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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliNel salone monumentale di piazza Meda, sotto la grande vetrata aperta sul cielo meneghino, la collezione di Banco BPM si apre gratuitamente al pubblico, fino al 30 giugno, con la mostra intitolata L’impresa di fare cultura. Itinerario sentimentale per le contrade milanesi dell’arte. Un viaggio nella Milano artistica tra Otto e Novecento, scandito da circa trenta opere della collezione dell’istituto, per fare dialogare la raccolta bancaria con la città, i suoi quartieri, le sue istituzioni. Dipinti e sculture restituiscono una geografia affettiva e artistica di Milano: da Vespasiano Bignami a Mario Sironi, da Gaetano Previati a Emilio Tadini, passando per Mosè Bianchi, Gerolamo Induno, Umberto Lilloni, fino alle sculture di Francesco Somaini e agli oggetti di design firmati Gae Aulenti. Una sequenza che attraversa generazioni e linguaggi, restituendo il passaggio da una Milano ancora legata alla dimensione borghese ottocentesca a una città industriale e moderna.
Tra le opere esposte Viale delle balie o Nei vecchi giardini (1877) di Bignami, una scena en plein air in cui la pittura si fa atmosfera e vibrazione luminosa. Il tema del giardino milanese, della passeggiata borghese, dell’infanzia e della socialità urbana restituisce un’immagine della città come spazio condiviso e costruito attraverso sguardi e presenze. La pennellata sciolta, l’impasto morbido e la dimensione narrativa trattenuta raccontano una Milano ancora ottocentesca, ma già modernamente consapevole di sé. La scena ambientata in un giardino cittadino, condensa la vita urbana della Milano post-unitaria: figure femminili, bambini, una passeggiata controllata e insieme spontanea, rappresentando una città che si riconosce nei propri spazi pubblici, nel rito sociale della passeggiata, nella costruzione di un’identità condivisa. In quegli anni Milano cresce, si espande, si trasforma in centro economico e culturale del nuovo Stato unitario e la pittura registra questa trasformazione attraverso scene quotidiane che parlano di una borghesia emergente e consapevole.
Vespasiano Bignami, Viale delle balie o Nei vecchi giardini, 1877
Con Mosè Bianchi e Gerolamo Induno la narrazione si amplia verso una dimensione più narrativa e civile, legata ai fermenti risorgimentali e alla vita sociale. La città non è uno sfondo, ma un teatro di relazioni e tensioni. Con Gaetano Previati Milano entra poi nel clima simbolista e divisionista: il colore si scompone, la luce si fa vibrazione, la superficie pittorica diventa campo energetico. Milano guarda all’Europa e dialoga con le avanguardie, sperimenta nuovi linguaggi pur restando radicata nella propria tradizione figurativa. Il salto decisivo nel Novecento si compie con Mario Sironi. Le architetture compatte, le masse scure, le volumetrie severe restituiscono l’immagine di una città verticale e industrializzata. La Milano delle fabbriche, delle infrastrutture, della modernità produttiva entra nella pittura come materia, forma, struttura. Quella di Emilio Tadini è una riflessione colta e stratificata, dove la città diventa memoria, citazione, racconto complesso. Milano è ormai metropoli culturale, laboratorio di editoria, design, sperimentazione visiva. E non è un caso che il percorso includa anche oggetti di design, testimonianza di una tradizione progettuale che nel Novecento ha reso Milano capitale internazionale della manifattura, della sperimentazione e dell’industria. La scelta di aprire il salone storico della banca come spazio espositivo amplifica tale storia. L’architettura razionalista, la verticalità dello spazio centrale e il grande affresco monumentale sul fondo trasformano la visita in un attraversamento scenografico, in cui opere e ambiente costruiscono una narrazione stratificata, iscrivendo l’arte in un contesto che parla di storia economica, istituzione e continuità. Il progetto curatoriale costruisce un sistema di rimandi con altre istituzioni cittadine — dalla GAM a Casa Boschi Di Stefano, da Palazzo Morando all’ADI Design Museum — facendo della collezione bancaria una bussola che orienta tra le diverse «contrade» dell’arte milanese, un dispositivo di relazione che inserisce il patrimonio privato nel circuito pubblico della città. La mostra, con ingresso libero, si inserisce nel calendario di Milano Museo City e nel più ampio scenario che accompagna le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Facendo della collezione uno strumento identitario, ponte tra impresa e comunità, memoria e contemporaneità, per rendere visibile ciò che già esiste e inserirlo in un racconto condiviso della città.
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