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Luca Emilio Brancati
Leggi i suoi articoliIl restauro italiano cresce, ma invecchia. Lo attestano i dati presentati il 20 ottobre a Roma, nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura, ai secondi Stati Generali dei Restauratori, dedicati a formazione e impresa. Quattro anni dopo l’esordio al Lingotto di Torino, CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) ha presentato una nuova indagine e sei proposte a Governo e Parlamento. Il Rapporto 2026 del Centro Studi CNA, pubblicato da CoRes e liberamente disponibile sui rispettivi siti online, descrive un settore piccolo ma in crescita. Gli elenchi ministeriali contano 8.634 restauratori e 10.948 tecnici; le imprese specializzate nel restauro e nella conservazione delle opere d’arte sono 3.861, con oltre 10mila addetti (2,6 per impresa). Quasi otto su dieci sono artigiane e altrettante ditte individuali; il 63,7% è a guida femminile. Dal 2000 al 2024 sono cresciute dell’85,8%, resistendo alle crisi meglio dell’artigianato.
Nel 2023, grazie al Pnrr, il valore dei bandi per il restauro degli edifici pubblici ha sfiorato il miliardo di euro. Questa stagione di investimenti ha tuttavia accentuato una distorsione del mercato: troppo spesso le lavorazioni specialistiche di restauro vengono accorpate a grandi appalti edili anziché essere affidate separatamente alle imprese qualificate. Queste ultime finiscono così per operare in posizione subordinata, con una progressiva riduzione della propria autonomia operativa e della redditività.
Il nodo è il ricambio. Il 61% dei titolari ha più di cinquant’anni, appena il 13,6% meno di quaranta. Secondo AlmaLaurea, fra il 2015 e il 2025 i laureati in Conservazione e Restauro sono 723, circa 65 l’anno; esclusi quelli delle Accademie, il cui dato non è disponibile. A mia conoscenza, quello del restauratore è l’unico mestiere artigiano per cui ai giovani serve una laurea magistrale per l’elenco ministeriale. Un percorso d’eccellenza, con oltre il 90% di occupati entro cinque anni, ma numeri troppo esigui per assicurare la continuità del settore.
Per la prima volta CNA ha interrogato le imprese sulla formazione. Tra le rispondenti, quasi tutte microimprese, il 40% opera da oltre trent’anni; quasi nove su dieci hanno lavorato nell’ultimo quinquennio con giovani di recente formazione. Due terzi giudicano positivamente la preparazione accademica; una su cinque la ritiene insufficiente per pratica, materiali ed esperienza di cantiere. Per un terzo servono oltre due anni per l’autonomia. Le richieste: più cantieri reali (73,1%), restauratori esperti come docenti (51,9%) e apprendistato post-titolo. Il 79% chiede una qualifica per gli artigiani oggi non riconosciuti: falegnami, stuccatori, doratori e fabbri. A vent’anni dal Codice dei Beni Culturali solo un terzo lo giudica positivamente: le professioni hanno ottenuto dignità, ma resta la distanza tra formazione e lavoro.
È anche a partire da queste criticità che, nel mio intervento agli Stati Generali, ho presentato le sei proposte programmatiche di CNA Restauratori. Riconoscere il lavoro gravoso: sullo stesso ponteggio l’operaio edile svolge un’attività riconosciuta come gravosa, il restauratore no, con attenzione alla permanenza femminile nel mestiere. Negli appalti, ripristinare nel D.Lgs. 36/2023 l’affidamento separato delle lavorazioni sui beni culturali, già previsto dall’articolo 148 del vecchio Codice: gare accessibili alle microimprese, prezzari specifici, qualità conservativa premiata e progettazione specialistica riservata ai restauratori abilitati. Sul fisco: credito d’imposta strutturale per la manutenzione programmata, Iva al 4% per gli interventi eseguiti da operatori qualificati, rifinanziamento del Fondo per il restauro, detrazione Irpef del 19% da tutelare e Art Bonus esteso a Terzo Settore ed enti ecclesiastici.
Poi ricambio generazionale e collaborazione tra imprese, anche cooperativa, tutelata dall’articolo 45 della Costituzione, nella annunciata revisione della Legge Quadro dell’Artigianato del 1985. Ancora: completare le qualificazioni con l’articolo 182-bis del Codice, introdotto dalla Legge 182/2025, e le attese prove di idoneità dei tecnici che vogliono qualificarsi come restauratori. Infine, rendere biennali gli Stati Generali per un dialogo stabile con le istituzioni.
Nella sala affollata si sono confrontati anche gli attori della formazione. La sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha annunciato il lavoro del Ministero per estendere i bonus alle dimore storiche e al patrimonio privato aperto al pubblico: possedere un bene culturale non significa avere risorse per conservarlo. Ha richiamato anche la qualificazione dei tecnici del restauro, per cui ha confermato l’iter in corso, e giudicato insostituibili i restauratori, indicando come prioritaria la formazione in un mestiere che s’impara con le mani.
Giovanna Cassese (ANVUR), in sintonia con le imprese, ha indicato un momento di svolta dopo anni di perdita di reputazione del settore: occorre ridefinire l’artigiano, rafforzare il dialogo MiC-MUR e permettere ai restauratori il riconoscimento di nuovi settori di competenza, oggi impossibile. Luigi Oliva, direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, ha denunciato l’omologazione imprenditoriale e la desertificazione artigiana: il restauro è un «asset diplomatico» e occorre dare visibilità ai nomi dei restauratori. Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, ha legato il calo maschile alla perdita di prestigio: servono strategia di lungo periodo, strumenti condivisi e appalti separati dall’edilizia.
Claudio Calabrò, direttore del Centro Europeo del Restauro, ha illustrato il percorso formativo dei tecnici del restauro, sottolineando come il 90% trovi occupazione subito dopo la qualifica. Michela Cardinali, neosegretaria generale del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, ed Eliana Billi, docente della Sapienza, hanno richiamato la necessità di un dialogo strutturale tra formazione e impresa, capace di accompagnare l’evoluzione delle competenze e rafforzare la consapevolezza professionale dei restauratori. Cardinali ha inoltre ricordato le numerose iniziative già realizzate in collaborazione con CNA per favorire la trasmissione dei saperi e lo scambio di competenze tra mondo accademico e imprese. Il generale Antonio Petti, comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, ha confermato la collaborazione con CNA per sensibilizzare gli operatori sui rischi connessi agli interventi su beni di provenienza illecita, ribadendo come la salvaguardia del patrimonio culturale debba essere una responsabilità condivisa tra istituzioni, mondo della formazione e sistema produttivo e artigianale. A chiudere i lavori, il presidente nazionale CNA Dario Costantini, che ha ricordato come alle piccole imprese artigiane non servano riconoscimenti formali, ma rispetto, pagamenti puntuali e politiche concrete. Una conclusione che riporta al cuore delle questioni emerse dagli Stati Generali: riconoscere, valorizzare e sostenere chi, con il proprio lavoro, garantisce ogni giorno la conservazione del patrimonio culturale del Paese.
Luca Emilio Brancati è presidente nazionale CNA Restauratori
Luca Emilio Brancati
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