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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliArt Monte-Carlo, fiera d’arte moderna e contemporanea fondata nel 2016 e ospitata ogni anno al Grimaldi Forum, torna dal 28 aprile al 1° maggio con un’ambizione rinnovata e una struttura profondamente ripensata. Al centro di questa trasformazione emerge la nuova sezione Salon Monte-Carlo, pensata come un territorio di ricerca più che come un semplice ampliamento espositivo, la cui direzione artistica è affidata a Stefano Rabolli Pansera, architetto e curatore con una pratica nomadica che ha attraversato continenti e contesti, dalle collaborazioni con Herzog & de Meuron ai progetti con Beyond Entropy, dal Leone d’Oro per il Padiglione dell’Angola alla direzione della Bangkok Kunsthalle e della Khao Yai Art Forest. A Rabolli Pansera abbiamo chiesto come le sue esperienze internazionali influenzino la visione della fiera e la creazione del nuovo Salon come spazio di dialogo e sperimentazione.
Ha lavorato nei campi dell’architettura, della geopolitica e della curatela in contesti molto diversi, dalla Sardegna alla Thailandia. In che modo queste esperienze hanno influenzato il suo modo di concepire una fiera d’arte in un luogo così particolare come Monaco?
Lavorare in diverse discipline e aree geografiche mi ha insegnato che i progetti culturali non sono mai contenitori neutri; sono sempre profondamente plasmati dai luoghi e dalle situazioni in cui prendono forma. L’architettura e la curatela condividono questa condizione: sono imprese geopolitiche perché operano attraverso lo spazio, attraverso le relazioni e attraverso le reti invisibili che collegano persone, istituzioni e idee. Dalla Sardegna all’Angola, da St. Moritz al Sud-Est asiatico, ho imparato che ogni contesto richiede una sensibilità specifica. Louis Kahn diceva che la casa non è un luogo in cui vivere, ma un modo di vivere. In questo senso, ho imparato che ogni geografia è sempre già una mentalità. In Thailandia, ad esempio, lavorare con la Bangkok Kunsthalle e la Khao Yai Art Forest ha significato abbracciare la cultura thailandese per delineare un nuovo formato istituzionale che potesse emergere solo lì. Ha significato pensare all’arte come forza motrice per la domesticazione architettonica di un edificio e per un nuovo modello di Land Art, uno che non si basi sulla volontà occidentale di imporre una forma alla natura ma piuttosto sul rivelare le forze invisibili della natura e il potere nutriente della foresta. Queste esperienze hanno rafforzato la mia convinzione che le piattaforme culturali debbano rispondere ai loro ambienti piuttosto che replicare modelli universali. Monaco presenta una condizione molto particolare. È un territorio piccolo, eppure funge da epicentro internazionale in cui si incrociano collezionisti, istituzioni culturali e reti globali. Per questo motivo, vedo Art Monte-Carlo non semplicemente come un mercato, ma come un potenziale punto d’incontro culturale, un luogo in cui arte, architettura, design e scambio intellettuale possono convergere all’interno di un ambiente altamente concentrato. La sfida è quella di creare una fiera che rimanga intima e curata, pur riflettendo l’energia internazionale che definisce Monaco stessa.
La nuova sezione Salon Art Monte-Carlo sembra richiamare la tradizione storica dei saloni culturali europei. Come si traduce quell’idea di dialogo e scambio interdisciplinare in un contesto contemporaneo?
I saloni storici d’Europa non erano semplicemente spazi espositivi; erano luoghi di conversazione. Scrittori, filosofi, artisti e mecenati si riunivano in ambienti condivisi dove le idee circolavano liberamente tra le discipline. Ciò che mi interessa di quel modello è proprio questa atmosfera di scambio intellettuale. Con la sezione Salon Art Monte-Carlo stiamo cercando di reinterpretare quello spirito in un contesto contemporaneo. Piuttosto che presentare stand isolati, la sezione propone un prototipo di una nuova tipologia concepita come un ambiente curato in cui gallerie, artisti e studi di design entrano in dialogo tra loro. Quest’anno il Salon assume la forma di un bar funzionante intitolato «Earthly Delights». Il bar diventa un dispositivo sia sociale che concettuale: un luogo dove i visitatori possono fermarsi, conversare e incontrare opere d’arte in un ambiente più informale e relazionale. Ispirato alle riflessioni di Luis Buñuel sul bar come spazio di immaginazione e introspezione, il progetto propone la coltivazione del piacere come atto creativo. In questo senso, il Salon non è semplicemente un’altra sezione della fiera. È un tentativo di reintrodurre una dimensione più lenta e conversazionale all’interno del ritmo del formato della fiera d’arte.
Art Monte-Carlo fa ora parte dell’ecosistema del lusso di Informa attraverso Informa Prestige. Come si può mantenere la dimensione critica e sperimentale dell’arte in un contesto strettamente legato al mondo dello stile di vita di lusso?
Il rapporto tra arte e lusso è sempre stato complesso e, in un certo senso, antitetico. Facendo eco a Pablo Picasso, si potrebbe dire che il lusso e il buon gusto sono talvolta nemici dell’arte. Da un lato, il mecenatismo e il collezionismo hanno storicamente svolto un ruolo cruciale nel sostenere la produzione artistica. Dall’altro, l’arte deve preservare un certo grado di autonomia per rimanere intellettualmente e criticamente significativa. Per me, la domanda chiave non è se l’arte esista all’interno di un contesto di lusso, ma come tale contesto venga utilizzato. Una fiera come Art Monte-Carlo ha l’opportunità di riunire collezionisti, istituzioni e attori culturali sinceramente interessati alle idee artistiche. Se curata con attenzione, l’atmosfera del lusso può effettivamente diventare una piattaforma per progetti artistici ambiziosi. Il ruolo del pensiero curatoriale è quindi essenziale. Introducendo sezioni tematiche come il Salon, incoraggiando il dialogo tra arte, design e architettura e mantenendo un gruppo di gallerie accuratamente selezionate, la fiera può preservare un senso di coerenza intellettuale. In questo modo, la dimensione commerciale della fiera coesiste con un quadro culturale che sostiene la sperimentazione e la riflessione critica.
In occasione del decimo anniversario, la fiera accoglierà circa trenta gallerie internazionali di primo piano specializzate in arte moderna e contemporanea. Quali sono i nuovi partecipanti e le gallerie che tornano a partecipare che si distinguono in questa edizione?
Non posso parlare dell’intera fiera, ma posso soffermarmi sulla sezione specifica del Salon. Uno dei punti di forza di Art Monte-Carlo è sempre stato il suo formato, accuratamente selezionato. In un mondo globalizzato dominato da grandi corporazioni che tendono a ripetere ovunque gli stessi modelli, la marginalità può diventare un’opportunità. Con circa dodici gallerie partecipanti, la sezione Salon mantiene un senso di chiarezza e intimità che permette ai visitatori di interagire più profondamente con le opere esposte e rende il tema «Earthly Delights» più comprensibile. Al suo interno siamo lieti di accogliere diverse gallerie, alcune delle quali sostengono la fiera sin dalle prime edizioni, insieme a una serie di nuovi partecipanti che apportano prospettive fresche. Il dialogo tra gallerie affermate ed emergenti rimane centrale per l’identità della sezione, consentendo alle opere storiche di entrare in dialogo con i linguaggi artistici emergenti. Ciò che è particolarmente interessante in questa edizione è la diversità degli approcci presentati dalle gallerie, dalle figure affermate dell’arte moderna agli artisti più giovani che operano tra pittura, scultura, immagini in movimento e design. Questa gamma riflette la più ampia trasformazione della pratica contemporanea, dove i confini disciplinari sono sempre più fluidi.
Guardando al prossimo decennio di Art Monte-Carlo, come vede l’evoluzione della fiera? Quali nuove direzioni, in termini di gallerie, linguaggi artistici o coinvolgimento di un pubblico internazionale, saranno essenziali per garantirne la continua rilevanza sulla scena artistica contemporanea globale?
Nel prossimo decennio, credo che la sfida più importante per le fiere d’arte sarà quella di ridefinire il proprio ruolo culturale. In un mondo in cui le piattaforme digitali mediano sempre più la circolazione di immagini e informazioni, gli incontri fisici devono offrire qualcosa di più di un semplice scambio transazionale. Per Art Monte-Carlo, ciò significa rafforzare la propria identità di incontro curato piuttosto che di semplice evento commerciale. La portata della fiera consente un approccio più ponderato: gallerie accuratamente selezionate, progetti tematici e momenti di conversazione che incoraggiano un coinvolgimento più profondo con le opere. Un'altra direzione importante sarà l'espansione del dialogo internazionale della fiera. La geografia dell'arte contemporanea sta evolvendo rapidamente, con sviluppi culturali significativi che emergono in regioni come il Sud-Est asiatico, il Medio Oriente e l'Africa. Rivelare l'unicità e la specificità di ciascuno di questi contesti sarà essenziale per mantenere una prospettiva dinamica e globalmente rilevante. In definitiva, l’ambizione è che Art Monte-Carlo rimanga un luogo in cui collezionisti, artisti, curatori e pensatori possano incontrarsi in un ambiente che valorizzi sia la raffinatezza estetica che la curiosità intellettuale.
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