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Sergio Buttiglieri
Leggi i suoi articoliDavide Livermore ha affrontato con successo, in Prima Assoluta al Teatro Ivo Chiesa di Genova, l’Orlando Furioso dell’Ariosto rileggendolo in maniera davvero speciale. Ha messo in scena i vari personaggi del capolavoro cinquecentesco facendoli interpretare tutti da bravissime artiste donne, tranne il Narratore, l’ottimo Fulvio Pepe. Questo per evidenziare come l’Ariosto mise in primo piano l’ottica femminile nel raccontare il mondo maschile. A cominciare dal suo celeberrimo incipit: «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto». È decisamente difficile raccontare in modo sommario la vicenda del poema, che si snoda attraverso una moltitudine di storie improvvisamente sospese, riprese a distanza di alcuni canti, mirabilmente intrecciate le une alle altre. E Livermore ci è riuscito: l’impalcatura è costituita dalla guerra tra Cristiani e Mori, divisa in tre fasi: l’assedio di Parigi da parte dei Musulmani; la controffensiva cristiana che culmina nella vittoria di Arli; la ritirata dei Mori in Africa e la loro disfatta in una battaglia navale. E Livermore evidenzia le storie del poema facendole interpretare da un cast femminile di alto pregio a cominciare da Orlando ( perfettamente impersonato da Linda Gennari) e di Angelica (restituitoci con grande classe da Anna della Rosa) e quella di Ruggiero (attraverso la magnifica interpretazione di Mariangela Granelli, che poi interpreta anche Brigliadoro, Rodomonte e Medoro) e Bradamante (l’ottima Laura Marinoni che impersona anche Astolfo e Carlo Magno).
Due ore e mezzo senza interruzioni cantate con le ottave ariostesche che ci hanno irretito e fatto naufragare assieme all’aereo mezzo devastato che occupa fin dall’inizio la scena. Questo a ricordarci che Orlando nel poema voleva raggiungere la luna per ritrovare se stesso. Livermore ci mostra otto scene di questo immenso capolavoro che in origine era composto da 46 libri e da 5mila ottave. E queste gli sono sufficienti per immergerci nel suo poema epico-cavalleresco impregnato di drammaticità, già profondamente intriso di teatralità. Ricordiamo tutti la sua Cassaria del 1508. Scritta in prosa che può essere considerata, come ci ricorda Margherita Rubino nel libretto di presentazione, la prima commedia moderna. L’Orlando di Livermore è davvero Furioso (in un tempo come il nostro, purtroppo sempre più furioso) perché in solo otto scene ci restituisce attraverso le ottave e gli endecasillabi dalle superlative attrici coinvolte l’eterno e il moderno che lo compongono. A cominciare dall’arroganza di Cimosco (sempre recitato da Annamaria Ghirardelli interprete anche di Alcina, di Cloridano e dei soldati saraceni) che con le sue armi potenti e nuove crede di massacrare chiunque. Il regista giustamente mette in luce per bocca di Rinaldo il diritto delle donne di amare chi vogliono «sono fatte, in questo mondo disuguale/ veramente alle donne espressi torti» (IV, 66) o in prima persona condanna violenze o stupri «parmi non sol gran mal, ma che l’uom faccia/ contro natura, e sia di dio ribello,/ che s’induce a percuotere la faccia/ di bella donna, o romperle un capello» ( V, 17-20) ed esalta lo specifico femminile («Le donne son venute in eccellenza/ di ciascun’arte ove hanno posto cura» XX, 6-8).
Goethe, ci ricordava Livermore, chiedeva ai suoi attori di rimanere in equilibrio su un filo invisibile sopra un abisso. L’attore non deve cadere nell’abisso. Deve farlo vedere allo spettatore. Questo è Ariosto secondo il regista, direttore del Teatro Nazionale di Genova che porterà in una lunga tournée italiana nel 2027 questo prezioso spettacolo che ha incantato tutti noi a Genova. A cominciare dal Teatro della Pergola a Firenze a gennaio per poi spostarsi a Napoli al Mercadante, e dopo in febbraio a Modena allo Storchi, per proseguire a Torino, Cremona, Pavia, Fiume e Trieste.
Livermore è fra i maggiori registi delle Stagioni liriche d’Italia (lo ricordiamo recentemente in scena con la «Turandot» di Verdi al Teatro Alla Scala e al Maggio Musicale con il «Giulio Cesare in Egitto di Haendel»), ma alterna senza problemi le sue doti anche nella prosa, tutti ricordiamo il suo Lutto si addice ad Elettra di Eugene O’Neill (1931), che debuttò con successo proprio al Teatro Ivo Chiesa di Genova l’anno scorso. Anche qui Livermore ebbe la capacità di trasformare la tragedia in uno specchio spietato della memoria e del lutto contemporaneo.
Il suo Orlando Furioso comincia dalla fine quando Ariosto, privo di senno, vorrebbe volare sulla Luna per ritrovarlo, e in scena vediamo il relitto di un aereo. Perché sulla luna dell'Ariosto, ci ricorda Livermore, ritroviamo il luogo dove finisce tutto quello che perdiamo sulla Terra. Anche il senno. «Se la Terra è diventata il luogo del conflitto e del rumore, il Teatro, secondo il regista, deve farsi Luna».
E Ariosto in questo suo poema, sottolinea Livermore, «fa soprattutto una cosa che cinquecento anni dopo continua a creare problemi: concede alle donne il diritto di desiderare. Angelica non vuole Orlando. Fine. Il problema non è che Angelica non ama Orlando. Il problema è che Orlando considera inconcepibile non essere amato da Angelica. Ed è lì che impazzisce».
La grandezza dell’Orlando Furioso è proprio questa. Ed è drammaticamente attuale.
Lunghi calorosi applausi alla regia e a tutto il cast e anche alle musiche dal vivo dell’Ensemble La Chimera con gli arrangiamenti e le musiche originali di Marco Benz Gentile. Per non parlare della coreografa e danzatrice Silvia Bennett che impersonava la fascinosa Anima Mundi. Scene invase anche dai disegni dell'artista Francesco Calcagnini che possiede un'immaginazione autentica. E oggi l’immaginazione autentica è quasi un atto sovversivo. Perché la parola «creativo» è stata sequestrata dal marketing ironizza Livermore nella piacevole intervista che lui ha concesso al Dramaturg del Teatro Nazionale di Genova Andrea Porcheddu.
La registrazione dello spettacolo sarà trasmessa su Rai5 il 14 novembre, seguita da una tournée nazionale nel 2027.
Sergio Buttiglieri
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