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Luigi Di Felice
Leggi i suoi articoliChe si tratti di biografia d'artista, di film installazione, di documentario d’erudizione, di esperimento transmediale, la forma film intercetta spesso il mondo dell'arte propriamente detto in un tentativo di amalgama ancora non del tutto realizzato. Ecco un memorandum di alcuni titoli distribuiti nel 2025, attraverso dieci parole chiave: Composizione, Entusiasmo, Architettura, Aura, Saturno, Medium, Mercato, Collezione, Spazio, Tempo.
Composizione: La trama fenicia, Wes Anderson – Stati Uniti.
Qualche tempo fa era possibile immaginare che in pochi si sarebbero accorti della sostanziale identità di meccanismo tra il cinema composizionista di Peter Greenaway e quello massimamente simmetrico di Wes Anderson. L'andazzo di quest'ultimo, ravvisabile già dai tempi di Steve Zissou (2004), è stato tuttavia quello di abbandonare quasi completamente i lidi della narrazione per affidarsi a un racconto grafico e semiotico in cui, appunto, fosse il segno a raccontare la trama. Proprio al vertice di questo camminamento, manco a farlo apposta suggellato nel titolo italiano, si pone l'ultima fatica di Anderson: La trama fenicia, una miscela di composizioni che offre allo spettatore uno spaesante racconto di spionaggio postmoderno incuneato tra gli ambienti dell'immaginaria Ca' d'argento (casa museo veneziana del protagonista che cela i capolavori di Renoir, Magritte, …) e le infiorescenze geroglifiche camp degli ambienti più esotici. Il tutto, rigorosamente ordinato nel tradizionale inquadramento andersoniano che, oltre a premiare la vocazione slapstick per la risata secca, affila al massimo il punto di contatto con Peter Greenaway, in una comunanza sancita dall'identità tra le critiche di estetismo e composizionismo mosse a entrambi.
Entusiasmo: Duse, Pietro Marcello – Italia.
All'alba del pensiero occidentale, Platone e Aristotele si contendevano un cavillo sulla natura dell'arte. Imperfetta e sensibile nel primo, poietica e migliorativa nel secondo. In seno a questo accostamento, che avrebbe caratterizzato tutto il pensiero occidentale fino al Rinascimento, emergeva, più o meno costantemente, il concetto platonico di entusiasmo, inizialmente sfruttato dal filosofo ateniese per indicare il contatto medianico tra l'iperuranio e il mondo materiale. Successivamente, con l'ampiamento del concetto di arte al mondo della techné figurativa, questo entusiasmo fu trasferito anche ai pittori e agli scultori. In origine, però, investiva solo la poesia, la tragedia e la musica. In una parola, il teatro. Eleonora Duse, qui soggetto di un rarefatto dramma biografico firmato da Pietro Marcello, vive proprio quel ruolo sciamanico che dicevamo poc'anzi. Il film, a dirla tutta, è uno dei meno apprezzati del pur celebratissimo regista casertano. Tuttavia ne possiede i tratti migliori, quelli dell'estrema libertà narrativa e del rigore visivo tipico di un cinema alla celluloide ormai estinto – ma qui ribadito dalla perfetta mimesis (giusto per rimanere in tema), tra filmati d'epoca e direzione della fotografia. Il tutto è scandito dal dècor dei palazzi di Venezia e dall'idea di un teatro assoluto, suggerito dai modelli di Mariano Fortuny per sogni architettonici e costumi memorabili.
Architettura: Le città di pianura, Francesco Sossai – Italia.
Il film indipendente italiano dell'anno somiglia a uno sguardo dal treno sull'architettura delle nostre periferie (con “città di pianura” ci si riferisce anche a quello). Tra le anonime lottizzazioni di villette costruite dal dopoguerra in poi, in riva ai grandi parcheggi di qualche centro commerciale, oltre le cinte alberate delle vecchie ville signorili inglobate dal funzionalismo piccolo-borghese e dalle autostrade, c'è un giovane architetto sognante che, in un viaggio dello spirito (anche alcolico) incontra due picari che gli mostreranno la via della vita. Lui, per ricompensa, mostrerà loro il Memoriale Brion, somma concretizzazione dell'ideale modernista di pace, ma anche corpo estraneo in una provincia disinteressata a tutto ciò che sia troppo distante. Il film di Sossai è una splendida metafora del rapporto tra noi e i nostri spazi e, sempre in sordina, traccia una quota sulla nostra storia minuta che, oltre a quella già detta del Brion e di Villa Roberti (con gli affreschi della scuola del Veronese), trova metafora perfetta nella sconfitta di uno dei personaggi che perde ciò che cerca proprio a causa di una lottizzazione nel territorio, sotto le fondamenta di una villetta qualsiasi. Vedere per capire.
Aura: Opus – Venera la tua stella, Mark Anthony Green – Stati Uniti.
Questo nuovo prodotto della A24 è una sonora sciocchezza («l primo passo falso della casa di produzione», è stato detto), ma il motivo che ha condotto molti spettatori alla sala (o piuttosto al tasto play) è in qualche modo riferibile al concetto di “aura”. E questo si manifesta sia nel ruolo che Alfred Moretti (John Malkovich) ha sul suo pubblico (è una specie di Elton John che si crede il reverendo Jim Jones) sia nell'interesse che in noi si accende alla sola vista di un fotogramma dell'iconico attore americano. Walter Benjamin parla di “aura” nell’individuare il discrimine tra l'atto originario di creazione autentica e la sua riproduzione. Allo stesso modo il film, in un saliscendi di situazioni improbabili mutuate dall'horror segregativo più frusto, innesca il cortocircuito tra l'autenticità del rito pagano messo in scena dal protagonista popstar/sacerdote e la relativa vendita di milioni di dischi riprodotti. Tutto questo mentre noi, spettatori/pubblico, ci fidiamo del volto di un interprete/icona per il solo fatto di saperlo Essere John Malkovich (citando un celebre film del 2001).
Saturno: The Mastermind, Kelly Reichardt – Stati Uniti.
Un celebre saggio di Rudolf e Margot Wittkower si intitola Nati sotto Saturno e delinea, indagando alcuni lidi già battuti anche da altri studiosi, l'evoluzione della percezione sociale della figura dell'artista, la sua assimilazione, da disadattato operaio eccentrico (o anche vero e proprio criminale) a moderno creativo intellettuale. Quasi cinquant’anni dopo, Massimiliano Parente ha scherzato sul tema nel celebre romanzo Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler (2014) ma, a essere sinceri, nemmeno nel percorso dei Wittkower gli esiti sono tanto univoci. La disamina dei coniugi, infatti, risulta più che altro una ricognizione tra le possibilità concesse, di volta in volta, alle eccentricità dei temperamenti saturnini, figli, cioè, non più del fuoco di Mercurio (come si riteneva in età classica), ma del dio della saggezza malinconica. Questa riflessione psico-estetica si può adattare alla vicenda del film in questione: un giovane artista mancato si reinventa ladro di opere d'arte. In un andamento lento, questo anti-dramma sospeso ha il merito di ricostruire con esattezza l'alba crepuscolare di cui sono pervasi certi film settantini nella Nuova Hollywood – da Five easy pieces a The scarecrow – in più innestandovi un’efficace riflessione sul ruolo dell'arte nella vita degli esseri umani.
Medium: Grand Theft Hamlet, Sam Crane e Piny Grylls – Gran Bretagna.
L'arte multimediale ha rappresentato negli ultimi cinquant'anni una costante riflessione sull'utilizzo dei dispositivi da parte dell'artista. Non solo Bill Viola o lo Studio Azzurro (per dirne appena due), ma anche l'uso delle tavolette grafiche nelle accademie di belle arti o il compromesso con l'autopromozione sui social network. È un ambito vastissimo e impossibile da affrontare in poche righe. Tuttavia, in uscita quest'anno sulle piattaforme italiane, questo esperimento britannico realizzato durante il lockdown sembra riuscire a riassumere in poco più di novanta minuti tutte le tematiche salienti. Una su tutte, la distanza tra il mondo virtuale dei cosiddetti nerd e quello aulico degli artisti performativi (che si incontrano in un inaudito gameplay sul videogioco on-line Grand Theft Auto per un raduno che fa pensare al Riccardo III di Al Pacino ibridato con la trivialità di un TikTok in stile Vocali Volanti). L'apporto montaggistico di Grylls aggiusta la cadenza narrativa verso un racconto ascrivibile a un nuovo sottogenere – il film da pandemia, ne sono usciti a centinaia in ambito indipendente, soprattutto cortometraggi – che ha il merito di coinvolgere, documentare, commuovere e, soprattutto, stupire chi non credeva che dall'idea più sciocca potesse nascere un prodotto in grado di vincere dei premi rilevanti (British Independent Film Awards, eccetera). Sulla durevolezza dell'opera, parafrasando Shakespeare: «L'estate appassisce, il tempo distrugge, ma il video potrà fermare ciò che fugge?». Vedremo.
Mercato: Il quadro rubato, Pascal Bonitzer – Francia.
Quest'opera morale non fa rimpiangere quelle di Kieslowski e restituisce con semplicità ammirevole un fatto veramente accaduto: il ritrovamento dei Girasoli di Egon Schiele, dipinto creduto perduto nell’affare nazista dell'arte degenerata. La vicenda racchiude il meglio del cinema francese: dialoghi brillanti, determinazione compositiva, scenografie parigine e lucidità narrativa, tutto coordinato in una perfetta metafora dell'intero ingranaggio del mercato dell'arte, le sue contraddizioni e il suo confine etico contenuto nelle opere stesse. Una favola realistica, dunque, che mette in scena tutti i caratteri della comédie humaine – dall'operaio inconsapevole di avere un tesoro in casa allo speculatore aristocratico più bieco – per mostrare come gli equilibri del cosmo talvolta lascino che la primeva fede possa riemergere, integra e assoluta, anche sotto gli orpelli delle grandi case d'affari. Ammirevoli le svolte recitative dei due villain buoni: Alex Lutz e Louise Chevillotte, per un prodotto dallo spiccato scopo didattico che sceglie anche la lacrima, ma con stile e parsimonia.
Collezione: Blue Moon, Richard Linklater – Stati Uniti/Irlanda.
Il cinema americano si è spesso brillantemente espresso nell'atto unico, affidando alla narrazione parlata e alla suggestione del “fuori” le due polarità d'innesco evocativo. In ogni genere, dal dramma al thriller. Qui Ethan Hawke dà fondo a tutte le sue inaspettate qualità interpretative per incarnare Lorenz Hart, storico paroliere americano (autore, appunto, di Blue Moon) che, a margine della prima di Oklahoma!, musical di grande successo ad opera del suo ex sodale Richard Rodgers, si ritrova a misurare l'avanzare della sua vita tra amori platonici, soverchianti difetti fisici, alcolismo, estetismo e rivalità con il suo ex socio. Il dramma è tinto di nostalgia e ha l'andamento di un elenco di aneddoti, versi, motivetti e riferimenti a quel fuori – in cui ci siamo anche noi. A questa collezione se ne collega un'altra, quella vera e apertamente artistica: i ritratti di Alex Gard, esposti nel celebre caffè Sardi's di New York, pezzi che l'artista russo realizza su commissione per immortalare le celebrità che frequentavano il locale e che fanno da sfondo a questa rete di parole e saluti, tra volti celebri e lacrime nella pioggia. Un racconto tenero e insopportabile come la logorrea del protagonista che si esaurisce mentre la camera fa una panoramica sulla cornice del suo ritratto, ancora esposto nel bar.
Spazio: Here, Robert Zemeckis – Stati Uniti
Non potendo ancora parlare dell'esperimento buzzatiano di Villoresi (Orfeo) poiché incluso nel catalogo di uscite del 2026, ripieghiamo su Here, che ha aperto quello del 2025. L’adattamento dell'opera di Richard McGuire racconta stralci di vita varia che si succedono nella stessa unità di luogo (una casa nel New Jersey) dal cretaceo ai giorni nostri. L'impianto filmico qui cerca di replicare la spartizione della pagina in maniera consapevolmente imitativa – lo stesso esperimento di Sin City, ma su soggetto differente. L'originale a fumetti, se così si può definire, è stato per lungo tempo un oggetto in costruzione, modulato a partire dalla giustapposizione consecutiva di porzioni di disegno, dal 1989 al 2014, come tante finestre aperte sul tempo. Quest'operazione si porrà progressivamente a metà strada tra graphic novel e libro d'illustrazione, in un volume poi confezionato come fosse un catalogo d'architettura d'interni. All'epoca della sua uscita l'opera destò meraviglia e, a buon diritto, venne considerata rivoluzionaria nel suo genere. Ben lungi dall'essere rivoluzionario è, invece, il film di Zemeckis che, dovendo fare i conti con la macchina cinematica, apre a una spazialità maggiore, ma perde la sintesi propria dell'originale, indulgendo in una narrazione melodrammatica di stampo marcatamente hollywoodiano.
Tempo: I colori del tempo, Cédric Klapish – Francia.
Inevitabilmente connessa alla precedente, e forse interscambiabile, l'ultima parola chiave rivela uno dei fattori che condussero, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, al tracollo dell'ideale positivista e, con esso, dell'impossibilità di concepire l'incedere della storia come qualcosa di meramente progressivo. Relatività, vitalismo, circolarità, eterno ritorno, meccanica quantistica, psicanalisi; tutto questo inizia mentre Claude Monet dipinge Impression, soleil levant (1872), opera che dà vita al modello impressionista, appunto orientato all'intercettazione del Tempo stesso. Il film si apre sui suoi quadri panoramici dell'Orangerie, seguendo gli sguardi di un pubblico contemporaneo indeciso tra contemplazione delle belle arti e interazione sui social, in una riflessione sull'idea di sguardo e musealità. Nel racconto, un gruppo eterogeneo di eredi è alle prese con una vecchia casa di Le Havre che rappresenta una sorta di galleria spontanea in cui gli oggetti degli abitanti forniranno ai nuovi visitatori motivo di indagine, lo stesso che dovrebbe animare gli occhi all'interno di un qualsiasi spazio espositivo. In questo viaggio a ritroso nel tempo, attraverso questa accumulazione di scatti, tele e stracci, verrà a galla una favolistica biografia femminista in grado di rievocare – alla maniera di Midnight in Paris – un passato glorioso i cui protagonisti spunteranno tra flashback conditi di umorismo e incomprensibili détour allucinogeni. Il film si risolve in una deliziosa commedia romantica che immagina la cantante Pomme innamorata della reincarnazione di Monet, proprio davanti alle Ninfee. Circolarità.
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Forme, geometrie, confini indeterminati, in un film che è un edificio a più piani, tutti da illuminare con una torcia elettrica
