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Micaela Zucconi
Leggi i suoi articoliAnche la voce della cultura può servire a rompere il silenzio che copre la tragedia del Sudan, una delle più estese Nazioni africane, dal 2023 lacerata dalla guerra civile tra l’esercito di Khartoum, che controlla il Nord del Paese e l’affaccio al Mar Rosso e la milizia ribelle delle Forze di Supporto Rapido, padrona a Sud del Darfour e del Kordofan. Fatta eccezione per alcuni quotidiani, il Sudan è colpevolmente dimenticato nonostante gli oltre 150mila morti e una crisi umanitaria che colpisce circa 30 milioni di persone, secondo i dati delle Nazioni Unite. Vittime collaterali, ma più spesso bersagli deliberati, in barba alla Convenzione dell’Aia del 1954, i beni artistici e archeologici del Paese, potrebbero evocare ben altri scenari. Il Nilo, prima di tutto, che diventa uno nella capitale Khartoum, con l’unione del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro. E poi le esplorazioni, l’archeologia tra Otto e Novecento, fino alle missioni recenti, italiane e di altre nazionalità, attive sul campo, in collaborazione con il Governo e le istituzioni sudanesi. L’emergenza culturale è stata di recente al centro di una tavola rotonda internazionale, organizzata dal Museo Egizio di Torino con Global Aid Connection e con l’International Committee for Archaeology, che ha fatto il punto sulle strategie da intraprendere dopo la devastazione e il saccheggio di musei, biblioteche e archivi.
Il Museo Nazionale di Khartoum, uno dei più grandi dell’Africa con più di 50mila reperti, è stato distrutto, così come il Museo Etnografico e quasi tutti gli altri 14 musei regionali, alcuni evacuati, oltre a molti siti. Il direttore del museo Alsultan Bahr Eldien, nel Darfour, è stato ucciso insieme alla famiglia. Reperti e manoscritti sono scomparsi, avviati al mercato illegale. L’Unesco ha individuato 52 gruppi Facebook e 75 utenti dedicati a queste attività e 41 post relativi a spoliazioni e scavi clandestini. Sono stati recuperati 570 oggetti. Che cosa fare? Il primo passo è la creazione, con il sostegno dell’Unesco, di un database di quello che c’era e di ciò che è rimasto. In Francia, è stata varata la creazione del sito Sudan Virtual Museum, accessibile dal portale: archeologie.culture.gouv.fr a cui lavora anche la curatrice del Museo di Khartoum, Shadia Abdu Rabo. Un museo virtuale dedicato alla conoscenza e valorizzazione del patrimonio archeologico e museale sudanese, promosso dalla National Corporation for Antiquities and Museums e dalla Section française de la direction des Antiquités du Soudan. La sezione dalla Preistoria al Regno di Napata è già consultabile.
L’evento è stato l’occasione per parlare con Francesca Iannarilli, docente di Egittologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia e responsabile di scavo della Missione Archeologica Italiana in Sudan, vicino alla cittadina di Karima, nel sito di Jebel Barkal (la Montagna Pura), patrimonio mondiale Unesco dal 2003. La missione italiana è stata avviata nel 1973 dal grande egittologo Sergio Donadoni, per poi passare nel 2011 all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Iannarilli vi scava dal 2014. Il sito corrisponde all’antica Napata, dove il faraone Tutmosi III della XVIII dinastia (1504-1450 a.C. circa) aveva fondato il tempio di Amon, poi fiorita con la XXV dinastia (722-655 a.C ca) di faraoni nubiani (i loro discendenti si insedieranno a Meroe, dal 350 a.C. al 350 d.C. circa). «Oltre al lavoro di scavo e studio, cerchiamo di coinvolgere la comunità di Karima, la città dove abitiamo, vicina al sito. Andiamo anche nelle scuole a spiegare che cosa facciamo», racconta Iannarilli, che sposa la professionalità alla passione per il disegno a fumetti con i quali racconta la storia dei loro antenati. Jebel Barkal. Divinità, Regine e Archeologi sotto la Montagna (Gangemi 2021) si è rivelato uno strumento di divulgazione importante. Siamo nel Sudan del Nord, tra la IV e la III cateratta del Nilo, tra paesaggi desertici, vegetazione nilotica, coltivazioni di palme da dattero e pacifici e colorati villaggi nubiani, visitati da chi scrive 16 anni fa. Una zona finora parzialmente risparmiata dagli eventi bellici in virtù della posizione geografica decentrata. «Nella speranza di poter tornare un giorno a Karima, stiamo studiando la documentazione raccolta nelle passate campagne di scavo e i materiali presenti in Italia, anche se il grosso è in Sudan». In attesa della prossima pubblicazione, si può leggere Jebel Barkal. Half a century of the Italian Mission in Sudan (Gangemi 2019). «Ora bisogna guardare al futuro e alla formazione delle nuove generazioni di professioniste/i per riempire i vuoti lasciati dalla guerra e affrontare la ricostruzione. In tutto il Paese sono rimasti solo una decina di archeologi che lavorano in condizioni critiche. Un segnale positivo sono le borse Erasmus che abbiamo ottenuto per tre studentesse, già arrivate a Venezia. A Torino hanno rivisto colleghi da cui erano separate dagli inizi della guerra. Una grande emozione».
L’équipe della missione archeologica italiana in Sudan, diretta da Francesca Iannarilli, il cui lavoro di studio e scavo viene presentato nelle scuole con il coinvolgimento della comunità locale. © Foto Missione Archeologica Italiana in Sudan
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