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Almudena Romero nel campo di grano di Tolosa in cui ha realizzato «Farming Photographs»

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Almudena Romero nel campo di grano di Tolosa in cui ha realizzato «Farming Photographs»

Almudena Romero ha coltivato un occhio in un campo vicino a Tolosa

L’artista spagnola ha realizzato un’opera fotografica vivente, composta da giganteschi pixel, in una distesa di grano di 11mila metri quadrati 

Francesca Filippini Pinto

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In un campo vicino a Tolosa in Francia è spuntata l’immagine fotografica più grande al mondo. L’opera è il frutto dell’immaginazione dell’artista Almudena Romero, spagnola basata a Firenze, che da anni crea immagini fotografiche utilizzando metodi inusuali.

L’artista ha letteralmente coltivato l’immagine di un occhio umano utilizzando il processo di fotosintesi delle piante di grano, tornando così al vero significato etimologico di «fotografare» (photos graphein), ovvero scrivere con la luce. Con questa opera visionaria e che ha dell’incredibile, Romero si interroga su che cosa possa essere la fotografia e chi abbia il diritto di ridefinirla.

«Farming Photographs», «fotografie coltivate», è il progetto più ambizioso realizzato da Romero fino a oggi, sviluppato in collaborazione con Inrae Occitaine-Toulouse (l’Istituto Nazionale francese di ricerca per l’Agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente). Seminata nell’ottobre 2025, l’opera occupa circa 11mila metri quadrati e trasforma un campo di grano in una superficie fotografica vivente. L’immagine non è stampata, proiettata o fissata chimicamente, ma è coltivata utilizzando specie di grano dai colori diversi, in giganteschi pixel di circa quattro metri per due. L’immagine appare gradualmente nel tempo con la crescita delle piante tramite la fotosintesi, mostrandosi pienamente per un periodo di circa due settimane nel mese di maggio. Visibile esclusivamente dall’alto, il campo si rivela come un occhio umano che ci guarda dalla terra che coltiviamo, consumiamo e da cui dipendiamo. La superficie di questa incredibile immagine fotografica non è cartacea, ma una superficie viva di piante verdi e marroni, con trame e densità diverse.

Per Romero, questa è fotografia nella sua forma più fondamentale. La componente essenziale della fotografia, insiste l’artista, è la luce che agisce sulla materia; macchine fotografiche e obiettivi sono semplicemente accessori. Il suo pensiero torna al XIX secolo, quando la fotografia era ancora terreno fertile di esperimenti. Romero è particolarmente attratta dall’antotipia, un antico processo fotografico basato su pigmenti vegetali che produsse alcune delle prime fotografie a colori. Storicamente, le antotipie furono abbandonate perché troppo lente, troppo instabili e troppo difficili da riprodurre. In altre parole, non erano al servizio dei valori che la fotografia avrebbe finito per privilegiare: velocità, consistenza, ripetibilità e sostenibilità commerciale. Il lavoro di Romero ritorna a quelle qualità scartate in un modo non nostalgico, ma critico. E se lentezza, fragilità e dipendenza biologica non fossero fallimenti, ma precisamente le condizioni attraverso cui la fotografia può rimanere rilevante in un’epoca di crisi ecologica?

La questione non è soltanto formale. La fotografia analogica porta in sé storie di estrazione chimica. La fotografia digitale dipende da minerali, sensori, server e infrastrutture industriali tutt’altro che immateriali. Romero propone uno spostamento di relazione: dall’estrazione alla generazione. In «Farming Photographs» l’immagine non viene presa dal mondo e dalla natura, ma cresce insieme ad essa.

Il progetto ha anche un’origine più personale. I nonni di Romero avevano una coltivazione sostenibile di arance a Valencia in Spagna, e l’artista è cresciuta con la consapevolezza dei ritmi stagionali, del lavoro manuale e del clima. Le sue opere precedenti (quali «The Pigment Change» e «Photographies Vivantes») utilizzavano le piante per generare immagini. «Farming Photographs» estende questa ricerca dalla scala della foglia a quella del campo agricolo.

Stando in piedi nel campo di grano, non si può possedere visivamente l’immagine: lo spettatore si trova dentro la fotografia, ma non può vederla. La forma completa esiste altrove. La percezione umana non è più sovrana, e l’opera supera il corpo che le sta davanti. Questo rovesciamento visivo è centrale nella ricerca di Romero. Qui le piante non sono più soggetti passivi di rappresentazione, ma agenti attivi nella produzione della traccia fotografica. Ricevono luce, la metabolizzano, generano pigmento, crescono e inscrivono l’immagine attraverso i propri processi biologici.

Coltivare questa incredibile fotografia è stato al tempo stesso un processo estremamente preciso e straordinariamente imprevedibile. Ispirata dal mimetismo oculare (il fenomeno attraverso cui alcuni animali si proteggono dai predatori sviluppando sul corpo segni simili ad occhi), Romero si è chiesta che cosa accadrebbe se questa logica fosse applicata alla terra stessa. Se la terra potesse far crescere l’occhio del suo più grande predatore, sarebbe un occhio umano. Per questo Romero ha progettato un occhio composto da tratti di razze, generi ed età diverse, in modo che non appartenesse a un singolo individuo. L’immagine è stata poi tradotta in 1.350 distinte parcelle agricole, ciascuna funzionante come un pixel.

Una volta che i semi sono stati piantati, l’opera non è più interamente dell’artista. Germinazione, pioggia, condizioni del suolo, temperatura, luce e tempo diventano tutti co-produttori dell’immagine. La densità dei semi è divenuta una forma di risoluzione, la crescita delle piante ha determinato il tempo di esposizione ed il campo stesso ha generato la fotografia.

Il progetto ha richiesto tre anni e due successivi tentativi per materializzarsi, e ha rischiato di non apparire. Il primo tentativo nel 2024 è fallito prima della semina, quando piogge persistenti hanno chiuso la stretta finestra agricola utile per piantare le graminacee. Il secondo tentativo è stato seminato con successo nell’ottobre 2025, ma un inverno eccezionalmente piovoso lo ha quasi distrutto. Il campo si è allagato e per settimane non è stato chiaro se le graminacee si sarebbero riprese abbastanza da permettere all’immagine di emergere. Lo scorso maggio si prevedeva che l’opera sarebbe rimasta visibile per più di un mese, fino a metà giugno, ma un episodio di caldo record ha accelerato l’immagine, che è rimasta visibile solo per un periodo di due settimane circa.

Anni di ricerca, pianificazione, coordinamento e speranza sono stati quasi vanificati dal tempo atmosferico. Questo “quasi fallimento” ha rivelato un aspetto centrale dell’opera. «Farming Photographs» non è un’opera che rappresenta la vulnerabilità ecologica da una distanza sicura. È vulnerabile in sé stessa, in quanto le sue condizioni sono le condizioni stesse dell’agricoltura contemporanea. Quando il campo si è allagato, e quando le alte temperature lo hanno colpito, l’immagine è diventata soggetta alla stessa instabilità climatica che affronta.

«Farming Photographs» di Almudena Romero in un campo a Tolosa

È per questo che l’opera resiste a essere ridotta a puro spettacolo. Visto dall’alto, l’occhio è un’immagine potente. Ma l’immagine aerea non è l’intera opera. L’opera è anche il processo stesso: la semina, l’attesa, l’allagamento, la ripresa parziale, la delusione, la crescita delle piante, l’emergere dell’immagine, il raccolto e la redistribuzione. Una volta che il grano maturerà, sarà macinato in farina e distribuito localmente. La fotografia non resterà come una reliquia, ma cambierà stato e diventerà a sua volta nutrimento e vita.

Questa decisione è allo stesso tempo etica e formale. Se la fotografia è coltivata come grano, deve continuare a comportarsi come grano. L’immagine non estrae semplicemente valore dal campo per consegnarlo al sistema dell’arte, ma deve restituire qualcosa alla comunità e al ciclo di sostentamento che l’ha resa possibile.

L’opera di Almudena Romero ci interroga anche su un altro aspetto fondamentale della pratica artistica: che cosa accade quando un’artista donna non chiede semplicemente di essere inclusa in una categoria preesistente, ma suggerisce che la categoria stessa sia stata tracciata in modo troppo ristretto? «Farming Photographs» non chiede soltanto di essere vista come opera ecologica, Land art o collaborazione tra arte e scienza. Chiede di essere riconosciuta come vera e propria fotografia.

È qui che l’opera tocca una storia più ampia e scomoda. Le artiste hanno spesso occupato i margini instabili della classificazione artistica nell’ambito della performance art, nel tessile, nella pratica ecologica e nella sperimentazione dei materiali, per essere poi riconosciute solo più tardi, parzialmente o in modi che attenuano la radicalità delle loro rivendicazioni. Quando gli artisti uomini mettono alla prova i confini di un mezzo di espressione artistica, il gesto viene accolto più facilmente come rottura, provocazione, genio o espansione. Quando invece le donne lavorano su quelle stesse frontiere, spesso viene prima chiesto loro di spiegare, giustificare e dimostrare che l’opera vi appartenga davvero. In altre parole: il mondo dell’arte celebra spesso gli uomini per ridefinire categorie preesistenti, mentre chiede alle donne di dimostrare prima il proprio diritto a formulare la stessa rivendicazione fondamentale.

Il progetto di Romero si colloca esattamente su questo confine. Se la fotografia è scrittura con la luce, allora «Farming Photographs» è una fotografia.

Accettare questa rivendicazione significa accettare che la fotografia sia stata più ristretta nella sua storia istituzionale di quanto dettato dalle proprie possibilità materiali. Significa anche riconoscere che un’artista donna che lavora con piante, coltivazione e vulnerabilità ecologica non sta producendo un supplemento secondario o poetico alla fotografia, ma sta portando avanti una delle proposte più radicali oggi formulate su ciò che la fotografia può essere e rappresentare.

L’opera rifiuta la velocità con cui oggi le immagini vengono prodotte e consumate. Non può essere aggiornata, riprodotta o ottimizzata istantaneamente. Richiede il passaggio delle stagioni. Richiede terra, semi, trattori, scienziati, tempo atmosferico, lavoro e fortuna. È una fotografia che deve essere mantenuta. Può fallire. Può scomparire. Può nutrire.

L’immagine a Tolosa continuerà a cambiare fino al raccolto, poi scomparirà e si tramuterà in farina. La sua scomparsa è parte integrale della sua forma. «Farming Photographs» si interroga su cosa diventa la fotografia quando rinuncia alla fantasia della permanenza e accetta la trasformazione come propria intrinseca condizione.

In un momento in cui il futuro della fotografia viene così spesso immaginato attraverso tecnologie sempre più avanzate, «Farming Photographs» propone un’alternativa più inusuale e antica: che il futuro di questa forma artistica potesse essere già presente al suo inizio, nelle piante, nella luce, nei pigmenti viventi e nella lenta esposizione. Un sentiero che la fotografia industriale ha abbandonato troppo in fretta.

Dall’alto, l’occhio appare. Da terra, resta un campo. A cavallo fra questi due punti di vista, Almudena Romero ha creato un’immagine che è anche un raccolto, una domanda, un avvertimento e una rivendicazione. La fotografia, suggerisce l’artista, non deve necessariamente essere catturata. Può essere coltivata. E forse la domanda più cruciale è se il mondo dell’arte sia oggi pronto a riconoscere, senza ritardi né sminuimenti, chi ha piantato questa proposta.

Appunti dell’artista sulla ricerca dei colori per comporre l’occhio di «Farming Photographs»

Francesca Filippini Pinto, 11 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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