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Gelitin, «All for All», 2025. La mostra sarà visitabile alla galleria Perrotin di New York dal 5 marzo all’11 aprile

Courtesy dell’artista

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Gelitin, «All for All», 2025. La mostra sarà visitabile alla galleria Perrotin di New York dal 5 marzo all’11 aprile

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Densità e comunità: ciò che serve per le gallerie newyorkesi di Tribeca e del Lower East Side

I protagonisti raccontano il cuore delle mostre e del mercato cittadino, alternativo agli storici Upper East Side e Chelsea

Vittorio Calabrese

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New York ha una tendenza quasi ossessiva a nominare e rinominare aree della città. Nel mondo delle gallerie, questa attenzione alla scala conta: oggi, «Downtown» è un ecosistema di microdistretti che si distinguono per densità e ritmo. Così si creano itinerari spontanei: spostarsi tra gallerie e visitare mostre è ormai la norma. Negli ultimi anni, Tribeca e Lower East Side sono diventate alternative agli storici assi dell’arte come l’Upper East Side e Chelsea. 

Stefania Bortolami (gallerista, Bortolami Gallery, 39 Walker St, Tribeca), tra le prime a investire qui, insiste su un punto: per diventare «un posto dove andare a vedere arte» serve «una densità di gallerie simili». A Tribeca, la densità si è realizzata grazie alla presenza di spazi disponibili e adatti lungo assi precisi. Bortolami ricorda il periodo in cui c’erano «spazi liberi» sull’asse Broadway-Walker Street, una congiuntura che ha reso possibile aprire con formati adatti alle mostre che aveva in mente. Insieme alla densità, emerge un secondo ingrediente necessario: una cultura di collaborazione tra gallerie, fatta di collegialità, condivisione e presentazioni reciproche, che trasforma un indirizzo in una comunità reale. È un modello potente, ma vulnerabile: se cambieranno i costi e la disponibilità degli spazi, anche l’ecosistema potrebbe cambiare. L’arrivo di Marian Goodman Gallery (385 Broadway, Tribeca) conferma questa lettura. I partner raccontano una decisione nata per servire il lavoro degli artisti e sostenere il programma nella sua complessità. Qui la destinazione è la somma di prossimità, accessibilità e contesto, ma anche la possibilità di inserirsi in un tratto di città dove la vicinanza tra le gallerie costruisce dialogo e dove parte del pubblico vive e lavora. 

La traiettoria di James Cohan (James Cohan Gallery, 48-52 Walker St, Tribeca) mostra la geografia come decisione programmatica. Apre a New York nel 1999 e attraversa diverse fasi della città, da Uptown a Chelsea fino a Tribeca. Ma la motivazione che rivendica non è la vetrina: «La ragione essenziale di ogni sede è essere attraente prima di tutto per gli artisti, perché si annoiano degli spazi troppo prevedibili». Il punto di vista di Paola Saracino Fendi (Senior Advisor, Schwarzman & Associates, società di art advisory fondata da Alan Schwarzman) aiuta a leggere questi percorsi dal lato del mercato e mette a fuoco un aspetto pratico: la geografia conta. «Mi sembra che oggi i collezionisti cerchino davvero la qualità più che la quantità, osserva, e la corsa ad acquistare subito un’opera magari vista solo in remoto, in certi casi, è finita». In questa fase, aggiunge, «si tratta più che altro di fare scelte intelligenti e informate». Torna quindi centrale la visita: rivedere, confrontare, costruire il contesto. È anche per questo che Tribeca funziona: «La cosa bella di Tribeca è che le gallerie sono tutte concentrate su poche strade» e, aggiunge, «è facile visitare una gamma davvero ampia di mostre». Quando le gallerie sono vicine, la città rende più naturale tornare, ripassare e trasformare la visita in una pratica continuativa: è lì che si costruiscono contesto e relazioni, non in un appuntamento isolato.

Se Tribeca parla di densità e destinazione, il Lower East Side mette in primo piano la continuità di un pubblico eterogeneo e una programmazione che dialoga costantemente con il quartiere. Ylinka Barotto (Director & Museum Relations, Perrotin New York) descrive Perrotin (130 Orchard St, Lower East Side) come uno spazio «malleabile», determinante per il ritmo del lavoro quotidiano: «L’edificio offre 2.300 metri quadrati di spazi espositivi, divisi su tre piani, ognuno con caratteristiche proprie e ben distinte. È uno spazio malleabile che dà sia libertà agli artisti di intervenire in modi diversi in ogni mostra, sia la possibilità di offrire al nostro pubblico un programma sempre nuovo e dinamico. Lavoriamo con oltre 70 artisti, organizziamo dalle tre alle cinque mostre che cambiano ogni cinque settimane. Lo spazio è quindi necessariamente una componente fondamentale nella nostra programmazione». Ma il vero fulcro, continua Barotto, è la comunità: «Una comunità sia globale che locale», in un quartiere che definisce «un microcosmo dove si può scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo». Il pubblico varia (dai collezionisti alle nuove generazioni, dagli studenti ai semplici passanti) e per questo la galleria lavora sull’accessibilità, cercando di «non creare barriere» e di rendere la fruizione «il meno intimidatoria possibile». Non è solo questione di linguaggio, ma di pratiche: conversazioni, interventi e attività interdisciplinari spesso accompagnano le mostre e offrono più chiavi di accesso. L’equilibrio tra brand globale e radicamento locale si riflette in un’immagine emblematica: se da un lato Perrotin è conosciuta in tutto il mondo, dall’altro, per molti nel quartiere, resta «la galleria accanto». Un punto di vista utile proviene dalle zone in cui la frizione tra costo e accesso si sente più forte. 

Talal Abillama, fondatore di Gratin Gallery (98 Grand St), descrive il Lower East Side come un contesto con energia meno patinata, ma che richiede più lavoro per costruire il pubblico: «Collezionisti che vivono a New York spesso non fanno il viaggio». Da qui nasce un modello diverso: meno affidamento sul flusso spontaneo, più cura e ricerca. In questo scenario contano due leve: collaborazione tra gallerie (condivisione di risorse, logistica, perfino imballaggi e spedizioni) e un approccio «artist first», perché in un mercato in cui «un errore può voler dire chiudere», la qualità del lavoro resta la vera misura. Letta così, la mappa downtown è un ecosistema costruito su densità, programmazione ed equilibrio tra il mercato immobiliare e la vita culturale. A New York la geografia si misura in «blocks» e nel tempo: tra Broadway e Walker Street la prossimità si fa destinazione, su Orchard Street l’attraversamento quotidiano. In entrambi i casi, è la città stessa a trasformare ogni percorso in un’esperienza dove arte e movimento si confondono e si rinnovano a ogni passo.

Vittorio Calabrese, 24 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Densità e comunità: ciò che serve per le gallerie newyorkesi di Tribeca e del Lower East Side | Vittorio Calabrese

Densità e comunità: ciò che serve per le gallerie newyorkesi di Tribeca e del Lower East Side | Vittorio Calabrese