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Dettaglio di «Alla porta della moschea (Cami Kapısında)» di Osman Hamdi Bey

Courtesy of Bonhams

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Dettaglio di «Alla porta della moschea (Cami Kapısında)» di Osman Hamdi Bey

Courtesy of Bonhams

Bonhams annuncia un Osman Hamdi Bey da 2-3 milioni di sterline

Prima apparizione in asta per il dipinto protagonista della vendita del 25 marzo

Monica Trigona

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C’è qualcosa di programmaticamente seduttivo in «Alla porta della moschea (Cami Kapısında)» di Osman Hamdi Bey (Istanbul, 1842-1910), pittore e archeologo ottomano, fondatore dei Musei archeologi di Istanbul: un’opera che «costruisce» un'immagine dell'Oriente con meticolosa intelligenza per lo sguardo occidentale, mantenendo però il controllo della narrazione. Il dipinto, protagonista dell’asta di dipinti del XIX secolo e arte impressionista britannica che Bonhams terrà il 25 marzo a Londra, in New Bond Street, arriva sul mercato per la prima volta con una stima impegnativa ma coerente, 2–3 milioni di sterline, e con una provenienza tanto lineare quanto eloquente del suo peso storico.

Acquistato direttamente dall’artista nel 1895, il dipinto è un capolavoro pittorico ma anche un documento politico-culturale: un’opera che riflette alla perfezione la posizione strategica di Hamdi Bey tra Istanbul, Parigi e le grandi istituzioni occidentali. Come ha sottolineato Charles O’Brien, direttore del dipartimento di dipinti del XIX secolo di Bonhams, «Alla porta della moschea» rappresenta una pietra miliare nella produzione dell’artista: una delle sue prime tele di dimensioni monumentali e una sintesi matura della sua capacità di fondere scena contemporanea e architettura ottomana del XV secolo, con un realismo così persuasivo da risultare, in fondo, una raffinata finzione.

Osman Hamdi Bey resta una figura anomala e centrale nel panorama dell’orientalismo. Formatosi a Parigi sotto l’influenza di Gustave Boulanger e soprattutto di Jean-Léon Gérôme, fu tra i primi artisti ottomani a muoversi con disinvoltura tra due mondi: quello dell’arte europea, affascinata da un Oriente stereotipato, e quello di un impero in piena trasformazione, consapevole del proprio patrimonio culturale. A differenza dei suoi contemporanei occidentali, Hamdi dipingeva «da dentro», ma con piena coscienza delle aspettative del pubblico europeo.

Il suo rientro a Costantinopoli nel 1868 segnò l’inizio di una carriera bifronte. Funzionario statale, direttore del Museo Archeologico di Costantinopoli dal 1881 e architetto della legislazione che nel 1884 vietò l’esportazione dei reperti archeologici, Hamdi Bey esercitò un controllo senza precedenti sul patrimonio ottomano. Questo potere , culturale, politico e simbolico, si riflette indirettamente anche nella sua pittura, che diventa sempre più consapevole del proprio ruolo diplomatico.

 

Osman Hamdi Bey, «Alla porta della moschea (Cami Kapısında)». Courtesy of Bonhams

«Alla porta della moschea» fu presentato per la prima volta all’Esposizione Internazionale d’Arte di Berlino del 1891, anche se arrivò in extremis, spedito con l’Orient Express, come racconta lo stesso Hamdi in una lettera a Carl Humann. Pensato come pendant di «Donne in un Türbe (Mausoleo)», il dipinto era destinato alla World’s Columbian Exposition di Chicago del 1893, anche se il suo percorso espositivo si rivelò più tortuoso e politicamente rivelatore. L’altra tela fu acquisita dallo Stato francese, probabilmente anche come gesto strategico verso colui che controllava le licenze di scavo in tutto l’Impero ottomano. Quando «Alla porta della moschea» arrivò infine negli Stati Uniti, fu acquistato dall’Università della Pennsylvania, in un momento in cui l’ateneo sperava di garantire la prosecuzione degli scavi a Nippur. L’operazione funzionò: nel 1897 Hamdi Bey donò al museo una preziosa collezione di tavolette cuneiformi, suggellando un’alleanza tra arte, archeologia e diplomazia.

Ambientato davanti all’ingresso principale della moschea Muradiye di Bursa, un luogo che Hamdi raffigurò in almeno altri quattro dipinti, il quadro rinuncia a una narrazione esplicita. Non c’è un evento, non c’è un racconto sacro: c’è piuttosto una soglia, fisica e simbolica. Le donne avvolte nel ferace, soprabito indossato di norma fuori casa, ancorano la scena alla contemporaneità ottomana, mentre l’architettura, enfatizzata e riassemblata quasi come un collage, fornisce il necessario ancoraggio storico per lo sguardo europeo.

È qui che Hamdi dimostra la sua maestria più sottile: l’arte di rendere autentico l’inverosimile. I colori saturi, i libri impilati, uno dei quali reca il titolo Kamus, riferimento al celebre dizionario arabo di Firuzabadi, e soprattutto le «firme nascoste» dell’artista, disseminate in scrittura araba, costruiscono una scena che sembra documentaria, ma è in realtà altamente orchestrata. Straordinaria è la presenza moltiplicata dell’artista stesso: tre Hamdi convivono sulla tela, come mendicante, come uomo in piedi con turbante e come figura in primo piano che si rimbocca la manica. Non autoritratto, ma dichiarazione di controllo.
Dopo il record stabilito da Bonhams nel 2019 con «Giovane donna che legge», venduto per 6,6 milioni di sterline, «Alla porta della moschea» arriva sul mercato come un’opera chiave. Che possa superare la cifra raggiunta 7 anni fa? Non ci resta che attendere...

Monica Trigona, 21 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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