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Valentina Casacchia
Leggi i suoi articoli«Il Giornale dell’Arte» inaugura un nuovo format dedicato alle collezioni, osservate non solo dal punto di vista di chi le ha costruite, ma attraverso i pezzi che le animano. Opere e manufatti saranno letti come presenze autonome, capaci di cambiare senso nel tempo. Lo sguardo includerà realtà italiane e internazionali, alternando prospettive storiche e narrative per comprendere le logiche, affettive, estetiche e intuitive che ne hanno guidato la composizione. In questo paesaggio rientrano anche le figure che con le raccolte lavorano ogni giorno, dai collection manager ai curatori, insieme a esempi più appartati che, lontano dai riflettori, custodiscono parti essenziali della nostra storia visiva. L’obiettivo è restituire la personalità di questi mondi, luoghi in cui il pensiero si innamora, si persuade, si deposita, talvolta si contraddice.
A Bruxelles, gennaio coincide con l’apertura del BRAFA, la fiera d’arte più antica d’Europa, in corso dal 25 gennaio all’1 febbraio. Nei suoi padiglioni convivono arte antica, memorie coloniali, fasti imperiali e ricerche contemporanee, in un clima di collezionismo discreto e competente, distante dalla frenesia delle settimane dell’arte. In questi giorni la città si apre un po’ di più al pubblico internazionale che gravita attorno alla fiera e, per chi vuole capire che cosa significhi collezionare, sabato 24 gennaio, è stato possibile entrare nella Vanhaerents Art Collection, tra le realtà più autorevoli d’Europa e di rado visitabile.
La collezione belga nasce dall’iniziativa di Walter Vanhaerents, imprenditore del settore edilizio, che dagli anni Settanta riunisce un vasto nucleo di opere d’arte internazionale a partire dai Sessanta fino ad oggi. La prima acquisizione, a 22 anni, fu «The Arrival» di Jacques Lipchitz (1891-1973), uno dei grandi scultori del Novecento e una figura chiave del Cubismo a tre dimensioni, amico di Picasso, Juan Gris, Léger. Dopo circa cinque anni concentrati sull’arte locale, Vanhaerents scambiò l’intero «tesoretto» iniziale con il calco della sua prima scultura realizzata dopo l’arrivo negli Stati Uniti, dove l’artista di origine lituana si era rifugiato durante la guerra (non a caso il titolo è «The Arrival»). Per Walter quel momento coincise con l’ingresso in un nuovo orizzonte e con l’avvio di un percorso all’insegna della scoperta. In quell’opera riconobbe il criterio destinato a sorreggere le scelte successive: un lavoro deve colpire senza mediazioni, suscitando pensiero ed emozione. A seguire, negli anni Ottanta, la frequentazione di musei progettati da Hans Hollein (1934-2014), punta del Postmodernismo viennese, e da James Stirling (1926-92), pioniere di quello britannico, rafforzò il suo interesse per la relazione tra opere e contesto. Ne maturò la convinzione che l’arte viva davvero solo quando l’architettura ne amplifica il movimento.
Amoako Boafo, «Dinner for two», 2021. Courtesy of the Vanhaerents Art Collection
Attualmente il progetto collezionistico è condiviso con i figli Joost ed Els e ha sede nel quartiere Dansaert, vivace area della capitale, trasformata nel tempo da zona manifatturiera e popolare in un tessuto di atelier, studi, ristoranti e gallerie. La collezione abita in un ex magazzino del 1926, mantenuto nella sua nuda struttura, con superfici grezze, cemento a vista e volumi industriali intercalati dai neon di Jenny Holzer (Gallipolis, Ohio, 1950) e da interventi di Jeff Koons (York, Pennsylvania, 1955). Molto prima che questa maniera diventasse una prassi diffusa, la famiglia aveva già scelto il modello del viewing depot, dove conservazione, ricerca e accessibilità coesistono. Entrare in questi spazi significa confrontarsi con ciò che solitamente resta invisibile, come gli allestimenti, i cicli di rotazione, perfino gli interventi di ordinaria manutenzione.
La stessa attitudine ha scandito il programma espositivo, di cui momenti significativi sono stati «Disorder in the House», «Sympathy for the Devil» e «Man in the Mirror», mostre che hanno messo in relazione Matthew Barney (San Francisco, 1967), Takashi Murakami (Tokyo, 1962), Yoshitomo Nara (Hirosaki, 1959), James Lee Byars (1932 -1997) e Barbara Kruger (Newark, 1945); e ancora «Au bout de mes rêves» ha proseguito su questa linea con Derrick Adams (Baltimora, 1970), Ali Banisadr (Teheran, 1976), Chiho Aoshima (Tokyo, 1974), Titus Kaphar (Kalamazoo, Michigan, 1976) e Sterling Ruby (Bitburg, 1972), impegnati su questioni sociali, identitarie ed ecologiche. Non manca il confronto con la scala monumentale, da «The Hunter» (2007) di David Altmejd (Montréal, 1974) a «Untitled (Jack)» (2002) di Paul McCarthy (Salt Lake City, 1945) e «Four Part Large Animals» (1989) di Bruce Nauman (Fort Wayne, 1941), accanto a lavori di Cindy Sherman (Glen Ridge, 1954) e Ugo Rondinone (Brunnen, 1964). Tale varietà di linguaggi non risponde a un intento enciclopedico, ma alla convinzione che l’esperienza debba precedere l’oggetto. Le acquisizioni sono governate direttamente da Vanhaerents e dai figli. Sono loro a sondare biennali, vagliare la selezione e comprare, in prevalenza tramite gallerie blue chip, in fiere internazionali o durante visite mirate. La gestione quotidiana del patrimonio è invece affidata ad Arthur Bruems, collection manager con formazione giuridica e sei anni di esperienza nel settore. Coordina ingressi, programmi espositivi e relazioni con istituzioni, artisti, aziende e stampa, contribuendo ad ampliare l’apertura del luogo e a definirne la dimensione pubblica, tra cura operativa e responsabilità culturale. A lui si deve «Viewing Depot EXH#03», con «Elen ou Hubris» (2020) di Elen Braga, l’imponente arazzo già apparso per poche ore nel 2020 sull’Arco di Trionfo di Bruxelles e oggi visibile fino a marzo. Tra i lavori recenti che chiariscono meglio l’identità della raccolta c’è «Dinner for Two» (2021) di Amoako Boafo (Accra, 1984), pittore ghanese residente a Vienna e rappresentato da Gagosian. Il grande ritratto, dipinto di prima, con le dita su fondi cromatici saturi, offre un’immagine frontale e immediata, sottratta a ogni forma di stereotipo. L’acquisto conferma il fascino per le voci emergenti e per un dialogo aperto tra generazioni e media eterogenei, tendenza che negli ultimi anni ha portato il collezionista e i figli a restare connessi con crescente dedizione alle storie africane e afroamericane, tra le forze più incisive nella riconfigurazione degli immaginari contemporanei.
La raccolta riflette la vitalità delle pratiche attuali senza chiudersi in un genere, includendo pittura, scultura, installazione, fotografia e video, e mette in relazione voci affermate e artisti all’inizio del loro percorso. Una scelta in linea con la posizione di Walter Vanhaerents, che ama ricordare come «collezionare non sia investire». È questo principio, semplice e radicale, a dare coerenza all’insieme. Guardando avanti, la Vanhaerents Art Collection continuerà a osservare da vicino la scena contemporanea e a esplorare nuove modalità di display, sia nello storico edificio di Dansaert sia attraverso progetti off-site selezionati. La missione resta immutata ed è quella di favorire incontri autentici tra arte e pubblico e preservare la raccolta aperta, capace di reagire alle idee, alle forme e ai futuri che sostengono, o disturbano, la cultura di oggi.
Jason Rhoades, «My Madinah. In pursuit of my ermitage…», 2004. Courtesy of the Vanhaerents Art Collection
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