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Elisabetta Sgarbi
Leggi i suoi articoliPer la gioia di chi c’è ora
Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice è la speranza iscritta su una ceramica di Andrea Parini, una delle opere della Collezione Cavallini Sgarbi. Ritrae una bambina abbandonata al sonno, la figlia dello scultore, adagiata su un cuscino, con calamaio, ago e filo. Non è in questa mostra, dedicata alle donne, essendo Onorina, questo il nome dell’infante, non donna ma ancora bambina. Così, credo, sperasse mio padre, ahimè, in parte, deluso. Nella mia famiglia, e in particolare per me, quell’ardito accostamento (casalinga e scrittrice) mai avrebbe potuto assumere una venatura patriarcale, perché la presenza di mia madre lo avrebbe impedito. Lei sovvertiva regole e riti. Peraltro, la casa di cui quella figlia avrebbe dovuto, nei desideri del genitore, essere custode (e lo diverrà in fondo solo molti anni dopo, custode e difensore), non è mai stata solo una casa.
Mia madre, infatti, complice mio fratello prima, me poi, ha reso la casa di Ro Ferrarese – paese remoto sotto l’argine del Po, nella provincia di Ferrara – il centro di un mondo complesso, via vai di personalità che hanno segnato la cultura italiana, e non solo, dagli anni settanta sino ai giorni nostri: da Giorgio Bassani (sodale dello zio Bruno, compagno di partite a tennis di mio padre), Valerio Zurlini, Alberto Moravia, Federico Zeri, Paulo Coelho, Umberto Eco e molti, moltissimi altri.
Teatro di duelli epocali, sfuriate, tenerezze, amori, accordi editoriali, la casa di Ro viveva la sua radicale trasformazione in una entità indefinibile: casa nel pieno senso della parola per me e mio fratello (che a Ro sempre siamo tornati, io da Milano, mio fratello da ovunque), ma anche rifugio per tutti “i viandanti” che volevano gustare l’ebrezza di una vita che sembrava infinita, che si godeva a qualsiasi ora del giorno e della notte, “un sempre aperto teatro”, come i libri e le opere che potevi trovare in ogni angolo della casa, in bagno, in cucina, in soggiorno, appoggiate o appese, in eterno, turbinoso e vertiginoso movimento.
La Fondazione Cavallini Sgarbi si costituisce nel 2008 per volontà di noi quattro componenti della famiglia. Fu una mia intuizione, presa per una impuntatura, per usare un eufemismo. Non un merito, il mio, assolutamente no, ma una “necessità interiore”, dettata dal mio carattere, e forse da quella antica profezia: “casalinga e scrittrice”. Dovevamo – mi dicevo e dicevo – porci il tema di dare una forma alla vita, per usare termini pirandelliani; cristallizzare questa corsa che era la nostra vita (mentre ancora stavamo correndo) e che ci sembrava non dovesse avere mai fine.
Nostra madre, la Rina, muore il 3 novembre 2015; mio padre, Nino, il 23 gennaio 2018, qualche giorno prima che si inaugurasse la prima mostra della Fondazione, al Castello Estense di Ferrara, a cui le opere ora sono ufficialmente destinate.
La vita intorno a noi, e dunque dentro di noi, diminuiva. Forse proprio per questo, ma senza che mai sia stato esplicitato tra noi, mio fratello e io abbiamo proposto al Consiglio di amministrazione della Fondazione di avviare le pratiche per un vincolo di Collezione da parte del Ministero della Cultura.
Nel 2019 la Collezione della Fondazione Cavallini Sgarbi è stata dichiarata di eccezionale interesse storico artistico, e tutelata come tale dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, con decreto della Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale dell’Emilia-Romagna del 04/06/2019, emesso ai sensi degli artt. 10-13 del Decreto Legislativo 42/2004.
A seguito di ciò, la collezione è riconosciuta come un sistema non scomponibile, cioè non vendibile nelle sue parti, su cui lo Stato, cioè noi tutti nel nostro essere cittadini consapevoli, ha un perenne diritto di prelazione. “Non nobis Domine”, non per noi, non per la nostra gloria verrebbe da dire. Ma forse neppure per la tua, di gloria, “o Signore”. Invece per la gioia di chi c’è ora e di chi verrà dopo, questa Collezione esiste, è stata cristallizzata ed è, ora più che mai, legata allo Stato.
La costruzione di una collezione d’arte debitrice al genio di Vittorio Sgarbi e di Caterina Cavallini, sua madre, e la rinascita di un borgo come Andora sono due gesti memorabili, che a un certo punto della loro storia si sono toccati nella mostra che vi accingete a visitare.