato un aumento del 30% dei visitatori rispetto al 2024, confermandosi tra gli appuntamenti più seguiti del calendario culturale veneziano. I numeri lo dimostrano: circa 65mila visitatori, contro i 50mila dell'edizione precedente, biglietti esauriti e lunghe code già dalle prime ore del mattino. Homo Faber 2026 ha dato visibilità a talenti artigiani provenienti da tutto il mondo, raccontandone le personalità, le tecniche e le storie. Anche la stampa internazionale ha dedicato ampio spazio all'iniziativa, interpretandola come una rivendicazione del valore del lavoro umano nell'era dell'intelligenza artificiale. Il «New York Times» ha presentato la direttrice artistica di quest'anno, Es Devlin, come una maestra dei grandi allestimenti. Come sottolinea Alberto Cavalli, l'obiettivo di Homo Faber è celebrare gli artefici, i processi e l'etica del lavoro artigianale, generando rispetto e apprezzamento per queste competenze e ispirando nuove generazioni di artigiani, appassionati e acquirenti. Le dimostrazioni dal vivo, i workshop partecipativi e la possibilità di visitare gli studi artigianali in tutta Venezia hanno suscitato interesse in un pubblico molto differenziato per età e provenienza.

«Le mani degli artigiani sono le vere protagoniste, il cuore del progetto. Vogliamo restituire valore al lavoro artigiano e insegnare alla nuova generazione non solo l'antica arte, ma anche come sopravvivere e promuoversi oggi». L'incontro con Alberto Cavalli e Flavien Brand è stato reso possibile dal programma MAMA – Master in Art Management and Administration di SDA Bocconi School of Management a Milano, diretto da Piergiacomo Mion Dalle Carbonare. Dal 2015 il Master sostiene l'innovazione artistica e lo sviluppo culturale su scala globale, rafforzando le competenze manageriali e di leadership necessarie per la crescita delle organizzazioni artistiche. Tra le caratteristiche del programma figura il Grand Tour nelle capitali culturali italiane, con incontri presso istituzioni come la Michelangelo Foundation, Triennale Milano e FAI – Fondo per l'Ambiente Italiano.

La Michelangelo Foundation: una missione, non un prodotto

«Difendere e promuovere l'artigianato di ogni parte del mondo, per condurre in sicurezza questo prezioso patrimonio di sapere pratico nel futuro», spiega Cavalli. Il direttore esecutivo sottolinea che la Michelangelo Foundation, organizzazione internazionale senza fini di lucro con sede a Ginevra, è l'ente promotore di Homo Faber. «Il profitto non è l'obiettivo ma la misura del suo successo».

Fondata da Johann Rupert, presidente di Richemont, e Franco Cologni, presidente della Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte e di Cartier International, la Fondazione intende mantenere una propria identità distinta dalle attività commerciali del gruppo. Tra i marchi di Richemont figurano Cartier e Van Cleef & Arpels. Gli sponsor della manifestazione sono complessivamente 62, presentati con discrezione e senza grandi loghi, coerentemente con l'impostazione voluta dai fondatori. Cavalli rivendica inoltre l'autonomia culturale del progetto, che convive a Venezia con la Biennale d'Arte senza avere con essa legami organizzativi.

I cinque pilastri del progetto e il valore della comunità

L'attività della Michelangelo Foundation si articola attorno a cinque pilastri: Homo Faber Biennial e gli eventi, tra cui Homo Faber Capsule, mostra itinerante proposta negli anni intermedi; Homo Faber NextGen; Homo Faber Finds; Homo Faber Guide; e, soprattutto, la Homo Faber Community.

Partendo dalla domanda: chi acquista artigianato di questo livello spesso sa che cosa cerca, ma non necessariamente dove trovarlo. Homo Faber Finds è un nuovo servizio introdotto quest'anno per mettere in relazione collezionisti, professionisti e privati con gli artigiani. La Fondazione, in quanto organizzazione non profit, non svolge attività di intermediazione commerciale, ma facilita il contatto diretto. Inoltre, Homo Faber presenta esclusivamente artigiani viventi, rendendo molti degli oggetti esposti acquistabili oppure realizzabili su commissione. La Homo Faber Guide è una piattaforma digitale che raccoglie circa 5mila artigiani in oltre 50 Paesi, selezionati secondo criteri di eccellenza. Per alcuni di loro rappresenta l'unica presenza strutturata online. Per scelta, la piattaforma non ospita i grandi marchi del lusso, così da mantenere una distinzione tra la promozione dell'artigianato indipendente e le attività dei gruppi commerciali.

Homo Faber NextGen comprende due programmi: lo Young Ambassadors Programme e la Homo Faber Fellowship, con un numero di partecipanti variabile nelle diverse edizioni. L'ultima edizione ha coinvolto 90 Young Ambassadors provenienti da 30 Paesi, formati come mediatori culturali e riconoscibili durante la manifestazione dalle divise blu. La Homo Faber Fellowship affianca invece giovani apprendisti a maestri artigiani per sei mesi, integrando la formazione pratica con una masterclass dedicata agli aspetti imprenditoriali: promozione, social media, contabilità, definizione dei prezzi e branding. Il percorso prevede anche la creazione congiunta di un'opera, solitamente presentata durante la Milano Design Week.

A Venezia, gli Homo Faber Days coinvolgono gli artigiani attraverso l'apertura dei laboratori e un programma di circa venti mostre ed eventi. Gli Homo Faber Awards assegnano inoltre tre premi da 10mila euro, attraverso le votazioni del pubblico, dei giornalisti e degli Young Ambassadors. Fondamentale è il ruolo della Community, che favorisce le relazioni tra artigiani attraverso incontri, workshop regionali e occasioni di scambio professionale. La rete contribuisce anche all'individuazione di nuovi talenti direttamente nei loro territori. Alcuni artigiani lavorano infatti in luoghi remoti, lontani dai principali centri culturali e commerciali, e conducono un'attività quotidiana spesso isolata. La possibilità di incontrare colleghi e professionisti diventa dunque un'opportunità concreta di crescita e confronto.

Es Devlin e l'allestimento alla Fondazione Giorgio Cini

Dal 2024, ogni edizione di Homo Faber viene affidata a una diversa direzione artistica. Quella precedente, curata da Luca Guadagnino insieme a Nicolò Rosmarini, era dedicata al tema The Journey of Life. Nel 2026 la direzione artistica è stata affidata a Es Devlin, artista britannica nota per i suoi allestimenti monumentali e ricordata a Milano per Library of Light, presentata nel Cortile d'Onore della Pinacoteca di Brera durante la Design Week 2025. Devlin ha articolato il percorso attorno a tre concetti fondamentali: luce, materiali e lavoro manuale.

La mostra ha riunito 700 oggetti realizzati da oltre 500 artigiani provenienti da 70 Paesi. Nelle parole della direttrice artistica: «Nessuno va in biblioteca a leggere 700 libri, nessuno va in un museo a guardare 700 dipinti. Questa è per me e per tutti un'occasione unica». Il percorso cominciava con un grande laboratorio popolato da attrezzi, campioni e bozzetti. Fin dall'ingresso emergeva l'interrogativo che attraversa l'intera manifestazione: molte imprese artigiane e familiari rischiano di chiudere e, quando l'attuale generazione di maestri andrà in pensione, chi ne raccoglierà il testimone?

Nella sala successiva gli oggetti erano presentati come elementi di un linguaggio visivo. Selezionati per la loro silhouette, apparivano in controluce, quasi come geroglifici, ruotando all'interno di una struttura cilindrica. Seguiva Moon Jar, installazione realizzata nella piscina in cemento di impronta brutalista, inaugurata nel 1962 e considerata la prima piscina pubblica di Venezia. Dall'acqua emergeva lentamente una struttura incastonata in una luna piena affacciata sul mare. Nel chiostro esterno del monastero, The Great Turning presentava invece uno specchio girevole, riflesso in una vasca d'acqua, che ruotava sul proprio asse.

Gianfelice Rocca, presidente della Fondazione Giorgio Cini, ha sottolineato il valore della collaborazione: «L'Isola di San Giorgio ha pulsato per un mese grazie alla maestria di artigiani di tutto il mondo, come un laboratorio di conoscenze, bellezza e diplomazia culturale». Dopo quattro edizioni, ha aggiunto, il rapporto tra la Fondazione Giorgio Cini, la Michelangelo Foundation e la Fondazione Cologni si è consolidato in un sodalizio destinato a sviluppare nuovi progetti. La manifestazione si è estesa anche oltre l'Isola di San Giorgio, con iniziative diffuse in città, da Casa Sanlorenzo agli studi artigiani aperti al pubblico, segnalati attraverso la guida e l'applicazione digitale.

La selezione degli artigiani e una rete internazionale

Ogni artigiano presentato da Homo Faber viene selezionato secondo undici criteri di eccellenza, individuati attraverso uno studio condotto da Alberto Cavalli insieme alle ricercatrici Giuditta Comerci e Giovanna Marchello, dopo un summit organizzato a Parigi nel 2017: autenticità, competenza, artigianalità, creatività, innovazione, interpretazione, originalità, talento, tradizione, formazione e territorio.

Quest'ultimo criterio riveste particolare importanza perché collega l'oggetto al suo autore e all'ambiente geografico e sociale che ne determina le caratteristiche. L'artigiano trasforma risorse naturali e culturali locali in manufatti che riflettono il gusto, lo stile e l'identità di un luogo. L'individuazione dei partecipanti avviene attraverso il lavoro di una squadra interna di ricerca e una open call, anche per evitare di riproporre gli stessi nomi nelle diverse edizioni. Le candidature vengono poi valutate dalla direzione e dalla direttrice artistica. Homo Faber, inoltre, non percepisce percentuali sui prezzi di vendita stabiliti dagli artigiani o dalle loro gallerie di riferimento.

L'impatto di Homo Faber, infine, si misura anche attraverso le singole storie professionali. Un esempio è quello del giovane ombrellaio milanese Francesco Maglia, appartenente a una delle pochissime realtà italiane che producono ancora ombrelli interamente a mano. Per trasferire il proprio sapere a un apprendista destinato a occuparsi del taglio dei materiali sono necessari cinque anni di formazione. Significa sostenere due stipendi per un periodo prolungato, un investimento che la Fondazione contribuisce a rendere possibile.

Il futuro del sapere artigiano

Ciò che i visitatori dovrebbero portare con sé è soprattutto un cambiamento di prospettiva: comprendere le origini degli oggetti, le condizioni in cui sono stati realizzati e il valore del lavoro necessario a produrli. In questa direzione Homo Faber cerca di mettere al centro gli artigiani, lasciando spazio alle loro storie e alla possibilità di incontrarli direttamente.

Forse i successori degli attuali maestri non saranno semplici continuatori, ma figure capaci di reinterpretare tecniche e linguaggi attraverso competenze nuove. La domanda iniziale, allora, cambia: non soltanto chi sostituirà i maestri, ma che cosa siamo disposti a trasmettere e a quali condizioni. Il valore di Homo Faber sta anche nel porre una questione concreta: chi, domani, avrà il tempo, le risorse e le opportunità per imparare il lavoro manuale? E chi sarà disposto a investire nella trasmissione di un sapere che richiede anni per essere acquisito e che, una volta perduto, difficilmente può essere ricostruito?

Il successo di una biennale che investe sul futuro dell'artigianato

Matilde Crucitti, 20 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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